rivistaundici.com, 5 settembre 2026
Il percorso è iniziato a Rebibbia, e continua in altre località d’Italia: attraverso il gioco, i detenuti acquisiscono competenze che li aiuteranno a reinserirsi nella società. Lo sport unisce, anche e soprattutto nei contesti più disperati. Si stima, stando ai dati del Ministero della Giustizia. che rappresenti una fonte di ristoro fondamentale per quasi 12mila persone nelle carceri italiane: aiuta i detenuti a sentirsi coinvolti, a giocare di squadra, a mantenere una certa condizione fisica e a consolidare il concetto di rispetto delle regole, fino a diminuire il rischio stesso di recidiva.
di Rossella Dotta
Il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2026
Come difendersi? Solo col dubbio metodico, che si pone domande prima di reagire. È un meccanismo molto semplice, ben collaudato, che funziona a dovere e abusato al punto di essere diventato immediatamente smascherabile. Il modus operandi si concretizza in quattro step che agiscono in sinergia: 1) semplificazione estrema di problemi complessi in slogan dotati di immediatezza e facile comprensione, “è colpa loro”, “la soluzione è una sola”; 2) individuazione di un nemico comune, il capro espiatorio su cui convogliare la buona dose di frustrazione di cui ciascuno é provvisto; 3) ripetizione dello stesso messaggio come un mantra, ovunque, fino a renderlo “senso comune”, indipendentemente dalla sua veridicità; 4) appello emotivo a emozioni come la paura, che richiede una spinta immediata a reagire, senza considerare dati e argomentazioni.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 5 settembre 2026
Al legislatore riluttante vorremmo chiedere se sia accettabile, in un Paese o in una nazione civile, un federalismo del fine vita. La Chiesa italiana, va riconosciuto, è stata più coraggiosa del Parlamento. Dopo l’approvazione della coraggiosa legge regionale del Veneto, prima regione di centrodestra a intervenire in materia, crescono le pressioni per una normativa nazionale sul fine vita. Molto probabilmente non se ne farà nulla. Chi si oppone o soprattutto chi non ha semplicemente voglia di affrontare una materia così complessa che interroga anche - e non può essere altrimenti - la propria coscienza, la propria fede, troverà tante scuse per lasciare l’incombenza alla prossima legislatura. Al di sotto della questione legale vi è una dimensione umana, un universo di sofferenze che ci si ostina a non guardare.
di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 5 settembre 2026
Nelle prossime ore si pronuncerà la Pontificia accademia per la Vita. No all’accanimento terapeutico, ma cure palliative e obiezione di coscienza. Su un punto la Chiesa è compatta: è inaccettabile che una materia eticamente sensibile come il “fine vita” venga lasciata alla libera iniziativa delle Regioni. Perciò in maniera compatta, in Vaticano come in Cei, definiscono “totalmente inopportuno” che la questione più delicata (la sacralità della vita fino al suo termine naturale) sia spezzettata a seconda delle latitudini. “Così si mettono in discussione le fondamenta dell’unità di un popolo”. In attesa che nelle prossime ore si pronunci l’autorità ecclesiale preposta, ossia l’arcivescovo Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nei sacri palazzi si concorda sul fatto che, tra tutte le diverse proposte, la norma varata in Veneto è la meno distante dalle posizioni della Chiesa. Con varie sfumature e tonalità.
di Elisabetta Andreis e Gianni Santucci
Corriere della Sera, 5 settembre 2026
“Per me è casa. Solo la morte mi farà smettere”. Ha iniziato con l’eroina a 14 anni, ora ne ha 50: “Sono invalida al 99%, ma non posso farne a meno. Nel bosco c’è di tutto: chi studia, chi lavora, chi si droga da 30 anni, chi ti aiuta e poi magari ti deruba”. A quattordici anni Sonia decise di provare l’eroina. A cinquanta sa che cosa la droga le ha fatto. Cosa continuerà a farle. “L’unica cosa che mi farà smettere sarà la morte. Sono stata anche mesi in ospedale: esco e vado a rifarmi”. In mezzo ci sono quasi quarant’anni di dipendenza, un pezzo di storia della droga a Milano, da Quarto Oggiaro a Rogoredo. Oggi Sonia sta leggendo “Nel bosco di Rogoredo”, il libro di Simone Feder uscito da pochi giorni (Zolfo Editore). Il bosco raccontato da chi ogni settimana entra per aiutare, visto questa volta da chi sta dall’altra parte.
di Andrea Valdambrini
Il Manifesto, 5 settembre 2026
L’idea dei Centri di rimpatrio per migranti in Paesi terzi entra nella fase operativa. Danimarca, insieme a Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, riuniti nel Gruppo dei Cinque, hanno concordato ieri a Copenaghen i passi concreti verso il primo accordo con uno Stato extra-Ue. L’idea dei centri di rimpatrio per migranti in paesi terzi entra nella fase operativa. Danimarca, insieme a Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, riuniti nel Gruppo dei Cinque, hanno concordato ieri a Copenaghen i passi concreti verso il primo accordo con uno Stato extra-Ue. La Danimarca prevede di essere pronta a inviare i primi stranieri senza diritto di soggiorno in un paese partner entro la fine del 2027. “Abbiamo fatto molta strada nel lavoro per la creazione di un centro di rimpatrio al di fuori dell’Ue e ora siamo più vicini che mai”, ha dichiarato il ministro danese dell’immigrazione Morten Bødskov.
di Stefano Arduini
vita.it, 4 settembre 2026
Mentre il governo festeggia il record di durata, il sovraffollamento nelle carceri italiane tocca il 142,1%, il livello più alto mai registrato. La legge sulla detenzione in comunità per i tossicodipendenti resta sottofinanziata, e il numero dei bambini reclusi insieme alle madri è più che raddoppiato in un anno. Il governo Meloni ha appena stabilito il record di durata della storia repubblicana: 1.413 giorni in carica, un traguardo che il centrodestra rivendica come segno di stabilità. C’è un terreno, però, su cui questa stabilità diventa indigesta: quello della legalità nelle carceri italiane. E qui i numeri raccontano una storia diversa da quella che il governo racconta di sé. Al 31 agosto 2026 i detenuti nelle carceri italiane erano 65.661, 868 in più rispetto a luglio. Il sovraffollamento ha toccato il 142,1%, il livello più alto mai registrato.
di Franco Corleone
L’Espresso, 4 settembre 2026
L’entrata in vigore il 21 agosto della legge 140/2026, sulla introduzione della misura alternativa della detenzione domiciliare per condannati tossicodipendenti o alcoldipendenti, è stata l’occasione per una orgia di articoli e commenti come se si trattasse di una misura di umanità e di liberazione di tante persone deboli e fragili dall’inferno del carcere sovraffollato. Si tratta invece di una mistificazione. Pochi hanno capito il tassello di una originale operazione della macchina della propaganda di stile “goebbelsiano” del governo. Il problema del carcere è rappresentato dalla presenza di troppe pene brevi e dalla detenzione sociale senza prospettive, invece il governo, usando demagogia buonista, ha inventato una legge per persone con condanne pesanti e pene alte (addirittura fino a otto anni di pena residua) per i cosiddetti detenuti tossicodipendenti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 settembre 2026
L’Italia ha violato l’articolo 3 e l’articolo 7 della Convenzione per tutto il periodo antecedente alla riforma dell’ergastolo ostativo, entrata in vigore il 31 ottobre 2022. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha depositato ieri la sentenza che riguarda quattro ergastolani italiani, tutti reclusi da oltre trent’anni per reati di mafia commessi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. La causa si chiama Asciutto e altri contro l’Italia e riunisce quattro ricorsi presentati tra il 2016 e il 2020. La Prima Sezione di Strasburgo, presieduta da Ivana Jelić, ha deciso all’unanimità. Dopo il 31 ottobre 2022, invece, la violazione dell’articolo 3 cessa. Tra i quattro c’è anche S. Araniti, seguito dall’avvocata Giovanna Beatrice Araniti, la cui vicenda giudiziaria segue un percorso leggermente diverso da quello degli altri tre.
di Luca Cereda
Famiglia Cristiana, 4 settembre 2026
Don David Riboldi, cappellano a Busto Arsizio, racconta cosa accade dietro le sbarre e perché lavoro, relazioni e dignità sono anche strumenti di sicurezza. C’è un momento, entrando in un carcere, in cui il numero smette di essere un numero. Non sono più 65.661 detenuti, come quelli presenti nelle carceri italiane al 31 agosto. Non sono più il 142,1 per cento di sovraffollamento, né i 19.468 posti che mancano rispetto alla capienza effettivamente disponibile. Diventano persone. Volti. Attese. Richieste rimaste senza risposta. Famiglie che aspettano una telefonata. Agenti che fanno doppi turni. Educatori che devono dividere il proprio tempo tra centinaia di detenuti.
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