di Maurizio Montanari*
Il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2023
La frase “Dottore de Lucia, io non mi farò mai pentito” è stata pronunciata da Matteo Messina Denaro nel suo ultimo verbale; mentre pochi giorni fa, in occasione dell’anniversario della morte di Borsellino, mi sono imbattuto in un corteo che inneggiava ad “Uno Stato senza carcere” preceduto da un cartello che gridava “No al 41bis”, formato da persone mobilitatesi per Alfredo Cospito, primo caso di un anarchico sottoposto a questo regime carcerario. In questo “No al 41 bis” confluiscono sia un malinteso senso libertario e anti oppressivo di una parte della sinistra che lo relega a semplice atto di tortura, sia una diffusa pulsione securitaria alimentata da alcune parti politiche.
Il Sole 24 Ore, 10 agosto 2023
L’Ocf denuncia che “l’invito che alcuni direttori di carcere stanno inviando agli avvocati per evitare l’invio di mail o pec per comunicare con i propri assistiti, trasmettendo documentazione processuale, si traduce in una inutile ed evitabile compressione dei diritti di difesa. Sorprende infatti che proprio mentre viene imposto il processo penale telematico si proceda esattamente al contrario nell’ambito carcerario, riducendo l’utilizzo della tecnologia e vanificando così il lavoro di anni ed anni che gli Ordini hanno prodotto, con la stipula di numerosi protocolli con le case di reclusione, proprio per garantire ai detenuti una migliore e più efficiente difesa”.
di Donatella Stasio
La Stampa, 10 agosto 2023
L’esecutivo, e chi lo rappresenta, fa la faccia feroce per “rassicurare” l’opinione pubblica pur sapendo che è sbagliato e non serve a nulla. Se non a cancellare le garanzie. Ha ragione Carlo Nordio: la realtà è complessa, lo è anche il diritto, e figuriamoci la politica. Quindi, si rassegni chi ancora aspetta di vederlo all’opera come ministro garantista o, al contrario, giustizialista. Non sono né l’uno né l’altro, risponde al collega Francesco Grignetti, che lo ha intervistato su questo giornale. È vero, lui è come il Godot di Beckett, si fa aspettare, e intanto confonde, parla e fa parlare di sé in un modo un po’ monotono e surreale, come del resto si addice ai protagonisti del teatro dell’assurdo. Nessuno sa veramente dove ci porteranno Nordio e il suo governo.
di Iuri Maria Prado
L’Unità, 10 agosto 2023
Al Guardasigilli non si può rinfacciare la scelta di militare in una formazione parlamentare ed esecutiva anti-liberale, interprete di una giustizia classista, retrograda e poliziesca.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 10 agosto 2023
Il decreto anti-piromani “valorizza la certezza del diritto e della pena”, dice il ministro della Giustizia. Sul suo ddl: “L’efficienza è prioritaria. Tempi lunghi per la separazione delle carriere, serve intervento costituzionale”. E parla di “piena sintonia con Meloni” e di rapporti “molto buoni” con i vertici dell’Anm.
di Angela Stella
L’Unità, 10 agosto 2023
Sono trascorsi nove mesi e due settimane dal giuramento del Governo Meloni e non c’è traccia del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. No, non siamo stati vittime di una insolazione agostana, semplicemente abbiamo messo in fila alcune circostanze e ci siamo resi conto che forse a Via Arenula c’è solo un ologramma dell’ex magistrato, ex saggista ed ex editorialista che fa tutto il contrario di quello che aveva annunciato il vero Nordio, quello garantista, liberale, contrario al panpenalismo e all’ergastolo, e fautore del carcere come extrema ratio. Partiamo dai fatti più recenti, ossia dall’approvazione in Cdm due giorni fa di un decreto legge che, per “rimediare” ad una decisione garantista della Cassazione, prevede l’estensione ad una serie di ipotesi di reato di criminalità grave - come quelli aggravati dal “metodo mafioso”, con finalità di terrorismo, reati di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti e sequestro di persona a scopo di estorsione - degli strumenti di investigazione disciplinati dalla legislazione in materia di criminalità organizzata, quelli cioè più agili per i pm. Eppure nelle sue linee programmatiche e in altre occasioni pubbliche il Guardasigilli aveva ripetuto: “Noi interverremo sulle intercettazioni molto più radicalmente. Che questa sia una barbarie che costa 200 milioni di euro l’anno per raggiungere risultati minimi è sotto gli occhi di tutti”.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 agosto 2023
C’è perplessità in FI per le contraddizioni del ministro della Giustizia, che ha anche dichiarato di non essere né garantista né giustizialista. “Ma com’è possibile che, dopo tutte le dichiarazioni fatte dal ministro, gli unici provvedimenti presi finora sono aumenti di pena, nuovi reati e un allargamento del perimetro delle intercettazioni? Erano solo dichiarazioni spot?”. C’è sconcerto in Forza Italia per le contraddizioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ieri, in un’intervista alla Stampa, ha dichiarato di non essere né garantista né giustizialista. Dichiarazioni, le sue, che hanno fatto saltare sulla sedia uno dei più grandi sostenitori, il deputato di Azione Enrico Costa, che ha accostato le parole del Guardasigilli a quelle dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che tre anni fa aveva definito quelle tra le due prassi “contrapposizioni manichee”. Per Nordio, chiamato a fare i conti con provvedimenti che smentiscono le sue dichiarazioni programmatiche, i suoi libri e i suoi editoriali, esiste solo “la complessità della realtà”, che forse, molto più semplicemente, è il confronto tra la teoria e la pratica, dove la pratica non è più quella delle aule di giustizia - dove poteva contare sulla propria indipendenza di magistrato -, ma l’arena politica, dove tocca fare i conti con il mandato popolare e, soprattutto, con le regole d’ingaggio. E a scrivere le regole è Giorgia Meloni, una scesa in politica nel nome di Paolo Borsellino, come ama ricordare ad ogni polemica sollevata dalla magistratura, che finora è riuscita a far raddrizzare il tiro alla premier ogni volta che ha potuto. E in questo braccio di ferro a rimanere schiacciato è proprio Nordio, costretto a fare passi indietro per rimanere fedele a Meloni, con la quale ribadisce ad ogni occasione la “piena sintonia”. Così, se è vero che “inasprire le pene e creare nuovi reati non serve a nulla”, come affermava nel suo libro “Giustizia”, ciò non toglie che si possa agire proprio in tal senso per dare un segnale “politico”, come dichiarò mesi fa a “Che tempo che fa” dopo aver messo la firma sul tanto discusso decreto Cutro. Ciò perché, aveva spiegato, nonostante “il segnale della legge penale” non abbia “un significato di deterrenza”, ciò che arriva è “un segnale politico”. Un segnale rivolto all’elettorato - “serve a dimostrare che siamo attenti a questo fenomeno”, in quel caso l’immigrazione clandestina -, dunque, e che a gestire il fenomeno serve poco. Come dimostrato dai dati sconcertanti degli ultimi tempi: durante il governo Meloni gli sbarchi sono triplicati. L’ultima contraddizione risale a pochi giorni fa, quando con un decreto legge il governo ha ampliato le possibilità di fare intercettazioni telefoniche e ambientali, rendendo la norma applicabile anche ai procedimenti in corso, per sanare il vulnus segnalato da molte toghe a seguito di una sentenza di Cassazione. Un intervento annunciato in occasione della commemorazione della strage di via D’Amelio, quello di Meloni, costretta, allora, a “zittire” Nordio, che l’aveva messa in imbarazzo dichiarando ciò che in realtà ha sempre dichiarato, ovvero che il concorso esterno è “un ossimoro”. Ieri, dunque, la premier ha rivendicato il decreto e il suo impegno “nella lotta alla mafia”, ha dichiarato sui social.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 10 agosto 2023
Pericoloso precedente il metodo con cui il provvedimento del governo modifica i requisiti per il controllo delle comunicazioni. Un intervento legislativo giusto nel contenuto (la stabilizzazione di alcuni standard di intercettazione per una serie di reati a cui sinora si applicavano per via giurisprudenziale) può però diventare metodologicamente un precedente pericoloso se, come nella scelta l’altro giorno del Consiglio dei ministri, viene fatto non solo con uno strumento discutibile (il decreto legge), ma anche per una ragione sbagliata quale il dichiarato proposito del governo di neutralizzare i paventati effetti di una sentenza di Cassazione; in un momento sfasato, un anno dopo, alla faccia del requisito dell’”urgenza” che dovrebbe giustificare il delicato ricorso al decreto; e per di più con una norma transitoria ambigua, che per le intercettazioni già disposte nei procedimenti in corso sembra far valere le regole nuove stabilite per il futuro.
di Paolo Pandolfini
Il Riformista, 10 agosto 2023
Con il nuovo Decreto Legge basteranno i “sufficienti indizi” per autorizzare gli ascolti invece dell’originaria formula dei “gravi indizi”. La tanto attesa stretta sulle intercettazioni telefoniche, “una barbarie che ci costa 200milioni di euro l’anno per raggiungere risultati minimi” è durata giusto il tempo di un paio di interviste: quando si è trattato di passare dalle parole ai fatti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato invece il via libera ad un provvedimento che è l’esatto contrario. Da ora in avanti intercettare sarà dunque molto più facile, essendo stata prevista una corsia preferenziale per un lungo elenco di reati. In pratica, con il decreto legge approvato questa settimana dal Consiglio dei ministri, l’ultimo prima della pausa estiva, basteranno i “sufficienti indizi” per autorizzare gli ascolti invece dell’originaria formula dei “gravi indizi”. La norma, peraltro, si applicherà ai procedimenti già in corso. Nello specifico, il nuovo regime riguarda le attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, il sequestro di persona a scopo di estorsione, i delitti commessi con finalità di terrorismo o avvalendosi delle condizioni tipiche della mafia previste dall’articolo 416-bis del codice penale o al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose. Ciò significa che si potranno effettuare intercettazione anche per reati “comuni” purché siano stati commessi con il metodo mafioso. È di tutta evidenza che gli ascolti cresceranno in maniera esponenziale dal momento che in questi anni il concetto di “metodo mafioso” si è allargato a dismisura. Le cronache sono tutto un pullulare di “nuove” mafie che, utilizzando le parole della Cassazione “non radicate nel patrimonio storico assicurato dal prestigio criminale della tradizione, come nel caso delle mafie storiche, quali Cosa nostra, o ndrangheta e camorra”. Anzi, la Cassazione ha anche sdoganato la “piccola mafia la quale nel suo ambito ha sviluppato una forza di intimidazione scaturente dal vincolo associativo fino a farne derivare quella tangibile condizione di omertà e assoggettamento di coloro che si siano trovati a rapportarsi con essa”. Ma non solo. C’è il sospetto che questa riforma estento da ancora di più l’utilizzo del trojan, il virus spia che trasforma il telefono in un microfono sempre acceso e che, appunto, è previsto proprio per i reati di mafia e terrorismo. Virus spia oggetto di un approfondimenin queste settimane in Commissione giustizia al Senato per la sua estrema invadenza nella sfera privata delle persone, anche non direttamente coinvolte nelle indagini.
di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 10 agosto 2023
Se per portare a casa qualche riforma, pur importante e gradita a tanti, come quelle sui reati contro la pubblica amministrazione, sei costretto a gettare il topolino, cioè le garanzie nei confronti degli imputati dei processi di mafia, nella gola del serpente, cioè del popolo affamato di forche, hai disatteso il tuo compito di riformatore.
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