di Daria Bignardi
vanityfair.it, 13 settembre 2023
Le bozze del decreto per trattare i delinquenti ragazzini come i criminali adulti sono solo propaganda: in Italia le leggi sui minori che delinquono ci sono già e sono ottime. Se non fosse che poi magari lo fanno davvero, le bozze del decreto per trattare i delinquenti ragazzini come i criminali adulti farebbero sorridere tanto sono smaccatamente pensate e promulgate sull’onda dell’emotività e della solita voglia di propaganda. In Italia le leggi sui minori che delinquono ci sono già e sono ottime, basta applicarle.
di Michele Serra
ilpost.it
A proposito di baby gang e criminalità giovanile. Per andare alla radice del problema sarebbe necessario un lungo lavoro di risanamento sociale e di cura individuale. Servono insegnanti, assistenti sociali, psicologi, carceri che rieduchino e non abbrutiscano. Servono dignità e decoro nei posti dove si abita e dove crescono i futuri adulti.
di Vincenzo Scalia
Il Manifesto, 13 settembre 2023
Era nell’aria. Dopo anni di pagine di cronache locali e nazionali infestate da notizie sulle baby gangs, seguite da proclami legge e ordine, era scontato che l’attuale maggioranza intervenisse sui minori. Innanzitutto, la sfera penale minorile, ha sempre rappresentato un cruccio per la destra. Ricordiamo il 2004, quando l’allora Guardasigilli leghista, Roberto Castelli, propose il pacchetto di riforma della giustizia minorile, prontamente dichiarato incostituzionale e accantonato.
di Leonardo Fiorentini*
fuoriluogo.it, 13 settembre 2023
Il decreto “Caivano” fa il paio con l’operazione ad alto impatto (solo mediatico) delle forze dell’ordine di qualche giorno fa. Un intervento puramente propagandistico del Governo Meloni che non incide in alcun modo su cause di degrado e disagio, se non con un intervento spot a Caivano, comunque sbilanciato sul lato repressivo. Implementa ulteriormente invece il sistema repressivo, assecondando la bulimia penale ormai patologia del nostro paese.
di Stefano Filippi
it.clonline.org, 13 settembre 2023
Le violenze, la camorra, l’abbandono. E l’intervento dello Stato: “Finalmente, ma non basta. Occorre uno sguardo nuovo su quei ragazzi”. Parla Giovanni Iovinella, in prima linea nel carcere minorile di Nisida. Giovanni Iovinella - ma tutti lo chiamano Felice - Caivano la conosce bene. Da tempo aiuta un ex detenuto, Bruno Mazza, fondatore dell’associazione “Un’infanzia da vivere” che dal 2008 è attiva nel Parco Verde del sobborgo di Napoli. “A Caivano le strade e le palazzine sono tutte uguali e quando vado a trovare Bruno capita di perdere l’orientamento”, dice. “A quel punto sbucano dal nulla tre scooter. Uno dei conducenti mi chiede dove devo andare. Mi scortano, uno davanti e due dietro. A destinazione suonano, si accertano che non abbia raccontato bugie, salutano e se ne vanno. È così che la malavita controlla il territorio. Hanno sentinelle agli angoli delle strade e sui tetti, ragazzi pagati 50 euro al giorno soltanto per tenere gli occhi aperti e segnalare le auto di carabinieri, poliziotti e intrusi. Nient’altro”. E chi li schioda questi? “Soltanto un lavoro dignitoso”, risponde Felice. “E qualcuno che li guardi con occhi diversi”.
di Angela Stella
L’Unità, 13 settembre 2023
Per le toghe l’intento è “assoggettare giudici e pm al potere politico”. Insorgono i penalisti: “Sono idee pericolose per la democrazia”. Si infiamma lo scontro tra Anm e Ucpi sul tema della separazione delle carriere. Era inevitabile: un totem per la prima, un monumento da abbattere per la seconda. Il tutto avviene tra sabato e domenica: a Roma è in corso il Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati che licenzia quasi all’unanimità il documento ‘Cavallo di Troia’: “L’Anm esprime grande preoccupazione per i contenuti dei disegni di legge in discussione dinanzi alla Commissione affari costituzionali della Camera di deputati che, nel riprodurre fedelmente la proposta di iniziativa popolare presentata dalle Camere Penali nella XVII legislatura, rivelano, al di là dei propositi annunciati nelle relazioni illustrative, l’intento di assoggettare tutti i magistrati, giudici e pubblici ministeri, al potere politico”.
di Errico Novi
Il Dubbio, 13 settembre 2023
Il giurista contribuisce a “tenere aperta” la partita, ma dopo che, da Fdl, Rastrelli ha ribadito la volontà di cancellare l’illecito, in gioco c’è solo l’equilibrio di sistema. Si procede, incoraggiati da una convergenza ormai senza riserve nella maggioranza. Ieri sul ddl penale di Nordio la commissione Giustizia di Palazzo Madama ha compito un altro passo avanti, con una nuova giornata le audizioni svolte tra i tecnici del diritto. E ha pesato in particolare l’intervento di uno dei più apprezzati studiosi della materia penale, il professore dell’Università di Bologna, Vittorio Manes. Il quale ha espresso una valutazione in gran parte positiva, anzi “senz’altro positiva sui principi e sui contenuti valoriali del provvedimento”. In modo solo in parte sorprendente, Manes ha suggerito “una valutazione aperta” sul passaggio più delicato e politicamente discusso del ddl penale firmato dal guardasigilli, l’abrogazione dell’abuso d’ufficio.
di Liana Milella
La Repubblica, 13 settembre 2023
Presenta la bozza conclusiva del lavoro fatto insieme al forzista Zanettin e al meloniano Berrino. Le intercettazioni sono “irrinunciabili”, checché ne dica il guardasigilli Carlo Nordio che sta giusto preparando un intervento su questo. Sono “uno strumento di ricerca della prova”, ma vanno evitati “gli abusi e la compressione delle libertà fondamentali”. Dunque, correzioni legislative sì, tutela della privacy sì, ma nessuna proposta che equivalga a una stretta indiscriminata sulla possibilità di utilizzare gli ascolti.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 settembre 2023
Melillo benedice la norma, ma i costituzionalisti criticano la scelta della decretazione d’urgenza e la disposizione transitoria: “Inapplicabile ai processi in corso”. Da un lato ci sono le procure, che non hanno dubbi sulla costituzionalità del dl intercettazioni: “Era quello che chiedevamo”, ha detto ieri in audizione il procuratore nazionale Giovanni Melillo. Dall’altro ci sono i costituzionalisti, convinti che nel merito (e nel metodo) il decreto rischi di risultare illegittimo, finendo col dare ragione ai dubbi di Forza Italia. È in salita la strada che il governo si troverà a percorrere per approvare il dl 105, il cui arrivo in aula è previsto per il 24 settembre. Dubbi trasversali, che evidenziano le criticità per la scelta di rendere retroattiva la norma, ma anche per l’abitudine a fare ricorso al decreto, un abuso, hanno sottolineato i docenti ascoltati ieri alla Camera, a cui porre fine. Il primo a parlare è stato il procuratore della Dna, che ha sottolineato “l’esigenza”, da parte delle procure antimafia, di risolvere la questione, posta al governo già a dicembre 2022. Tutto ruota attorno alla sentenza che ha considerato illegittimo l’uso degli strumenti antimafia in assenza di una contestazione per associazione mafiosa. Una sentenza che “preoccupa” in quanto andrebbe a innovare “il quadro di diritto vivente definito dalla sentenza Scurato”, che riconosceva l’applicabilità della disciplina speciale anche ai reati commessi con metodo mafioso o al fine di agevolare gli scopi di un’organizzazione mafiosa. Già al Senato Melillo aveva invitato il legislatore a intervenire per “limitare la discrezionalità giudiziaria correlata a clausole generali che abbisognano di essere sostituite da rigorose e tassative prescrizioni legali”, per evitare che “mutamenti di indirizzi interpretativi” si concretizzino nello stravolgimento “di esiti processuali legittimamente formati su indirizzi della giurisprudenza di legittimità, tanto consolidati da costituire diritto vivente”. Il decreto, dunque, risponderebbe al problema, “sottraendo la materia a oscillazioni” e ripristinando “i contenuti della sentenza Scurato”. E la retroattività sarebbe un falso problema: “Ciò che conta, a mio avviso, è che la scelta sia razionalmente giustificata”, anche perché “in mancanza di una norma transitoria si sarebbe potuto creare legittimamente il dubbio che la considerazione dei reati monosoggettivi di mafia avrebbe potuto trovare fondamento soltanto per il futuro e questo francamente avrebbe davvero destabilizzato i processi in corso”, con “grave detrimento dell’efficacia dell’azione di contrasto antimafia”. Per Ginevra Cerrina Feroni, professoressa ordinaria di diritto comparato presso l’Università degli Studi di Firenze, vicepresidente del Garante per la protezione dei dati personali e autrice di uno dei quesiti referendari per conto della Lega, le cose sono meno semplici. Se estendere il raggio degli strumenti antimafia “è una discrezionalità politica del legislatore, fermo il limite della ragionevolezza dell’impianto normativo”, sulla retroattività “qualche interrogativo da costituzionalista me lo pongo”, perché si potrebbe accettare “l’acquisizione di una prova illegittima, secondo l’interpretazione più recente, al momento dell’assunzione. E questo potrebbe contrastare con i principi consolidati dalla Consulta ormai dagli anni ‘ 70 rispetto”. Una possibile soluzione è applicare la norma ai procedimenti in corso solo per le intercettazioni ancora da svolgere. Critiche alle quali si aggiungono quelle di Alfonso Celotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Roma- Tre, che punta il dito non solo contro la scelta di un decreto “omnibus”, cosa che potrebbe creare problemi di costituzionalità, ma anche contro la forma. Se questa estensione è una interpretazione autentica, “andrebbe a invadere l’attività giurisdizionale”, nonostante la sentenza da “correggere” sia stata emessa da una sezione semplice e quindi ancora possibile oggetto di rimessione alle Sezioni Unite”. Se, invece, si tratta di una norma innovativa, allora la retroattività “crea un grave problema”, andando a violare “l’articolo 25 secondo comma della Costituzione, perché non c’è possibilità, soprattutto in materia processuale, di incidere sui processi in corso”. Un punto che il Parlamento dovrà necessariamente sciogliere “per non incorrere in gravi vizi di incostituzionalità”. I dubbi di Forza Italia, però, ricalcano integralmente il pensiero di Gian Luigi Gatta, professore ordinario di diritto penale all’Università degli Studi di Milano e già consigliere giuridico dell’ex ministra Marta Cartabia, secondo cui il fatto che una sentenza di una sezione semplice abbia reinterpretato un principio affermato da una sentenza delle Sezioni Unite “è qualcosa di normale, di fisiologico nei processi di formazione della giurisprudenza”, senza contare che la sua interpretazione “vincola per legge solo il giudice del rinvio”. Certo, “il rischio è che quella sentenza faccia giurisprudenza e inauguri un nuovo orientamento”, ha sottolineato Gatta, ma tale rischio viene normalmente affrontato dalla Cassazione. “Il rischio è che la toppa possa essere peggiore del buco”: la tecnica adottata per l’intervento normativo sembra, infatti, “porre nuovi problemi interpretativi e rischia di mancare l’obiettivo perseguito, cioè l’utilizzabilità delle intercettazioni disposte nei procedimenti in corso”. Il decreto- legge finisce, così, per fornire paradossalmente “argomenti per sostenere che l’estensione dell’ambito applicativo della disciplina derogatoria delle intercettazioni è stato realizzato solo ora e non può valere per il passato, cioè per le intercettazioni già disposte”. C’è poi un problema di costituzionalità: se la norma è innovativa, gli atti da compiere sono regolati dalla nuova disciplina, mentre quelli già compiuti restano regolati dalla vecchia. Insomma, la norma non può essere retroattiva e l’intervento del governo “non può valere come una sanatoria per intercettazioni illegali nel momento in cui sono state disposte”. Una possibile soluzione al pasticcio sarebbe quella di “chiarire che si tratta di una norma di interpretazione autentica che conferma l’interpretazione della sentenza Scurato e che è pertanto applicabile ex tunc, oppure, in alternativa, limitare espressamente l’applicazione della disposizione transitoria del secondo comma alle sole intercettazioni che debbano essere autorizzate, con esclusione di quelle già autorizzate”. Una strada “costituzionalmente imposta a garanzia dell’imputato e che con ogni probabilità sarà seguita dalla giurisprudenza”. Oggi Forza Italia depositerà i propri emendamenti, “numerosi”, fa sapere il deputato Tommaso Calderone. Sempre più convinto, alla luce delle audizioni di ieri, “che le nostre idee non erano poi così fuori strada”.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 settembre 2023
La lettera-denuncia dei reclusi del “Mammagialla” dopo la morte di un compagno di sezione: “Si poteva salvare: era malato da giorni, ma il personale sanitario non è intervenuto”. È notizia nota che, a seguito del tentato suicidio e morte di un detenuto classificata come decesso per “causa naturale” nel carcere di Viterbo, i detenuti hanno intrapreso uno sciopero pacifico. Il vero motivo della protesta, ora reso noto dai detenuti stessi tramite una durissima lettera che Il Dubbio ha potuto visionare, è di richiamare l’attenzione sulla loro difficile condizione e sulla mancanza di rispetto per i loro diritti fondamentali. La denuncia riportata in una lettera indirizzata alla direttrice del carcere e giunta anche al Garante nazionale delle persone private della libertà, è volta a sottolineare una serie di gravi problemi che metterebbero in pericolo la salute dei detenuti stessi.
- Perugia. 858 fascicoli arretrati: il Csm sospende il giudice-poeta
- L’Aquila. L’agonia di Messina Denaro nell’ospedale blindato: il boss rifiuta di vedere la figlia
- Bologna. Dozza sovraffollata, stop ai trasferimenti di detenuti da altre carceri
- Avellino. Rita Bernardini ad Ariano: “Contro il sovraffollamento servono pene alternative”
- Matera. Inaugurato lo Spazio Giallo di Bambinisenzasbarre nel carcere









