di Riccardo De Vito
volerelaluna.it, 10 gennaio 2024
Il 31 dicembre 2023 le persone detenute presenti nelle carceri italiane hanno toccato quota 60.166. La capienza regolamentare degli istituti di pena prevede un massimo di 51.179 ospiti, ma quella effettiva si aggira attorno ai 48.000 posti. Le carceri italiane, dunque, tornano a esplodere. Il sovraffollamento è un buco nero che ingoia tutto, a partire dalle vite dei detenuti: 84 suicidi nel 2022, 68 nel 2023. Nel carcere straripante di presenze, ogni prospettiva di umanità della pena e di rispetto dei diritti soggettivi delle persone ristrette rischia di essere uccisa in culla, per non parlare delle concrete possibilità di reinserimento sociale delle condannate e dei condannati. Sotto quest’ultimo profilo, le cifre sono spietate: nel carcere italiano, in media, è presente un educatore ogni 75 detenuti, con il picco negativo (ma non isolato) raggiunto dalla Casa Circondariale romana di Regina Coeli, dove nel 2022 gli educatori effettivi erano 3 a fronte di 1002 detenuti; a lavorare è solo il 29% della popolazione ristretta, mentre poco più del 6% è coinvolto in progetti di formazione professionale. Anche gli sforzi più apprezzabili (ve ne sono di quasi eroici) di gestire al meglio gli spazi a disposizione e le risorse esistenti sono frustrati dalla durezza della situazione.
di Giuseppe Rizzo
Internazionale, 10 gennaio 2024
Il carcere è diventato la risposta a tutto: alla malattia psichiatrica, alla dipendenza da alcol o droghe, alla povertà. Il primo suicidio in prigione del 2024 è quello di un ragazzo di 23 anni, ma anche quello di un sistema crudele e fallimentare. Matteo Concetti era rinchiuso nel carcere di Montacuto ad Ancona per reati legati alla droga e contro il patrimonio. Da quando aveva quindici anni faceva i conti con un disturbo bipolare, e poi con la tossicodipendenza: le due cose, come può succedere, si erano strette in un abbraccio pericoloso; e il carcere, come sempre succede, è intervenuto a peggiorare entrambe.
di Felice Manti
Il Giornale, 10 gennaio 2024
A chiedere il suicidio assistito è Nazareno Calajò, malato e senza una gamba: voglio togliermi la vita ma non ci riesco. Quanto vale la vita di un detenuto in attesa di giudizio, così disperato da chiedere allo Stato di aiutarlo a togliersi la vita? Il Giornale ha intercettato la richiesta di suicidio assistito depositata all’Asl e all’Associazione Luca Coscioni da Nazareno Calajò, piccolo boss della mala milanese, malato e senza una gamba e sotto sorveglianza speciale a Opera. “Sono curato (male) al centro clinico e non posso suicidarmi perché guardato a vista. Chiedo il suicidio assistito”, scrive nella lettera pubblicata sul quotidiano.
di Francesca Galici
Il Giornale, 10 gennaio 2024
Non tutti i detenuti sono fumatori ma le regole penitenziarie permettono a chiunque di fumare in cella, penalizzando chi non è dedito a questa attività. “Servono carceri per non fumatori”. Un detenuto che sconta la sua pena in un qualunque penitenziario italiano, durante la sua permanenza in carcere, non ha a disposizione grandi possibilità di svago. D’altronde, se si trova recluso, è perché ha commesso un reagito e non può godere dei privilegi che derivano dalla libertà. Le sigarette rappresentano una delle poche attività consentite nelle celle delle carceri ma qualcosa potrebbe prossimamente cambiare. Infatti, nei penitenziari non ci sono solamente detenuti dediti al fumo ma chi non ha questa abitudine non ha possibilità di uscire per cambiare aria, è costretto a subire il fumo passivo se il suo compagno, o i suoi compagni, di cella sono fumatori.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 10 gennaio 2024
La tensione e talora la contrapposizione tra ordine giudiziario e sistema politico non è un fenomeno solo italiano. La Corte costituzionale di Karlsruhe ha bocciato il bilancio tedesco, la magistratura spagnola osteggia l’amnistia per i secessionisti catalani e contrapposizioni dello stesso tipo si sono verificate in altri paesi, dalla Polonia all’Ungheria. In Italia, però, questa tensione ha una durata eccezionalmente lunga. Il ministro Guido Crosetto, dopo aver denunciato l’ostilità preconcetta di alcuni magistrati, ha indicato la strada di un “patto” tra politica e magistratura che attenui le tensioni, ovviamente nel rispetto delle funzioni di ciascuno. È possibile un “patto” di questo tipo e di che elementi può essere costituito? Quali possono essere gli interlocutori? La politica dovrebbe esprimersi con una espressione unitaria più ampia di quella costituita dalle sole forze di governo. Servirebbe un apporto, oltre che dei centristi, del Partito democratico, essendo scontata l’autoesclusione dei giustizialisti a 5 stelle. Dalla parte della magistratura organizzata è difficile identificare un interlocutore unitario, visto che la dialettica tra le correnti della magistratura appare, in qualche caso, persino più aspra di quella tra i partiti. Anche per questo, una delle condizioni del patto è l’attenuazione delle connotazioni politiche delle correnti. Il tema centrale del patto dovrebbe essere la definizione comune degli spazi (e dei limiti) di legittimità della “interpretazioni delle leggi” da parte della magistratura, che talora debordano fino alla pregiudiziale disapplicazione di quelle sgradite. Naturalmente non può essere un “patto” generale: come ogni “corporazione” anche quella giudiziaria continuerà a difendere le proprie ragioni e i propri interessi, così come i governi continueranno a cercare una compatibilità con i conti dello stato. Anche su questo terreno, però, la politica può fare qualche passo avanti, favorendo e finanziando il completamento degli organici e la transizione tecnologica degli uffici giudiziari. È una strada impervia, ma non sempre le utopie sono destinate a restare tali.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 gennaio 2024
A favore la maggioranza con Italia Viva, contrari Pd, M5S e Avs. E ora la Lega vuole riscrivere la legge Severino. La maggioranza blinda l’abolizione dell’abuso d’ufficio. Con il voto unanime di FdI, Lega e Forza Italia, appoggiati da Italia Viva, con Ivan Scalfarotto, in Commissione Giustizia al Senato, dove ieri è iniziato il voto degli emendamenti al ddl Nordio.
di Alessandro Barbera
La Stampa, 10 gennaio 2024
La maggioranza insieme a Italia Viva abolisce in commissione Giustizia il reato. I primi a plaudire per l’abolizione del reato di abuso d’ufficio saranno i sindaci, di destra e sinistra. Fra i tanti, l’avevano criticato il primo cittadino Pd di Pesaro Matteo Ricci e quello di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà, sospeso due anni per fatti che la Cassazione ha poi stabilito “non sussistere”. Pur non chiedendo la cancellazione del reato, aveva invocato modifiche anche il sindaco di Bari e presidente dell’Associazione dei Comuni Antonio Decaro. “Nel 93 per cento dei casi le inchieste non arrivano nemmeno al giudizio. Ogni giorno un sindaco deve decidere se firmare un atto o non firmarlo, rischiando l’omissione in atti d’ufficio. Questo rallenta le procedure mentre ci viene chiesto di accelerare sui progetti Pnrr. Chiediamo solo certezze”. La decisione di ieri della commissione Giustizia del Senato non lascia incertezze: l’articolo 323 del codice penale non c’è più. Ha votato compatto a favore il centrodestra con il sostegno di Italia Viva, ha votato contro l’opposizione, anche se Enrico Costa, a nome di Azione, era favorevole.
di Flavia Amabile
La Stampa, 10 gennaio 2024
L’ex presidente dell’Anm: “Esecutivo forte con i deboli e debole coi forti. Inventano reati su questioni minori e poi minano il sistema penale”. Il governo che cancella il reato di abuso d’ufficio? È debole con i forti e forte con i deboli, sostiene Eugenio Albamonte, giudice, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati.
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 gennaio 2024
Parla il past president dell’Ucpi ed ex deputato di Forza Italia: “Certo, l’articolo 323 del codice penale e lo strumento di cui le toghe si servono per sostituirsi alla politica”. “Si possono dire molte cose sull’abuso d’ufficio. Ma di sicuro quel reato, così com’è tuttora descritto dal codice penale, costituisce il grimaldello grazie al quale la magistratura avoca a sé i poteri della politica”. Ed evitare che il potere giudiziario perseveri nel fagocitare ciò che resta del potere politico è ancora una priorità, dice Gaetano Pecorella. Certo, se l’avvocato che oltre ad aver presieduto l’Unione Camere penali ha guidato la commissione Giustizia della Camera si vede angherie, le subiscono proprio dai magistrati. A chi è perseguitato e poi riconosciuto innocente. Nessuno ha l’autorità morale per presentarsi come salvatore dei cittadini onesti.
di Giulia Merlo
Il Domani, 10 gennaio 2024
A sorpresa la corte d’appello di Brescia ha fissato la prima udienza del processo di revisione per i coniugi condannati all’ergastolo Olindo Romano e Rosa Bazzi. Il procedimento straordinario potrà concludersi con l’assoluzione oppure con il rigetto della richiesta di revisione e ha provocato uno scontro dentro la procura generale di Milano. Si riapre il caso della strage di Erba. A 17 anni dai fatti e 13 dalla condanna definitiva all’ergastolo per i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi per gli omicidi di Raffaella Castagna, il figlio Youssef di soli due anni, la nonna del piccolo Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini, la corte d’appello di Brescia ha fissato l’udienza per la richiesta di revisione del processo a loro carico. La corte, infatti, ha emesso un decreto di citazione a giudizio nei confronti dei due coniugi condannati e ora si apre una nuova fase straordinaria del giudizio.
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