di Andrea Malaguti
La Stampa, 30 marzo 2026
Piccolo memorandum per riassumere un voto referendario che contraddice alcune supposte certezze capaci di accompagnare il racconto pubblico di questi anni turbolenti. Primo punto: l’Italia non concede pieni poteri a nessuno. La prospettiva non piace neppure agli elettori di destra. Con un esecutivo che, molto prima di Meloni, ha soppiantato di fatto il Parlamento, l’idea, non scritta, puramente teorica, eppure pervasiva, di una scelta che avrebbe portato i pubblici ministeri sotto il controllo di Palazzo Chigi, ha prodotto lo sbilanciamento del voto verso il No. Non è stata bocciata la riforma della giustizia in sé (scritta male, incompleta, scivolosa, imposta e non condivisa), è stato bocciato il germe di un’ipotetica rivoluzione illiberale, che incarna lo Spirito del Tempo, ma non quello più diffuso nel Paese. E, grazie al cielo, in Europa. La Costituzione non è sacra, ma è sana. Ancora capace di custodire i residui valori condivisi. Non c’è spazio per derive autoritarie. E questo è certamente un bene.
di Myrta Merlino
Corriere della Sera, 30 marzo 2026
Dal referendum agli oltre quattromila giovani di 140 Paesi che “Change the World Academy” ha radunato alle Nazioni Unite a New York. La “Generazione Z”: attiva, coinvolta e desiderosa di incidere. “A cosa serve l’utopia?”. Partiamo dalla risposta dello scrittore uruguayano Eduardo Galeano: “Lei è all’orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.
di Massimo Cacciari
La Stampa, 30 marzo 2026
I ragazzi sono usciti dall’astensionismo per dire al governo che la situazione è diventata intollerabile. Qualche considerazione si può forse trarre dal recente referendum, che non si limiti soltanto a circostanze occasionali, errori tattici o di comunicazione. Certo la Destra del Sì non avrebbe potuto condurre una campagna più scriteriata. Forse sarebbe bastato l’allontanamento immediato di Nordio dopo la battuta sul Consiglio Superiore, in compagnia del suo sottosegretario, tanto innocente e ingenuo, poverino, da non verificare chi sia il padre della socia diciottenne, per decidere a favore dei Sì. Forse - perché non solo di errori nella propaganda e di generosa comprensione da parte della premier nei confronti di ingombranti sodali si è trattato. Fin dall’inizio della vicenda è una cultura della Destra a essere emersa, e questa non è piaciuta affatto a molti che pure avevano votato per la coalizione di governo e magari propensi al Sì sulla questione della divisione delle carriere. Come è concepibile trattare una riforma comunque di rilievo costituzionale con la presunzione di poterla imporre a scatola chiusa, senza un confronto parlamentare? Ancora peggio, molto peggio, che con Renzi, e del tutto al contrario di come, bene o male, questioni del genere si erano affrontate nella Prima Repubblica (ricordate Bicamerali varie?), quando nulla era stato prodotto, ma proprio per la ragione che nessun accordo trasversale si era trovato tra le maggiori forze politiche. Esisteva in quei lontani giorni ancora la consapevolezza che una riforma costituzionale non è una legge qualsiasi, che per esprimerla occorre una intesa costituente. I fallimenti di allora testimoniavano almeno di una cultura politica che sembra oggi del tutto in rovina.
di Elvira Serra
Corriere della Sera, 30 marzo 2026
Il caso del tredicenne della Bergamasca che ha ferito la professoressa. Non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso. È necessario ristabilire un po’ del rispetto sociale e generazionale verso i professori. Della mia prof di chimica del liceo bastava il soprannome, “Hitler”, perché durante la sua ora non volasse una mosca. Non era per me un modello, come lo sarebbero diventati quello di matematica e fisica e quella di filosofia. Del primo, Josetto Manconi, ricordo le lenti spesse degli occhiali, che malcelavano l’invincibile tristezza per la scomparsa della sorella Gina, sequestrata e mai restituita dall’Anonima Sarda. Devo a lui la scoperta del perché la Torre di Pisa non crolli (la perpendicolare dal baricentro al suolo è interna alla superficie di appoggio): ogni volta che la vedo ripenso alle sue lezioni appassionate. Invece con l’insegnante di Filosofia, Nunzia Secci, ho imparato ad amare Socrate e la sua certezza di non sapere, che mi è utile ancora oggi come metodo di lavoro. Ma la gratitudine più grande che sento nei suoi confronti è per la carezza che mi diede una mattina di formidabile tristezza, quando il suo rigore professionale cedette il passo a una compassione sincera. Ho ripensato molto a loro dopo i fatti di Bergamo, l’ennesima e drammatica aggressione di un’insegnante da parte di uno studente di 13 anni. E non sono certo qualificata per giudicare o proporre soluzioni. Ma non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso.
di Massimo Recalcati
La Repubblica, 30 marzo 2026
Se la violenza dilaga nella scuola è perché trova legittimazione nei discorsi dei grandi, dove l’altro è un nemico da annientare. La recente aggressione alla professoressa di Bergamo da parte di un suo giovanissimo alunno mostra una realtà inquietante: la violenza entra sempre più frequentemente nel cuore della scuola, ovvero nell’istituzione che più di ogni altra sarebbe deputata a prevenirla e a contrastarla. Il grande compito educativo della scuola sarebbe infatti quello di offrire alla vita delle nuove generazioni la via della parola come alternativa alla spinta feroce e distruttiva della violenza. Essa non può limitarsi alla trasmissione di nozioni o competenze più o meno specializzate, ma dovrebbe favorire la trasmissione della legge della parola senza la quale non c’è alcuna educazione possibile, né civile, né affettivo-sessuale.
di Antonio Nesci
firenzeora.it, 29 marzo 2026
Nel tempo della polarizzazione, parlare di dignità dei detenuti sembra quasi un atto di coraggio. Eppure, dovrebbe essere semplicemente un atto di civiltà. La nostra Costituzione non lascia spazio a interpretazioni: la pena non può mai consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Questo principio non è un lusso per pochi, ma un fondamento democratico per tutti. Difendere i diritti di chi è in carcere non significa sminuire il dolore delle vittime. Significa, al contrario, ribadire che la giustizia non può mai trasformarsi in vendetta. Che lo Stato non deve somigliare a chi ha infranto la legge, ma deve essere migliore, più giusto, più saldo nei suoi valori.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 29 marzo 2026
Da Ancona a Salerno, dal Veneto al litorale siciliano colpito dal ciclone Harry: sono solo alcune delle località alla cui pulizia si sono dedicate, nella giornata di sabato 29 marzo, le persone detenute che hanno aderito alla campagna promossa da due realtà del Terzo settore. Guanti alla mano, palette e ramazze, sacchi da riempire, tanta voglia di pulizia. In tutti i sensi. Per restituire bellezza a spiagge, strade, piazze. Ma anche a se stessi, un passo in più verso una vita nuova. Così hanno impegnato la giornata di sabato 28 marzo le numerose persone detenute in 21 carceri d’Italia che assieme ad altrettante squadre di volontari e volontarie in dieci località di tutto il Paese, dal Piemonte alla Calabria, da Padova a Cagliari, hanno scelto di aderire alla nuova giornata di mobilitazione organizzata per unire tutela dell’ambiente e reinserimento sociale, trasformando un gesto semplice come raccogliere rifiuti in un’esperienza di comunità, partecipazione e riscatto.
di Elisa Campisi
Avvenire, 29 marzo 2026
Ti devi dispiacere se vedi qualcuno buttare della plastica, ti devi sentire responsabile del tuo ambiente. È una cosa che ti riguarda. Ecco come l’iniziativa di Plastic Free e Seconda Chance si inserisce in un processo formativo che sta a monte di tutto ed è una delle tante opportunità di creare un ponte tra il dentro e il fuori... sta poi a noi avere il coraggio di attraversarlo”, a parlare è Pierdonato Zito, 67 anni, ergastolano in semi libertà del carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), che nella vita ha provato a trasformare lo spazio detentivo in uno formativo, per sé e per i suoi compagni di cella, diventando sociologo e ricercatore proprio su temi carcerari: un percorso che ieri l’ha portato a guidare la delegazione di detenuti in permesso premio che hanno ripulito dai rifiuti l’Oasi di Variconi a Castel Volturno.
di Roberto Cataldi*
studiocataldi.it, 29 marzo 2026
Quando lo Stato punisce il disagio che non sa curare e il codice penale sostituisce le politiche sociali. La prima. Un corridoio di scuola media a Trescore Balneario. Un tredicenne con pantaloni mimetici, una maglietta con la scritta “vendetta”, un coltello e uno smartphone al collo per la diretta su Telegram. Accoltella la professoressa di francese. La seconda. Un’aula di commissione al Senato. Si discute il decreto sicurezza. Trentatré articoli. Nuovi reati, pene più severe, sanzioni ai genitori. Poco o niente per la prevenzione. Poco o niente per combattere la povertà educativa.
di Raffaele Marmo
La Nazione, 29 marzo 2026
La contraddizione del Palazzo. Garantista a difesa di se stesso, giustizialista contro la piazza. C’è una contraddizione che governo e maggioranza non riescono più a nascondere: ed è una contraddizione prima culturale che politica. Non si può invocare il garantismo quando il diritto penale lambisce i piani alti dello Stato, le élite amministrative, i ceti dirigenti, e poi riscoprirsi inflessibilmente securitari quando il bersaglio è la piazza, il disagio sociale, la marginalità, il conflitto. Il garantismo, se vuole essere credibile, non può essere intermittente. A fine febbraio il governo ha approvato un decreto-legge in materia di sicurezza pubblica e immigrazione che introduce nuovi reati e amplia i poteri di prevenzione e controllo nelle manifestazioni.
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