di Donatella Stasio
La Stampa, 2 aprile 2024
L’intolleranza del potere al dissenso è sempre stata trasversale a tutti gli schieramenti politici. Ma oggi c’è un qualcosa di più e di diverso: il dissenso è “sovversivo”, persino quando si manifesta con richiami puntuali alla Costituzione. E allora ecco che anche chi della Costituzione è il massimo garante, Presidenza della Repubblica e Corte costituzionale, viene tacciato di partigianeria politica. Accade sempre più spesso con le sentenze della Consulta, non solo ignorate ma - ed è un altro tratto dello spirito politico dei tempi - boicottate, manipolate, delegittimate. Emblematico quanto avvenuto al Senato sul fine vita: martedì scorso, complice lo stop alla discussione dei Ddl dell’opposizione imposto dall’assenza del governo, è spuntato un testo dei forzisti Paroli, Gasparri, Zanettin con tanto di “lezioncina” sulla leale collaborazione istituzionale: “La Corte non può assegnare al Parlamento i compiti da svolgere e persino il tempo entro cui svolgerli”, sentenziano gli azzurri, che danno voce all’insofferenza della maggioranza verso la Corte e i suoi ripetuti richiami al Parlamento, a partire dal 2018, perché dia seguito alle sue decisioni sul suicidio assistito (l’ultimo è del presidente Augusto Barbera, che peraltro è un assoluto difensore delle prerogative parlamentari). E fin qui, pazienza. Ma non sono solo parole: il Ddl azzurro, calpestando quelle sentenze (già boicottate nel quotidiano), marcia in senso ad esse diametralmente contrario.
di Antonio Ferrero
La Stampa, 2 aprile 2024
Qualche giorno fa, questo giornale ha pubblicato il dato preoccupante secondo il quale, nel 2030, nella nostra provincia gli over 65 anni saranno il doppio degli under 14. A rallentare questa gioiosa corsa verso la trasformazione di Cuneo in un gerontocomio ci sono gli immigrati: secondo i dati della Regione Piemonte del 2021, gli alunni stranieri della scuola secondaria erano il 9,53%, quelli della scuola dell’infanzia il 17,21%. Quasi il doppio.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 2 aprile 2024
Boom di arresti in conseguenza del decreto che ha inasprito le pene per i fatti di lieve entità. Dimenticato anche dal Pd, il ddl Magi che segue la sentenza della Cassazione. Cosa succederebbe, in Italia, a chi venisse fermato con 25 grammi (in una sola volta) oppure con 50 grammi (il fabbisogno di un mese, secondo la neo varata legalizzazione tedesca) di cannabis in tasca? Le norme vigenti e la giurisprudenza consolidata nel nostro Paese non bastano attualmente a dare una risposta univoca e succede che analoghe circostanze vengano valutate dai magistrati di volta in volta in maniera diversa. Fino a qualche tempo fa, infatti, una tale quantità di sostanza, se non rinvenuta in un contesto segnato da altri indizi di spaccio, sarebbe potuta rientrare in quelli che vengono chiamati i “fatti di lieve entità”. Fino al decreto Caivano, convertito in legge alla fine dello scorso anno.
di Davide Maria De Luca
Il Domani, 2 aprile 2024
Le spese militari dell’Ue hanno raggiunto il massimo storico e sono destinate a crescere ancora. Ma mentre i leader i parlano di un “inevitabile” scontro con la Russia, le loro azioni raccontano una storia diversa. Chi ha visitato la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, lo scorso febbraio, ha descritto il vertice che mette insieme i principali leader politici e militari con i rappresentanti dell’industria della difesa avvolto in un clima cupo e pessimistico. Nei corridoi e nei salotti si parlava di un prossimo e inevitabile scontro tra Russia e Nato e dell’impreparazione degli Europei se, con l’eventuale vittoria di Donald Trump, gli Stati Uniti dovessero sottrarsi alla battaglia.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 2 aprile 2024
Caso Salis: la esibizione delle catene e dei lucchetti ma soprattutto del guinzaglio sono evidentemente un linguaggio che va al di là della legge e della pena. Vedere una giovane donna con le caviglie incatenate, le mani legate a una corda tenuta in mano da una guardia carceraria come farebbe la padrona di un cane, fa davvero impressione. Dal punto di vista del linguaggio mediatico è una bomba. Ilaria Salis è accusata di avere aggredito e picchiato due, anzi tre neonazisti. Non si capisce se il fatto che siano nazisti abbia peggiorato la pena. Non bastava dire che ha aggredito e picchiato tre uomini?? Ma come li ha picchiati, con le mani nude o con un bastone o con una clava? Comunque guardando la esile figura della ragazza restiamo di stucco alla notizia che abbia messo knockout due o addirittura tre giovani nazisti. E loro, non hanno reagito? Eppure la storia ci racconta che i nazisti sono persone tutte di un pezzo, che credono nella forza e nella repressione attraverso la forza. Famosi i picchiatori che andavano in giro per le Case del popolo a bastonare gli operai che per loro natura erano poco inclini al nazismo. Ma evidentemente nella rissa di cui si parla questa femmina diabolica ha tirato fuori delle forze sconosciute. Non sarà per caso una strega, animata dal demonio?
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 aprile 2024
Paragonare il nostro Stato di diritto a quello ungherese è una sciocchezza. Anche il Colle lo sa. Il caso Salis ha mandato in tilt le migliori menti liberali del Paese. Prendete Francesco Borgonovo, il brillante vicedirettore della Verità di solito è assai attento ai principi del garantismo, almeno con gli amici. Ecco, facendo strali della presunzione d’innocenza, Borgonovo dedica una pagina intera ai (presunti) reati commessi da Salis neanche fosse un brogliaccio della questura -, e non spende neanche una riga per spiegare le assai precarie condizioni della giurisdizione ungherese. Che invece non sono sfuggite al presidente della Repubblica Sergio Mattarella visto che, nel corso della telefonata di ieri col papà di Ilaria Salis, ha chiarito la differenza tra il nostro sistema giudiziario, “ispirato ai valori europei”, e quello ungherese che, evidentemente, si ispira ad altro.
di Luciano Moia
Avvenire, 1 aprile 2024
“La riforma Cartabia ci ha costretto finalmente a lavorare”. Ironia amara quella di un giudice del Tribunale per i minorenni di Milano. Da poco più di un anno, da quando cioè si è avviato il percorso che porterà ai nuovi Tribunali per la persona e per la famiglia, i giudici milanesi emettono in media sedici provvedimenti al mese ciascuno, uno ogni due giorni. Un “livello produttivo” assurdo, perché quando si parla di allontanamento forzato di un bambino dalla sua famiglia d’origine o della decadenza della responsabilità genitoriale di una madre o di un padre si entra nel dramma di relazioni segnate dalla sofferenza e dalla fragilità, in cui la fretta e l’approssimazione dovrebbero essere bandite. Ci sono documenti da leggere, precedenti da mettere a fuoco, rapporti da delineare, persone da ascoltare. Eppure questi sono gli esiti della riforma Cartabia.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 1 aprile 2024
L’allora Capo dello Stato, e prima di lui il predecessore Giuseppe Saragat, definirono giuridicamente inammissibile una protesta da parte delle toghe. Sono passati 50 anni - troppi, diranno forse i magistrati tentati dallo sciopero contro la prova psicoattitudinale di sostanziale avvio della carriera, ma comunque senza modifiche intervenute nel frattempo nella parte della Costituzione che li riguarda - da un discorso di Giovanni Leone del 28 giugno 1974 in veste di presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura, che torna di attualità in questi giorni. Di attualità e, direi, anche di monito, come un precedente intervento, nella stessa sede, di Giuseppe Saragat nel 1967. Entrambi contro lo sciopero delle toghe.
di Maurizio Montanari*
Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2024
Le affermazioni del ministro Nordio, volte a sottoporre la magistratura ad una serie di test psicoattitudinali come elemento predittivo della capacità di vestire la toga, sembrano celare un atavico desiderio della politica di tenere sotto controllo uno dei poteri cardine dello Stato, quello giudiziario. Non si creda che questa pulsione padronale sia un’esclusiva delle destre, le quali la espressero forse in maniera più netta specie nel periodo del berlusconismo. Anche il mondo della sinistra non è immune dal fascino della mordacchia, malcelato da affermazioni quali ‘esprimiamo massima fiducia nella magistratura’ rilasciate da esponenti della gauche intenti a mascherare la rabbia e l’imbarazzo nell’essere stati presi con le mani nella marmellata.
di Stefania Amato
Il Riformista, 1 aprile 2024
La vicenda bresciana dell’imputato bengalese assolto dai reati di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale segna l’ennesima pagina nera dell’informazione sul “Codice Rosso”. Vero e proprio blackout delle sinapsi di chi, ricevuta la notizia che un PM ha chiesto l’assoluzione (niente meno!) di un uomo imputato di vari episodi di violenza anche sessuale ai danni della moglie, evocando, tra l’altro, “l’impianto culturale” della comunità di origine di entrambe le parti, non si premura di compiere una minima verifica sui fatti essenziali del processo ma dà fiato alle trombe dello scandalo ed innesca una reazione a catena a dir poco grottesca.
- La condanna mediatica di un imputato assolto: storia del processo
- Prove dell’innocenza occultate? Il pm incriminato a Brescia e promosso con lode a Milano
- Responsabilità da posizione, il “vertice” non può pagare sempre per tutti
- Chi sono i nuovi Casalesi: meno omicidi, più soldi e la strategia dello scambio
- Napoli. Pasqua in carcere, don Palmese: stare con i detenuti è annunciare il Vangelo











