di Rosario Aitala*
Avvenire, 5 novembre 2023
Dal Palazzo della Consulta arriva una lezione politica memorabile. L’occasione è particolare, il processo Regeni, le implicazioni universali. Nella sentenza del 26 ottobre la Corte ha stabilito che la mancata cooperazione di uno Stato non può paralizzare un processo per atti di tortura commessi da agenti pubblici. La Repubblica non può tollerare questo spazio di “immunità”: si legga impunità. La giustizia, scrivono i giudici, deve fare il suo corso anche se non si ha la prova che i quattro funzionari dei servizi segreti accusati di avere sequestrato, torturato e ucciso il giovane dottorando italiano, siano a conoscenza del processo, a causa della mancata assistenza delle autorità egiziane. Lo Stato, conclude la Corte, ha il dovere di giudicare la tortura, che è un delitto universale, fermo restando il diritto dell’imputato a comparire davanti ai giudici e chiedere la riapertura del procedimento.
di Riccardo Radi
terzultimafermata.blog, 5 novembre 2023
La Corte di cassazione, con la sentenza 43091/2023, ha indicato i criteri che deve seguire il giudicante per concedere o negare il beneficio penitenziario previsto dall’articolo 54 ord. pen. La Suprema Corte premette che al pari degli altri benefici penitenziari, la concessione della liberazione anticipata è soggetta all’apprezzamento discrezionale del giudice di sorveglianza, la cui valutazione, che deve riflettersi nella motivazione, deve essere condotta sui binari segnati dall’art. 54 ord. pen.
di Fabrizio Bertè
La Repubblica, 5 novembre 2023
Il progetto “Giocare per diritto” è promosso dalla Uisp Sicilia. “Ciao papà, ci vediamo sabato”. Una frase che racchiude emozioni e sentimenti. Gioia e malinconia. E che rappresenta l’essenza del progetto “Giocare per diritto,” promosso dalla Uisp Sicilia e sostenuto dall’impresa sociale “Con i bambini”, attraverso il bando pubblico “Un passo avanti”. Un progetto che ha coinvolto ben otto istituti penitenziari della Sicilia: Palermo, Catania, Messina, Agrigento, Ragusa, Trapani, Enna e Giarre e che ha visto la realizzazione di laboratori, aree-gioco e attività sportive.
di Gabriella Mazzeo
fanpage.it, 5 novembre 2023
Il boss Antonino Lauricella, 69 anni, è morto di malattia in carcere a Palermo. L’uomo fu definito la “terza linea” di Cosa Nostra e fu arrestato dopo anni di latitanza nel 2011 al mercato di Ballarò. Nel quartiere dove viveva lo chiamavano "Scintilluni", per via della sua "eleganza". Antonino Lauricella, 69 anni, boss del quartiere della Kalsa, è morto a Palermo in seguito a una lunga malattia. Risultava latitante dal 2005 e fu arrestato solo nel 2011 a Ballarò. Il boss è morto in carcere.
Il Messaggero, 5 novembre 2023
Un detenuto, Stefano Fedeli, romano di 55 anni, è morto all’interno del carcere di Sulmona dove stava scontando una condanna all’ergastolo per aver ucciso una guardia giurata nel 2014. L’uomo, che era affetto da alcune patologie, è stato trovato ieri mattina nel suo letto privo di sensi. Immediatamente sono scattati i soccorsi, ma i tentativi di rianimazione non hanno prodotto effetti e l’uomo è deceduto.
di Francesco Tiziano
Gazzetta del Sud, 5 novembre 2023
I motivi della sentenza del Gup: “Dalla videosorveglianza si vede chiaramente come restano sempre fermi”. Prosciolti “perché gli elementi acquisiti non consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna”. È questa la motivazione con cui il Gup di Reggio Calabria, Vincenzo Quaranta, ha dichiarato “non luogo a procedere” nei confronti di sei agenti di Polizia penitenziaria in servizio alle carceri reggine “San Pietro” dove il 22 gennaio 2023 sarebbe stato pestato, e sottoposto a tortura, un detenuto napoletano.
di Luciano Piras
La Nuova Sardegna, 5 novembre 2023
“Un direttore di questa caratura professionale ed umana non lo si trova dietro una qualsiasi porta. Proponiamo perciò di intestare la Casa di reclusione di Mamone alla dottoressa Patrizia Incollu, un giusto riconoscimento tra i tanti che meriterebbe di avere, visto l’alta appartenenza allo Stato e l’abnegazione al dovere che l’ha sempre contraddistinta e che ha fatto della direttrice un pilastro della nostra amministrazione”. A firmare la richiesta è Giovanni Villa, segretario regionale della Cisl Fns.
di Fabrizio Guglielmini
Corriere della Sera, 5 novembre 2023
La sicurezza in città e i taxi restano fra i dossier più dibattuti delle ultime settimane. E sono questi i temi che il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha affrontato a margine della deposizione della corona di fiori al sacrario dei Caduti, in occasione della giornata delle Forze armate. Sulla sicurezza “indubbiamente la situazione continua a essere delicata e so anche che bisogna fare di più, sia in termini di controllo sia anche rispetto al fatto che c’è la sensazione di uno scarso rischio da parte di chi delinque”.
di Massimiliano Nerozzi
Corriere di Torino, 5 novembre 2023
I dati del tribunale sui procedimenti collegiali. Il numero dei processi collegiali per reati contro le fasce deboli - dentro i quali ci sono quelli del “codice rosso” - sono passati dal 31,71 per cento sul totale del 2019, al 46,94 per cento del 2022, superando i generici. Emerge dai dati del tribunale. L’impennata dei reati contro le fasce deboli - dentro ci sono quelli da “codice rosso” - è dimostrata dal numero dei processi collegiali arrivati nelle aule del tribunale (dal gup, alla cui udienza si riferisce l’anno della statistica): erano il 31,71 per cento sul totale nel 2019, contro il 46,94 per cento del 2022. Per non parlare del 47,92 per cento dell’anno precedente. Nettamente superiore alla quota dei processi riguardanti reati generici, fermi al 31,12 per cento (nel 2022) e al 23,96 per cento (nel 2021).
di Giulia Merlo
Il Domani, 5 novembre 2023
L’addio di Pignatone, l’esito di Mafia Capitale e il caso Palamara hanno intimidito l’azione dei pm. Poche grandi inchieste dall’arrivo del procuratore Lo Voi. Che ha l’organico ridotto del 25 per cento. Negli anni Settanta e Ottanta la procura di Roma si portava addosso il soprannome di “porto delle nebbie”. Certo l’edificio è un labirinto cupo di scale interne e corridoi bui, pavimentati di sampietrini che - nell’opera del progettista - dovevano rappresentare che la giustizia è vicina alle strade dove passeggiano i cittadini. Il soprannome, però, è rimasto incollato al palazzone di piazzale Clodio per lustri, perché le inchieste ai poteri economici e politici della Capitale si perdevano dietro una coltre di nebbia, per non uscirne più. Insabbiati o contesi con altri tribunali, con allungamento matematico dei tempi per poi non arrivare a nulla: dai due “scandali dei petroli” ai fondi neri dell’Iri, fino a scampoli delle indagini che poi produssero il terremoto di Tangentopoli ma che a Roma non diedero grandi frutti. “A Milano certe cose non succedono”, era il ritornello dei magistrati all’epoca, che però si sente pronunciare di nuovo oggi nell’anonimato delle conversazioni con le toghe milanesi. Poi, però, recentemente anche la procura meneghina ha visto incollarsi addosso il nomignolo scomodo di “palazzo dei veleni”, dopo gli scontri interni alla procura intorno al caso Eni Nigeria e alla presunta Loggia Ungheria inventata da Piero Amara.
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