di Giuseppe Grassonelli*
L’Unità, 14 gennaio 2024
È necessario ridurre l’isolamento di noi detenuti e il senso di estraneità e repulsione della società, accorciare l’estraneità reciproca. Prendo le mosse da un articolo di Tullio Padovani, “Il carcere va abolito, ecco perché”, uscito su l’Unità il 5 luglio 2023 e che è anche riportato in prefazione all’ultima pubblicazione di Nessuno tocchi Caino, “Pena di morte e morte per pena”. “Il carcere è fatto per sputare all’esterno rifiuti, inutili, inidonei, incapaci di tutto”. Questa frase, in particolare, mi ha colpito nel ricco e articolato ragionamento di Tullio Padovani, volto a farci riflettere sull’importanza di rendere il carcere meno desocializzante, come unica via possibile di uscita da questi tempi cupi. Ho provato a riflettere su come si possa colmare il divario che ci isola dalla società, cosa significhi, come portare la società dentro il carcere e il carcere fuori. Alla luce anche di un anno appena trascorso che è stato molto importante per me.
di Marco Ventura
Corriere della Sera, 14 gennaio 2024
Frédéric Chauvaud, dal 1998 professore di Storia contemporanea all’università di Poitiers, già membro del comitato nazionale del Cnr francese, si è concentrato sullo studio della violenza, dei conflitti e della giustizia penale. Si è dedicato alla storia dell’odio, tema sul quale ha pubblicato Histoire de la haine. Une passion funeste 1830-1930 (Presses universitaires de Rennes, 2014). Frédéric Chauvaud ha dedicato una vita allo studio della violenza nella storia. Si è concentrato sulla Francia tra Otto e Novecento, ma le sue analisi travalicano il luogo e il tempo. Il suo libro sulla “passione funesta” che percorre la Francia tra 1830 e 1930 è, come indica il titolo, una vera “Storia dell’odio” (Histoire de la haine, 2014). “L’odio”, scrive il professore dell’università di Poitiers, “possiede una storia: le sue espressioni, le sue modalità, i suoi oggetti e i suoi effetti non sono né identici né immutabili”. In collegamento da casa, Chauvaud dialoga con “la Lettura” su come la storia possa farci comprendere l’odio.
di Andrea Valdambrini
Il Manifesto, 14 gennaio 2024
Non solo gli Stati. Tante realtà a sostegno del processo a L’Aja. Spagna, Belgio e Irlanda le voci più critiche verso Tel Aviv. Ma per ora non aderiscono. Più di mille organizzazioni, partiti, sindacati e movimenti in tutto il mondo che hanno espresso il loro sostegno al Sudafrica nella causa intentata contro Israele alla Corte Internazionale di Giustizia de l’Aja (Icj). Le organizzazioni si esprimono attraverso un appello congiunto ai Paesi che non appoggiano la richiesta di Pretoria per “dare forza alla denuncia formulata con forza e con buone argomentazioni”. È questo “il modo per assicurare che ogni azione di genocidio venga fermata e i responsabili possano essere assicurati alla giustizia”, si legge nel testo firmato da sigle americane come il MalcolmX Center, britanniche come la Human Righs Commission e il Critical Studies of Zionism, ma anche spagnole, belghe, francesi e tedesche.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 14 gennaio 2024
Oltre Gaza, dallo Yemen allo Stretto di Bab al Mandeb fino a Suez. Come l’Occidente sta contribuendo a un’altra guerra senza avere tentato di evitarla. Li chiamano “ribelli” ma occupano la capitale Sanaa da quasi dieci anni, governano il 70% del Paese e controllano l’esercito yemenita: alleati dell’Iran - come Hezbollah, Hamas, il regime siriano di Assad e le milizie sciite irachene - minacciando la navigazione dallo stretto di Bab el Mandeb fino a Suez, sono il nuovo “nemico perfetto” degli Usa e dell’Occidente. Tutto questo senza averci mai parlato o negoziato e considerato le loro istanze. Non volevamo la guerra allargata in Medio Oriente ma stiamo contribuendo a un altro conflitto senza avere tentato di evitarlo.
di Sergio D’Elia*
L’Unità, 14 gennaio 2024
Nessun preavviso. Entrano in cella ti portano dritto al patibolo. Nel 2023 non ci sono state esecuzioni, ma l’incertezza è lacerante. Una buona notizia è giunta alla fine dell’anno appena trascorso dalla terra del Sol Levante. Per la prima volta dal 2020, non si è verificato nessun damashi-uchi, un “attacco a sorpresa”, come gli esperti definiscono il modo di fare giustizia in Giappone. Nella nazione dove nasce il sole e tutto luccica, dai palazzi imperiali ai mille templi e santuari dorati, dai grattacieli infiniti nelle grandi città ai parchi nazionali sulle montagne, c’è solo un luogo dove tutto è coperto da una coltre spessa di incertezza e segretezza: il braccio della morte. Il codice di procedura penale prevede che l’esecuzione della pena di morte sia effettuata entro sei mesi dalla data in cui la sentenza diventa definitiva e senza scampo, ma chi sarà giustiziato e in che tempi dipende da quel che passa per la mente del Ministro della Giustizia.
di Ornella Favero*
Il Riformista, 13 gennaio 2024
In questi giorni il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha trasferito a Oristano Tommaso Romeo, una persona detenuta in Alta Sicurezza 1 a Padova, in carcere da più di trent’anni, di cui 8 in 41 bis e più di dieci a non far niente nei circuiti di Alta Sicurezza, fino all’arrivo a Padova, dove da più di dieci anni fa parte della redazione di Ristretti Orizzonti. E lo hanno trasferito, sulla base di una indagine in corso per la quale hanno arrestato suo fratello e altri per fatti risalenti al 2016-17.
di Alessandra Vanzi
Il Manifesto, 13 gennaio 2024
Una conversazione tra Mauro Palma, da poco ex Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, e Monsignor Matteo Zuppi, presidente della Cei. Nel 2020, durante la pandemia, ho avuto l’occasione di girare delle interviste e altro materiale sull’attività e la persona di Mauro Palma, al tempo Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà; tutto ciò è stato possibile grazie al valido e gratuito contributo di giovani professionisti al tempo disoccupati per via del Covid e all’insostituibile contributo delle mie due figlie che hanno messo insieme la squadra. “La matematica della libertà”, titolo provvisorio del mio doc fantasma, giace al momento nel cassetto in attesa che qualcuno voglia investire qualche euro per finirlo. L’idea era nata in seguito alle rivolte carcerarie e ai troppi morti tra i detenuti. Su questo tema sono riuscita a riprendere una lunga conversazione tra Palma e Monsignor Matteo Zuppi.
di Rita Bernardini
L’Unità, 13 gennaio 2024
La situazione impone un provvedimento di clemenza non tanto per i detenuti ma per lo Stato che è fuori dai parametri costituzionali. Con Roberto Giachetti inizierò lo sciopero della fame dalla mezzanotte del 22 gennaio prossimo: è bastato annunciarlo perché altri cittadini decidessero di unirsi nel cammino di questa iniziativa nonviolenta. Siamo convinti che uno Stato che voglia definirsi “democratico” e “di diritto” non possa permettersi la catastrofica situazione attuale: oltre 60.166 detenuti sono costretti a vivere in 47.540 posti con un sovraffollamento medio del 127%. In particolare, 103 istituti penitenziari su 189 hanno un sovraffollamento del 150%, il che vuol dire che lo Stato italiano in 100 posti disponibili accalca 150 esseri umani.
di David Allegranti
lettera43.it, 13 gennaio 2024
Il 2024 si è aperto con due detenuti che si sono tolti la vita. A fronte di una capienza di 51.179 posti, ci sono 60.166 persone dietro le sbarre. Mancano strutture per la salute mentale. E l’esecutivo che fa? Aumenta il numero dei penitenziari. Che non serve a niente. Analisi di una piaga atavica che la destra sembra snobbare. Nemmeno due settimane di 2024 e sono già due i suicidi nelle carceri italiane. Fatiscenti, da abbattere (come Sollicciano a Firenze, ma non è l’unico). Sovraffollate: 60.166 detenuti presenti al 31 dicembre 2023, parecchio oltre la capienza regolamentare del sistema carcerario, che è di 51.179 posti. Senza strumenti in grado di affrontare l’aspetto psicologico secondo una ricerca di Antigone, il 77,6 per cento degli istituti penitenziari non ha un’articolazione per la salute mentale. Carceri inadeguate, insomma, dove ci finisce chi non ci dovrebbe stare, come il 23enne Matteo Concetti, affetto da patologia psichiatrica, che si è ammazzato nel carcere di Ancona.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 13 gennaio 2024
Strasburgo censura l’Italia per un ergastolano lasciato senza fisioterapia. E in un solo giorno due morti nelle celle. Nelle stesse ore in cui arriva la condanna della Corte europea dei diritti umani all’Italia per maltrattamenti nei confronti di un ergastolano a cui non sono state garantite le cure mediche dovute, sale a otto il numero di decessi di detenuti in carcere dall’inizio dell’anno. Due in un solo giorno.
È la seconda volta nel giro di una settimana che nel carcere Montacuto di Ancona muore un recluso. Dopo Matteo Concetti, suicida in una cella di isolamento (ma gli inquirenti hanno aperto un’inchiesta per istigazione), nella notte tra giovedì e venerdì è deceduto anche un 41enne di nazionalità algerina che era stato arrestato il 3 gennaio a Loreto per possesso di 52 grammi di eroina. A dare l’allarme sono stati i suoi compagni di cella, ma per stabilire le cause della morte bisognerà attendere l’autopsia disposta dalla procura.
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