di Salvino Leone
ilregno.it, 8 maggio 2026
Se è difficile il perdono individuale, non lo è meno il perdono sociale. Suddividendo in paragrafi alcuni passaggi del discorso del papa alla prigione di Bata, nella Guinea Equatoriale, il portale d’informazione della Santa Sede, Vatican News, titolava: “Non solo reclusione ma anche inclusione”. Mi sembra una felice sintesi di quanto detto dal pontefice, che dà lo spunto a ulteriori riflessioni. Non è questa la sede per trattare il senso della reclusione. È oggetto di pertinenza della Filosofia del diritto, che tuttavia presuppone e comporta interessanti considerazioni etiche.
di Claudia De Martino
Il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2026
In un bellissimo libro intitolato “Migrazioni. La verità oltre le ideologie, dati alla mano” (Einaudi, 2024), il sociologo e geografo olandese Hein de Haas spiega chiaramente a un pubblico generalista i risultati del suo lavoro di ricerca Demig (Componenti della migrazione internazionale), condotto all’Università di Oxford. Lo fa attraverso un linguaggio semplice e pulito che arriva anche al lettore meno esperto, attraverso lo smascheramento di 22 “miti” sull’immigrazione che potenzialmente sorprenderanno i lettori di entrambe le sponde politiche.
di Marco Girardo
Avvenire, 8 maggio 2026
Serve anche una risposta culturale. Serve una bonifica paziente del linguaggio pubblico. Serve educare alla complessità, alla verifica, alla distinzione tra critica e disprezzo. Vorrei partire da una constatazione semplice: i discorsi d’odio non nascono nel vuoto di parole, nascono nel vuoto di senso. Non compaiono all’improvviso, come un incidente isolato dentro uno spazio pubblico altrimenti sano. Sono piuttosto il sintomo, spesso estremo, di un ambiente comunicativo che si è progressivamente deteriorato. Prima dell’odio dichiarato, c’è quasi sempre una lunga preparazione: mutano lentamente le parole, si modifica il tono, cambia anzitutto lo sguardo sull’altro (…). Per questo interrogarsi sull’impatto del linguaggio pubblico significa andare alla radice: non solo misurare quante parole d’odio circolano, ma domandarsi quale spazio pubblico le rende possibili, le premia, le accelera e infine le normalizza.
di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 8 maggio 2026
I partigiani, alla fine della guerra, non volevano un piano di vendetta nazionale, ma un progetto di civiltà: comportarsi per sempre in modo opposto al fascismo, costruire qualcosa che avrebbe reso impossibili quelle violenze, le ingiustizie, tutte le violazioni della democrazia. Ogni anno, quando il 25 aprile si allontana portandosi dietro la polvere delle contestazioni di piazza e delle polemiche di palazzo, resta una domanda sospesa tra le schegge della memoria collettiva. Non perché sia scomoda - le domande scomode vengono raccolte volentieri se servono a colpire qualcuno “dall’altra parte” - ma perché questa in particolare ci dovrebbe interrogare tutti, in Italia, spingendoci a condividere una risposta.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 8 maggio 2026
In anteprima il documento del Viminale sulla distribuzione delle “procedure accelerate” da Patto Ue. Porti, scali, hotel. Riavvio dei centri di trattenimento per richiedenti asilo a Porto Empedocle e Modica, nuove zone di frontiera nei porti dove approdano le ong, possibile accoglienza in hotel. È il piano del governo in vista del nuovo Patto Ue su immigrazione e asilo, che entrerà in vigore tra un mese. In un documento del Viminale datato 12 marzo ma non ancora pubblicato, documento che il manifesto ha visionato in anteprima, compare la distribuzione territoriale dei posti destinati alle “procedure accelerate di frontiera” (Paf) richiesti dall’Europa. IL Meccanismo funziona così: l’Italia dichiara, in maniera più o meno arbitraria, una certa area come “zona di frontiera”; in base a una finzione giuridica si ritiene che la persona al suo interno non sia ancora nel territorio nazionale; le si applica l’iter accelerato per la domanda di protezione internazionale che prevede varie deroghe, in primis a diritto di difesa e libertà di circolazione, con il risultato di moltiplicare i dinieghi dell’asilo.
di Giulia Torbidoni
eunews.it, 8 maggio 2026
I dati di Eurostat mostrano una crescita del 2 per cento tra il 2023 e il 2024. Una tendenza opposta a quella registrata tra il 2012 e il 2020 di calo progressivo. In soli quattro anni le persone detenute nelle carceri dell’Unione europea sono cresciute di quasi il 10 per cento e hanno oltrepassato la quota del mezzo milione. I dati li offre Eurostat, l’Ufficio di statistica dell’UE, e si riferiscono al 2024, quando nelle prigioni dei Ventisette si contavano 508.746 ristretti, con un aumento del 2 per cento rispetto al 2023. La percentuale di incremento sale addirittura al +9,8 per cento se si prende come riferimento il 2020, anno in cui si è registrato il minimo delle presenze negli istituti di pena UE (463.376 persone) dopo un calo progressivo iniziato dal 2012, quando si contavano 552.954 ristretti.
greenreport.it, 8 maggio 2026
Il messaggio sulla Global flotilla inviato a Israele dall’Ufficio Onu per i diritti umani. Il portavoce dell’organizzazione ha rilasciato a Ginevra una dichiarazione riguardante i due attivisti arrestati in acque internazionali e condotti in Israele dove “continuano a essere detenuti senza alcuna accusa”: “Le inquietanti testimonianze di gravi maltrattamenti devono essere oggetto di indagini. Si proceda alla liberazione, non è un crimine mostrare solidarietà”. “La consegna di aiuti non è un reato”. Il messaggio è sintetico, semplice da comprendere, impossibile da contestare. Lo ha mandato all’indirizzo di Israele l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (UN Human Rights) facendo esplicito riferimento alla Global Sumud Flotilla. In una dichiarazione rilasciata a Ginevra e rilanciata sulla piattaforma social X, il portavoce dell’organizzazione, Thameen Al-Kheetan, ha puntato il dito sul fatto che gli attivisti Saif Abukeshek e Thiago de Avila sono stati arrestati in acque internazionali e condotti in Israele, dove “continuano a essere detenuti senza alcuna accusa”: “Le inquietanti testimonianze di gravi maltrattamenti devono essere oggetto di indagini. La solidarietà e la consegna di aiuti ai palestinesi a Gaza non sono un crimine”.
di Sabato Angieri
Il Manifesto, 8 maggio 2026
La repressione al tempo di Putin Vladimir Fedorovich Yarotsky si trovava nella colonia penale di IK-9 di Khadyzhensk per aver pubblicato, nel 2022, una vignetta sul social russo VKontakte raffigurante un pittore che stava dipingendo un ritratto di Vladimir Putin in posa e con il nastro di San Giorgio (tra i simboli storici dell’esercito di Mosca e oggi accomunato all’invasione dell’Ucraina), ma sulla tela dell’artista si vedeva un pene infiocchettato con lo stesso nastro. Mentre a Venezia continua la polemica sul padiglione russo, nelle carceri che di quel Paese sono il buco nero è morto il settimo prigioniero politico dall’inizio dell’anno. Stavolta si tratta di un artista 41enne della provincia di Kuban, Vladimir Fedorovich Yarotsky. Si trovava nella colonia penale di IK-9 di Khadyzhensk e la sua colpa era di aver deriso Vladimir Putin, la sua propaganda nazionalista e militarista. La versione ufficiale delle autorità è che si è suicidato. Il che non è da escludere, ma le cause potrebbero essere le forti pressioni ricevute durante la detenzione.
di Franco Corleone
L’Unità, 7 maggio 2026
Dopo la vicenda Minetti c’è il rischio che si riduca ancora il numero delle grazie per paura delle aggressioni dei forcaioli. In tempi di odio e sete di vendetta e di fronte alla strage di vite e di legalità nelle carceri, occorre un movimento per dare forza al Presidente Mattarella nel promuovere clemenza e senso di umanità. Un bel modo di festeggiare gli 80 anni della Repubblica, il 2 giugno.
di Giulia Merlo
Il Domani, 7 maggio 2026
Intorno alla grazia a Nicole Minetti è stato tutto un rincorrersi di morale e di numeri. Quanto alla prima, ognuno ha la propria, nella certezza che non sia per fortuna ancora diventata parametro oggettivo di giustizia. Quanto ai secondi, la rutilante informazione sulla vicenda ha oscurato un aspetto tutt’altro che secondario per rispondere alla domanda che, in fondo, continua a essere il tarlo dei malpensanti: perché, su tante domande ricevute, il Quirinale ha voluto concedere la grazia proprio a Minetti, tanto più visto che su di lei grava più il fardello dell’impresentabilità sociale rispetto a quello di una pena pesante? Come talvolta accade, la risposta vera è quella più semplice, che si ricava proprio dai numeri.
- Edilizia penitenziaria, il commissario Doglio: “Pronto un piano da 450 milioni”
- Melillo e l’ubriacatura di onnipotenza degli uffici inquirenti dopo la vittoria del Referendum
- Perché Melillo sbaglia: libertà e segretezza vanno garantite
- Ddl stupri, al Senato è ancora muro contro muro
- Sequestro delle chat e pesca a strascico: il nuovo metodo della procura di Milano









