di Roberta Barbi
vaticannews.va, 20 febbraio 2024
Si intitola “Ristretti nell’indifferenza - testimonianze dentro e fuori il carcere” il nuovo libro della religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo e volontaria da anni nell’istituto romano di Rebibbia, dove i detenuti partecipano a un laboratorio di scrittura. Edito da Iacobelli, ha la prefazione del cardinale Zuppi. Virus, chiusura, odio, vuoto, ferita, depressione, arma malvagia, non-azione: sono queste le definizioni di indifferenza che rimbalzano tra le pagine della nuova fatica letteraria, dal titolo “Ristretti nell’indifferenza - testimonianze dentro e fuori il carcere”, che ha dato alle stampe suor Emma Zordan, religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo e volontaria da anni nell’istituto romano di Rebibbia. Edito da Iacobelli, con la prefazione del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, il libro vede i contributi proprio di quei “ristretti nell’indifferenza” che danno il titolo all’opera, spesso ignorati sono anche nella realtà.
di Francesca Mambro*
L’Unità, 20 febbraio 2024
Ad altri, più competenti di me, una precisa biografia politica e intellettuale di Gianni Borgna. Ma io l’ho conosciuto, abbastanza bene, e di questo mi sento di parlare, con un tanto di nostalgia per epoche più “dialogiche”. Il mio ricordo che potrà apparire alieno, è per una persona straordinaria che ho conosciuto inizialmente in carcere e poi molti anni dopo quando sono uscita perché presentò due libri. Il primo, “Nel cerchio della prigione”, scritto a quattro mani con Laura Braghetti, ex appartenente alla colonna romana delle Brigate rosse. L’altro, “Il bacio sul muro”, sulle storie delle donne detenute conosciute in carcere e che presentammo insieme a Clara Sereni e Furio Colombo nel 2000. Lo sguardo mite, dietro i suoi occhialini, l’aspetto innocuo e la voce dal suono quasi canzonatorio, avrebbero potuto ingannare. Gianni Borgna, lo studente di filosofia che aveva abbracciato il movimento del ‘68, il capogruppo del Partito Comunista alla Regione Lazio, assessore alla Cultura delle giunte di sinistra a Roma consecutivamente dal ‘93 al 2006, un militante come si diceva ai nostri tempi, era un vero duro. Ma non nel senso che si intendeva negli anni 70, dei gruppi estremisti e dell’antifascismo militante.
di Sara Gandolfi
Corriere della Sera, 20 febbraio 2024
Nessuno dovrebbe essere lasciato indietro, mentre si allarga la forbice tra ricchezza e povertà. L’esempio di Katalin Karikó, Premio Nobel per la medicina 2023. Oggi, martedì 20 febbraio si celebra la Giornata mondiale della Giustizia sociale. Le Nazioni Unite ne danno una definizione vaga: “Svolge un ruolo importante nel raggiungimento di percorsi di sviluppo socio-economico più inclusivi e sostenibili”. In parole povere, nessuno dovrebbe essere lasciato indietro. Ognuno dovrebbe avere le stesse opportunità di crescita, la possibilità di raggiungere standard di vita dignitosi. Utopia? Di sicuro una realtà difficile da conquistare in un contesto sociale, a livello nazionale e internazionale, sempre più atomizzato ed individualista, dove le diseguaglianze - economiche, di genere, educative - restano abnormi. Oggi, quasi due terzi della nuova ricchezza prodotta a livello mondiale finisce nelle mani dell’1% della popolazione. “I cinque uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato le loro fortune dal 2020, mentre quasi 5 miliardi di persone sono diventate più povere”, avverte Nabil Ahmed di Oxfam America.
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 20 febbraio 2024
L’emozione per la tragedia di Firenze rischia di produrre risposte inutili o addirittura controproducenti. Se tra le vittime vi erano immigrati irregolari, avremmo la conferma che l’edilizia si regge sulla manodopera dei clandestini: quelli che si cerca di respingere in tutti i modi, con le buone o con le cattive, quando arrivano sui barconi. Secondo lo spirito dei tempi la demagogica risposta sarebbe in nuovi reati.
di Fulvio Vassallo Paleologo
Il Manifesto, 20 febbraio 2024
La decisione della Corte di Cassazione (sentenza n. 4557 del 1 febbraio 2024) sul caso Asso 28 conferma la condanna, in relazione al delitto di abbandono in stato di pericolo di persone minori e incapaci (articolo 591 del codice penale). E per abbandono arbitrario di persone (art. 1155 del Codice della navigazione), stabilita in precedenza dal Tribunale e dalla Corte di Appello di Napoli, a carico del comandante di un rimorchiatore di proprietà della società “Augusta offshore”, a servizio alla piattaforma petrolifera di Sabratha, gestita dall’ente libico Noc e dall’Eni che nel 2018, a seguito di un soccorso di naufraghi in acque internazionali, li aveva consegnati ad una motovedetta libica, dopo averli ricondotti nelle acque antistanti il porto di Tripoli.
di Alessandro Braga
Il Manifesto, 20 febbraio 2024
Il ministro dell’Interno nega la realtà dei Centri. E difende la Libia come “porto sicuro”. Le identificazioni durante il ricordo di Navalny “non comprimono la libertà”. Non sono tanto le parole che ha detto (di per sé già aberranti), quanto il modo in cui le ha dette. Con freddezza, cinismo e distacco. Come se non stesse parlando di persone umane, ma di oggetti. Sguardo fisso, nessun tentennamento né pause dubitative. Non che sia una novità per uno che, un anno fa, con i corpi dei migranti morti nel naufragio di Cutro ancora ammassati nel paesino calabro, diceva che “la disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. E del resto è lo stesso che, nel novembre del 2022, parlava di “carico residuale” per definire i migranti che non potevano scendere dalle navi delle Ong a causa dell’approccio muscolare alla questione immigrazione intrapresa dall’allora neonato governo Meloni. Insomma, Matteo Piantedosi l’atteggiamento da “sbirro cattivo” non se lo scrolla proprio di dosso.
di Matteo Macor
La Repubblica, 20 febbraio 2024
A decidere l’adeguamento francese alle sentenze di Consiglio di Stato e Corte di Giustizia europea, dopo otto anni di violazione sistematica delle norme comunitarie. Le ong: “Avevamo ragione noi”. Qualcosa è cambiato, lungo la frontiera che da nove anni fa da imbuto d’Europa. Lo dicono numeri inaspettati e per certi versi inediti, almeno dal 2015 a questa parte: dall’anno della grande crisi dei rifugiati nel mondo, quando tra Ventimiglia, il suo mare e il muro del confine francese si iniziarono a fermare i sogni di migliaia di migranti, a oggi.
di Nadia Urbinati*
Il Domani, 20 febbraio 2024
Aleksej Navalny è soltanto l’ultima vittima politica del regime di Vladimir Putin. Se ci spostiamo dagli Urali verso ovest, troviamo diversi piccoli e grandi indizi di quanto sia sensato parlare di libertà come di un bene scarso. La libertà civile è un bene pericolosamente scarso in quest’epoca di confusione ideologica e di tolleranza, quando non di attrazione, per governi forti e leader plebiscitari. Con le ovvie proporzioni, la scarsità accomuna regimi diversi e persino opposti. Il caso estremo è quello del dispotismo che l’Europa ospita come est, il regime che è solito eliminare fisicamente i suoi oppositori, in esilio o in prigione.
di Filippo La Porta
L’Unità, 20 febbraio 2024
Ipernazionalista, anti-immigrati, sembrava fatto apposta per non piacerci. Eppure nella sua battaglia per i diritti e la democrazia, è stato, come i Kennedy, un paladino di retroguardia. Per capire la qualità contradditoria della grandezza di Aleksej Navalny - una grandezza peraltro assoluta - ci occorre Pasolini, e in parte anche Lermontov: un “eroe della retroguardia” (come Kennedy a suo tempo) e un “eroe del nostro tempo” (dove la confusione è prima di tutto nelle cose, negli eventi). Diciamolo: Navalny aveva tutto per non piacerci! Ipernazionalista benché non propriamente xenofobo, oscillante in merito all’invasione della Georgia, ferocemente avverso all’immigrazione. In un’occasione ha voluto testimoniare in difesa di un leader neonazista arrestato (tutte notizie che ho appreso in Rete, incrociando le fonti). Ma tutto ciò ora conta pochissimo.
di Pasquale Pugliese*
Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2024
Negli stessi giorni in cui in Italia impazzavano le censure e la guerra alle parole, dell’ambasciata israeliana prima e della Rai dopo, perché dal palco sanremese il giovane Ghali osava evocare nella sua canzone i bombardamenti sugli ospedali e perfino chiedere lo “stop al genocidio” a Gaza, Edgar Morin ospite al Festival del libro africano di Marrakech, dall’alto dei suoi 102 anni, scandiva parole limpide e nette: “Sono indignato per il fatto che coloro che rappresentano i discendenti di un popolo che è stato perseguitato nei secoli per motivi religiosi o razziali, oggi decisori dello Stato d’Israele, possano non solo colonizzare tutto un popolo, scacciarlo in parte dalla sua terra - volendolo scacciare una volta per tutte - ma anche, dopo il massacro del 7 ottobre, commettere una vera e propria carneficina, massiccia, della popolazione di Gaza, continuando senza sosta”. E indicava il compito al quale nessun operatore della cultura e dell’informazione può sottrarsi: “L’unica cosa che possiamo fare, se non riusciamo a resistere concretamente a questa tragedia orribile, è testimoniare. Resistere con la mente, senza mistificazioni, ma avendo il coraggio di guardare in faccia la realtà per continuare a testimoniare”.
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