di Gianpaolo Catanzariti*
Il Riformista, 20 dicembre 2025
Una misura per garantire rispetto della dignità e più sicurezza sociale. La parola indulto, legata al termine comprensione, ritorna insistentemente nel dibattito pubblico. D’altro canto, se intendiamo davvero comprendere quanto accade nelle carceri, siamo costretti a ricorrere a quell’istituto. Dinanzi alle vergognose condizioni in cui 64.000 detenuti circa si trovano abbandonati dentro celle malsane che a malapena dovrebbero contenerne solo 46.000, dobbiamo avventurarci alla ricerca di una onorevole via d’uscita per lo Stato italiano. Nelle ultime settimane, diverse voci istituzionali hanno rivolto un accorato appello per un provvedimento di clemenza, quale esso sia. Una doverosa boccata d’ossigeno per il sistema penitenziario. Sia chiaro, clemenza per la Repubblica italiana, responsabile della disumanità e del degrado, scaricati sui ristretti nelle carceri.
di Lara Fortuna*
Il Riformista, 20 dicembre 2025
La riforma, dopo quasi 18 mesi, ha aumentato la complessità procedurale e ha attribuito alla magistratura di sorveglianza compiti non sostenibili. Il 4 luglio 2024 è stato pubblicato il decreto-legge n. 92, successivamente convertito nella legge n. 112/2024. Secondo il Ministro della Giustizia, le innovazioni introdotte avrebbero contribuito a ridurre il sovraffollamento carcerario e a favorire l’”umanizzazione della pena” attraverso un intervento “vasto e strutturale”, senza cedere a “indulgenze gratuite” idonee a compromettere l’autorevolezza dello Stato, come affermato nella conferenza stampa del 3 luglio 2024. Particolari criticità sono emerse dalle modifiche, previste dal DL, alla disciplina della liberazione anticipata, beneficio consistente nella riduzione di quarantacinque giorni di pena per ogni semestre espiato riconosciuto ai detenuti o ai soggetti in misura alternativa che abbiano mantenuto una condotta regolare e dimostrato impegno nel percorso rieducativo.
di Mauro Palma*
Il Riformista, 20 dicembre 2025
Deve esercitare una funzione di analisi, di visita e di vigilanza, avendo accesso a qualsiasi luogo, documento e colloquio riservato. È stato pubblicato pochi giorni fa un libro dal titolo accattivante “Caro Parlamento”. Riporta sostanzialmente le sette allocuzioni rivolte al Parlamento dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, lungo i quasi otto anni del primo Collegio. L’occasione di questi messaggi, letti in Parlamento alla presenza delle più alte autorità del Paese - in due occasioni alla presenza del Presidente della Repubblica - è stata la presentazione della Relazione annuale sui problemi della privazione della libertà, nelle sue diverse forme e strutture, e sulle proposte legislative ritenute necessarie e talvolta urgenti per evitare condizioni e trattamenti contrari al senso di umanità e alla dignità delle persone ristrette.
di Carmelo Cantone*
Il Riformista, 20 dicembre 2025
Perché si continua a svuotare il ruolo di indirizzo e coordinamento territoriale dei provveditorati? Qual è oggi il quadro critico che ci troviamo davanti con la lettura combinata delle due note amministrative (che sono state impropriamente definite circolari) del 21 ottobre e del 1° dicembre, emanate dal direttore della Direzione generale dei Detenuti e del Trattamento del Dap? Nella seconda nota, il Dap ha voluto precisare di ritenersi titolare di un potere di nulla osta, distinto dal potere di autorizzazione (“secundum legem”, si è affermato nella nota del 1° dicembre) del magistrato di sorveglianza, competente ad autorizzare l’accesso della comunità esterna negli istituti penitenziari. Non è un dettaglio che questa competenza del magistrato di sorveglianza sia ritagliata dalla legge (art. 17 dell’ordinamento penitenziario) mentre il c.d. “nulla osta” dipartimentale non emerge da alcuna norma.
di Maria Brucale*
Il Riformista, 20 dicembre 2025
Ad un convegno recente dal titolo “Amministrazione penitenziaria: un’emergenza sociale?”, il Direttore generale dei detenuti e del trattamento, Ernesto Napolillo, si interroga sulla tenuta dell’Ordinamento Penitenziario e ripropone il proprio punto di vista ad un incontro di poco successivo sui 50 anni dalla sua introduzione. Nell’intenzione del legislatore del 1975, dice, il carcere nasce come luogo di segregazione, di separazione tra la società civile e il condannato. Un non-luogo ma anche un non-tempo. Una duplice funzione, quella della pena, preventiva e rieducativa, imposta, quest’ultima, dal dettato costituzionale, dice il dott. Napolillo. Qualunque detenuto prima vedeva il carcere come un luogo da evitare. Oggi, invece, è, secondo il Dirigente Dap, un moltiplicatore di redditizi affari, non da evitare ma da conquistare perché le organizzazioni criminali inviano i soggetti in carcere per gestire lucrosi commerci.
di Girolamo Monaco*
Avvenire, 20 dicembre 2025
“A chi serve il Giubileo dei detenuti?”, mi chiedo dopo aver visto in televisione le celebrazioni del 14 dicembre scorso. Non ho potuto recarmi a Roma quel giorno; non ero quindi in Piazza San Pietro ad accompagnare qualche detenuto, insieme al cappellano, un responsabile degli agenti di Polizia penitenziaria e un educatore. Ho vissuto tuttavia l’esperienza del Giubileo da cattolico e da operatore sociale, e l’ho vissuta nel modo e nel luogo dove era giusto viverla: all’interno della struttura carceraria che dirigo, con i miei uomini e i miei utenti, nello spirito della Porta santa aperta da papa Francesco a Rebibbia, che ha reso ogni carcere una “Porta santa”.
di Cesare Battisti
L’Unità, 20 dicembre 2025
Gli è stato requisito ed è scoppiata la bagarre. Per evitare le botte si è tagliato con la Gillette. Se fosse successo un giorno qualsiasi, chissà, avrebbe reagito con più tatto. Ma era giorno di colloquio, di barba fatta a contropelo e spruzzate di profumo. Certe volte, quando di notte non scalcio i muri e mi sveglio apposta per pensare, il ronfo del mostro che mi accompagna piano piano, mi faccio passare per la testa cose astruse. Pensieri di rassegnazione, dei quali dovrei vergognarmi, già che un prigioniero che si rispetti dovrebbe odiare le catene per dovere, invece di inventarsi iperboli da scrittore, nel volersi convincere che il male basta accettarlo per ricavarne il bene. Come se il carcere, invece di essere castigo, ci potesse liberare dal peso del superfluo, dal sovraccarico dei preconcetti, dalle idee prefabbricate e dai pregiudizi.
di Ennio Chiodi
ilpopolotortona.it, 20 dicembre 2025
76 detenuti si sono finora suicidati nelle carceri italiane nel corso dell’anno che sta per finire. Di almeno altri 130 non conosciamo le vere cause della morte dietro le sbarre. Non servono sofisticate analisi sociologiche per comprendere le ragioni di questo dramma umano e sociale. Leone XIV ce lo ha spiegato con poche e semplici parole nel chiudere il Giubileo dei detenuti domenica scorsa in San Pietro. Il Papa pensa soprattutto a problemi come il sovraffollamento, l’impegno ancora molto insufficiente nel garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro, che possano offrire speranza e futuro a chi ha sbagliato, se ne sia reso conto, e speri in una qualche forma di vita, “là fuori”.
di Miriam Perini
rossetorri.it, 20 dicembre 2025
La salute non è una prestazione da “portare dentro”, è una condizione che dipende prima di tutto da come si vive. La prevenzione che ignora le condizioni di vita non è prevenzione: è compensazione simbolica. Ai primi di novembre Paola Severino, già ministra della Giustizia e oggi presidente della Fondazione che porta il suo nome, ha firmato con l’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio, con il ministro della Salute Orazio Schillaci e con Alba Di Leone, chirurga senologa del Policlinico Gemelli e rappresentante dell’associazione Think Pink Italy, la Convenzione per la Promozione della Prevenzione e della Tutela della Salute della Donna detenuta. L’accordo prevede un programma pluriennale di prevenzione oncologica negli istituti penitenziari. “La salute è un diritto che deve arrivare ovunque”, ha commentato Severino.
ansa.it, 20 dicembre 2025
Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa ha pubblicato il documento “I 10 principi essenziali che un’assistenza sanitaria penitenziaria adeguata deve garantire”, ricordando che “le persone private della libertà hanno il diritto fondamentale di vivere in condizioni di sicurezza, dignità e salute”. Tra i principi enunciati - frutto di 35 anni di lavoro del Comitato - figura quello dell’equivalenza delle cure e della gratuità delle prestazioni sanitarie: i detenuti devono poter beneficiare di standard di assistenza almeno pari a quelli garantiti al resto della popolazione. Un altro punto centrale è la visita medica all’ingresso in carcere, che deve avvenire il prima possibile e, salvo circostanze eccezionali, entro 24 ore dall’arrivo del detenuto.
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