di Antonella Napoli
L’Espresso, 10 marzo 2024
Il conflitto scoppiato nel 2023 ha causato migliaia di morti e spinto 11 milioni di persone a fuggire. Chi resta è in balia di violenze e carenza di cibo. Nel silenzio della comunità internazionale. Suliman Ahmed Hamid ha profondi occhi scuri. Uno sguardo che non lascia indifferenti, nonostante la luce che li faceva brillare sia offuscata da stenti e dolore. Italiano d’adozione, 69 anni, di cui 15 trascorsi a Roma, Suliman è fuggito dal Sudan in guerra. Emblema del dramma di un popolo dimenticato, la sua storia inizia con il nuovo conflitto scoppiato il 15 aprile del 2023, che ha costretto 11 milioni di persone a scappare dalle loro case e ha causato un numero incalcolabile di morti. Almeno 20 mila, la maggior parte provocati dai bombardamenti delle Forze armate sudanesi, ma anche dalla ripresa della pulizia etnica nella regione del Darfur perpetrata dalle Forze di supporto rapido (Rsf) che si contrappongono all’esercito regolare.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 10 marzo 2024
È stato un 8 marzo che ha visto il dibattito sui media concentrarsi giustamente sui diritti delle donne nel nostro Paese e all’estero ma che si è scordato di Kabul. Le ragazze italiane, quelle iraniane, le ucraine, le israeliane e le palestinesi. È stato un 8 marzo che ha visto il dibattito sui media concentrarsi giustamente sui diritti delle donne nel nostro Paese e all’estero ma che si è scordato delle afghane. Quelle stesse giovani di cui abbiamo parlato e scritto per oltre 20 anni ora sembrano essere scivolate nell’oblio, come se le loro sofferenze e le loro privazioni non ci riguardassero più. Eppure le afghane sono le uniche al mondo cui viene vietato per legge di studiare all’università.
di Corrado Marcetti*
Fuori Binario, 9 marzo 2024
Una riflessione sulla sentenza della Corte Costituzionale n. 10 del 26 gennaio 2024, che ha riconosciuto il diritto soggettivo all’affettività e alla sessualità delle persone detenute. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 10 del 26 gennaio 2024, ha riconosciuto il diritto soggettivo all’affettività e alla sessualità delle persone detenute sancendo l’incostituzionalità dell’art.18 dell’ordinamento penitenziario che impedisce, con l’imposizione del controllo visivo, qualsiasi carattere di riservatezza nelle sale colloqui. Dopo una lunga serie di interpellanze, tergiversazioni e rimandi, la “questione” delle relazioni affettive in carcere raggiunge finalmente un approdo positivo.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 9 marzo 2024
Dopo l’inchiesta di Perugia sui presunti accessi abusivi la politica si mobilita e passa al contrattacco. Il guardasigilli sente Crosetto. I presunti dossieraggi e gli accessi abusivi ai database della procura nazionale antimafia hanno provocato una lunga serie di reazioni politiche. In prima fila gli esponenti del governo. Il guardasigilli Carlo Nordio ha riferito di aver avuto “un informale scambio di opinioni” con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, al quale ha espresso l’esigenza di un intervento ben preciso. “Credo che a questo punto - ha detto il ministro della Giustizia - si possa e si debba riflettere sulla necessità dell’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta con potere inquirente per analizzare una volta per tutte questa deviazione che già si era rilevata gravissima ai tempi dello scandalo Palamara e che adesso, proprio per le parole di Cantone, è diventata ancora più seria”.
di David Romoli
L’Unità, 9 marzo 2024
“Violazioni anche in passato ma ora è il punto di non ritorno”, chiosa il ministro. Che pensa a una nuova stretta sulle carte riservate. Imbarazzo nel Pd. È il turno di Nordio. Il guardasigilli dice la sua sul dossieraggio, faccenda i cui contorni e le cui reali dimensioni continuano a essere incerti e offuscati, e ci mette il carico pesante: la commissione d’inchiesta. Nordio parte dall’audizione in effetti fragorosa di Cantone: “Ha usato parole estremamente forti, quindi credo sia necessaria una riflessione profonda sulle violazioni del diritto alla riservatezza. C’erano già state in passato ma ora abbiamo raggiunto un punto forse di non ritorno”.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 marzo 2024
Il pm della Procura Antimafia pronto a respingere le accuse sulle veline illegali. “Zero abusi, non sono il capo degli spioni”. Due giorni dopo l’audizione del procuratore Raffaele Cantone agli organismi parlamentari - commissione bicamerale antimafia e Copasir - sul presunto dossieraggio a carico di politici e personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo, nell’Ufficio giudiziario di Perugia si avverte, come riferito dall’Ansa, un clima di ancora maggiore riservatezza.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 9 marzo 2024
Toghe anziane e con scarsa conoscenza del mondo informatico. A permettere le incursioni nelle banche dati e le fughe di notizie è anche l’impreparazione culturale della magistratura. Il caso di Napoli. È l’unica cosa certa emersa finora dalla vicenda “dossieraggio” e dalle audizioni dei procuratori Melillo e Cantone alla commissione Antimafia: gli uffici giudiziari sparsi per il paese, e non solo la procura nazionale antimafia ai tempi di De Raho e degli accessi abusivi del finanziere Striano, sono un colabrodo in termini di sicurezza delle strutture informatiche e di controllo delle procedure di accesso alle banche dati.
di Iuri Maria Prado
L’Unità, 9 marzo 2024
Non si creda che la “libertà di stampa”, il “diritto dei cittadini a essere informati” e il “dovere dei giornalisti di dare le notizie” costituiscano solo il fascio di gagliardetti retorici messo a presidiare il giro di veline e i traffici del cosiddetto giornalismo d’inchiesta con le procure della Repubblica e con il mandarinato anonimo dello spionaggio di Stato. Quei presunti valori costituzionali, infatti, sono impropriamente chiamati alla protezione di una cultura più vasta e penetrante, che di quel cosiddetto giornalismo d’inchiesta è semmai l’utilizzatrice finale. Mezza da polizia segreta zarista e mezza da sgherri di una fungibile junta sudamericana, quella pratica giornalistica, che compila liste di nomi da monitorare e fa ricettazione di pezzi di mattinale e abbozzi di indagini che dovrebbero essere riservate, è asservita in realtà al precetto di legalità farlocca della cultura inquisitoria e antimafia che non solo non ripudia, ma anzi promuove, la ricerca della presunta verità facendo piazza pulita delle regole di giurisdizione e dei diritti dei cittadini, le une e gli altri considerati spiacevoli impicci sulla via per perseguire il bene di cui si fanno interpreti, in consorzio, lo strapotere inquirente e il giornalista di complemento. Che lo Stato si munisca persino di una Commissione parlamentare intestata “all’antimafia” e di una apposita Procura Nazionale e che, non casualmente, vengano da lì i sentori di certe nefaste compromissioni, è il segno di quanto poco il fenomeno possa essere attribuito solo ad accidentali malversazioni e a un malcostume poco sorvegliato.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 marzo 2024
Da trent’anni direttori ed editori ci intimano di produrre scoop giudiziari che squalifichino la politica. Risultato: rispetto a prima di Mani pulite, i lettori dei quotidiani sono crollati. Forse è ora di sottrarsi a questo perfido incantesimo. Erano i giorni caldi del delirio Consip. Delle accuse ad Alfredo Romeo, oggi editore di Riformista e Unità, indagato per megacorruzione in un presunto intreccio, poi smentito, con Renzi padre. Un collega, che ho sempre considerato un modello, un esempio a cui guardare, mi rivela in un fugace incontro in metro: “Al giornale mi hanno messo in croce perché non avevo la notizia uscita sul Fatto”. Notizia, per inciso, riferita dal quotidiano di Marco Travaglio in violazione, come al solito in questi casi, del reato di cui all’articolo 684 del codice penale che, per chi ancora non conoscesse la barzelletta, punisce chiunque pubblichi illegalmente atti d’indagine con ben 51 euro di ammenda.
di Piero Sansonetti
L’Unità, 9 marzo 2024
La grande maggioranza del giornalismo italiano è fatta da gente seria e onesta. Il problema è che il potere è in mano a un pezzo vasto e corrotto del giornalismo giudiziario, che ha reso prigioniero il mondo dell’informazione. Mercoledì il capo della Procura nazionale antimafia, Giovanni Melillo, e ieri il Procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, hanno illustrato le dimensioni del dossieraggio messo in piedi da una associazione di giornalisti e uomini della procura antimafia.
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