di Beatrice Aimi*
Il Domani, 27 marzo 2026
Di fronte a episodi di violenza nelle scuole, il dibattito pubblico si concentra sull’inasprimento delle sanzioni. Ma è davvero questa la risposta che può incidere sulle cause? È una reazione comprensibile: di fronte a fatti gravi, la risposta immediata tende a essere quella di rafforzare i dispositivi di controllo e punizione. Ma il punto è se questa risposta sia anche quella (più) efficace. Perché intervenire a valle, quando il problema è già esploso, rischia di lasciare intatte le condizioni che lo generano. La domanda, allora, non è solo come reagire alla violenza, ma cosa la precede: quali contesti educativi, quali dinamiche relazionali, quali mancanze di senso e di regolazione si accumulano nel tempo fino a trasformarsi in comportamenti estremi. È su questo terreno che si gioca la partita. Ed è qui che il ruolo della scuola torna ad essere centrale.
di Stefania Garassini
Avvenire, 27 marzo 2026
La sentenza di Los Angeles conferma che il “mezzo è il messaggio” come diceva McLuhan. Adesso tocca a genitori e insegnanti prendere in mano le redini dell’educazione digitale dei ragazzi. La tecnologia non è neutrale, non è un semplice strumento che si piega ai nostri desideri. Al contrario, ci condiziona e influenza il nostro comportamento, come aveva a suo tempo sintetizzato Marshall McLuhan, il padre degli studi sui media, con la celebre espressione: “Il mezzo è il messaggio”. Più il mezzo è complesso, più il suo impatto su di noi è rilevante. E chi lo gestisce ne è responsabile. È una delle lezioni che possiamo trarre dalla storica sentenza di Los Angeles che condanna Meta e YouTube per aver consapevolmente diffuso prodotti in grado di creare dipendenza e non aver allertato a dovere i propri utenti - specialmente i più giovani - sui rischi. Il verdetto californiano arriva all’indomani di un’altra condanna per Meta, da parte di un tribunale del New Mexico. L’azienda in questo caso ha ricevuto una multa onerosa (375 milioni di dollari) per non aver messo in campo adeguate strategie di protezione dei minori da adescamento e sfruttamento online. Sono le prime due sentenze che sanciscono la responsabilità di un servizio Internet per gli effetti nefasti dei suoi prodotti sugli utenti. Altri tentativi fatti in precedenza si erano concentrati sui contenuti di post e video, arenandosi di fronte alla strenua difesa della libertà di espressione, garantita dalla Costituzione Usa, e alla tutela assicurata alle piattaforme web dalla legge americana sulle telecomunicazioni (il Communications Decency Act) che nella contestatissima sezione 230 esonera le aziende online dalla responsabilità legale per i contenuti pubblicati dagli utenti, stabilendo che i fornitori di servizi Internet non possano in alcun modo essere considerati editori. Peccato che la norma sia del 1996, quando i social media non esistevano ancora (Facebook nasce nel 2004) e lo scenario della Rete era radicalmente diverso.
di Fabrizio Floris
Il Domani, 27 marzo 2026
Sono 10.037 le persone senza dimora nei 14 principali comuni metropolitani italiani. L’ultima indagine dell’Istat restituisce l’immagine di un fenomeno strutturale, caratterizzato da forti disuguaglianze territoriali e da una crescente pressione sui servizi di accoglienza. Numeri e dati da cui partire per trovare soluzioni. È una notte fredda di fine gennaio. Nelle stazioni, sotto i portici, lungo i marciapiedi delle grandi città italiane, c’è chi si prepara a dormire all’aperto. Coperte di fortuna, cartoni, sacchi a pelo. Alcuni trovano riparo nei dormitori, altri restano fuori. In quella stessa notte - il 26 gennaio 2026 - l’Istat, insieme ai volontari della fio.PSD (Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora), ha contato queste presenze, trasformando l’invisibile in numeri: 10.037 persone senza dimora nei 14 principali comuni metropolitani italiani. Più della metà (55,4 per cento) ha trovato posto nelle strutture di accoglienza, mentre quasi una persona su due ha trascorso la notte in strada o in sistemazioni di fortuna. Il fenomeno si concentra soprattutto nelle grandi città: Roma registra il numero più elevato (2.621 persone), seguita da Milano (1.641), Torino (1.036) e Napoli (1.029).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 marzo 2026
La legge dice tre giorni. Tre giorni lavorativi dalla manifestazione della volontà di chiedere asilo per formalizzare la domanda. Non settimane, non mesi. Tre giorni, con la possibilità di arrivare a tredici solo in presenza di arrivi consistenti e ravvicinati. Le Questure di Venezia e Vicenza ci mettevano in media novanta, quando non centottanta. Il Tar Veneto ha detto basta. Con due sentenze pubblicate il 18 marzo scorso, la Terza Sezione ha accolto i ricorsi collettivi presentati dall’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), Emergency, Lungo la Rotta Balcanica e Cadus contro la Questura di Venezia, e da Asgi e Cadus contro quella di Vicenza. Le pronunce sono la prima applicazione della “class action pubblica” - lo strumento del decreto legislativo 198 del 2009 - presentata da sole associazioni, senza singoli stranieri come ricorrenti. Una scelta che il Tar ha confermato pienamente legittima. Il quadro che emerge, costruito su un’istruttoria approfondita, è quello di un sistema che non funziona e che ha provato a nascondersi dietro le solite giustificazioni: troppo lavoro, pochi agenti, flussi crescenti. Il tribunale non ci ha creduto.
di Francesca Ghirardelli
Avvenire, 27 marzo 2026
I residenti che abitano vicino al centro raccontano la vita di tutti i giorni. “Non sappiamo quante persone ci siano là dentro, sappiamo solo che sembrano arrabbiati”. La storia di suor Alma: “Siamo contro i Cpr, ma proviamo a creare lo stesso comunità”. Scende dalla bici e si ferma a poche centinaia di metri dal Cpr italiano, tra i campi e alcune case sparse. Il signor Jozef, che vive a Gjader, dice di non sapere granché di chi è trattenuto lì dentro. “Man mano che arrivano, li fanno andare via. In un periodo il centro è stato quasi vuoto, gli operai dei dintorni erano senza lavoro. Ora si è riattivato”. Poi, aggiunge: “Le persone all’interno urlano a volte, di notte e di giorno. È così che sappiamo se c’è qualcuno. Sembrano arrabbiati”. Dall’apertura nell’ottobre del 2024, quando si prevedeva soprattutto il trattenimento dei richiedenti asilo intercettati in mare, e poi, dopo il decreto-legge del marzo 2025 con cui invece si è puntato a portare qui in Albania persone già trattenute in Italia nei Centri di Permanenza e Rimpatrio, la controversa struttura ha registrato sempre presenze ridottissime. A febbraio, però, si è contato un picco di presenze, oltre novanta.
di Diego Mazzola
L’Unità, 27 marzo 2026
Sarebbe interessante andare a fondo dei motivi che hanno indotto a mettere in Costituzione l’articolo 27, che testualmente ci dice che la responsabilità penale è personale, che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva e che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. È su queste basi che si costruisce la sacralità del processo penale? A questo proposito il professor Klaus Lüderssen ebbe a dire che “la presunzione di innocenza ci vieta, in effetti, anche soltanto di pensare che i fini della pena possano essere realizzati già attraverso il processo”.
di Giansandro Merli e Mario Di Vito
Il Manifesto, 27 marzo 2026
Il monito della Consulta. La Carta può costituire un controlimite alla normativa europea. “L’articolo 10 della Costituzione è un chiaro parametro ed è possibile si ponga una questione di costituzionalità (del nuovo Patto Ue su immigrazione e asilo, ndr) con riferimento alla conformità della normativa interna. La nostra Costituzione in questo caso può costituire un parametro di riferimento della normativa europea quanto ai cosiddetti controlimiti, che evocano il concetto di principi fondamentali”, ha detto ieri nella conferenza stampa annuale della Consulta il presidente Giovanni Amoroso. La risposta è nata da una domanda del manifesto sul nuovo Patto dell’Unione che, tra le varie norme, prevede la possibilità di stipulare accordi con paesi terzi considerati “sicuri” dove deportare qualsiasi richiedente asilo sbarcato in Italia. Senza alcun vincolo soggettivo. Basta la firma dell’intesa internazionale, che legittimerebbe la dichiarazione di inammissibilità di qualunque domanda di protezione.
di Lorenzo Ceva Valla
linkiesta.it, 27 marzo 2026
Dalle carceri bielorusse alle proteste iraniane, a Milano le testimonianze dei dissidenti riportano al centro il ruolo dell’Unione europea, e del Premio Sakharov, nella tutela dei diritti umani. In Europa molte persone finiscono in carcere per aver esposto uno striscione, indossato un braccialetto o intonato un coro contro il governo, o per motivi simili. In Belarus arresti di questo tipo sono cronaca quotidiana da diversi anni. “Per noi il 25 marzo è il giorno della libertà, conquistato nel 1918, oggi non siamo liberi ma continuiamo a celebrare questa giornata nella speranza di poter riavere quello che ci è stato tolto”, dice Yuliya Yukhno, attivista belarusiana incarcerata solo perché indossava un braccialetto bianco-rosso-bianco, cioè i colori della bandiera della Belarus indipendente.
di Beatrice Guarrera
L’Osservatore Romano, 27 marzo 2026
Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla guerra in corso in Iran e in Libano, in Israele martedì sera la Commissione per la Sicurezza nazionale della Knesset ha votato a favore del controverso disegno di legge della coalizione di governo che prevede la pena di morte per i prigionieri palestinesi condannati per terrorismo. La votazione si è svolta dopo una lunga sessione parlamentare a cui ha partecipato anche il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il cui collega del partito di estrema destra Otzma Yehudit, il deputato Limor Son Har-Melech, ha promosso la legge. Secondo un comunicato dello stesso partito, il disegno di legge dovrebbe passare la prossima settimana alla seconda e terza lettura alla Knesset, necessarie all’approvazione definitiva.
di Daniela Scherrer
La Provincia Pavese, 26 marzo 2026
Ritorna in scena oggi nella casa circondariale di Torre del Gallo "Alice nel paese delle meraviglie (il lato oscuro della felicità)", lo spettacolo della compagnia di teatro carcere "Uomini senza Barriere". Si tratta di una replica del lavoro che Stefania Grossi ha svolto con le persone detenute. Sarà proposto agli studenti dell'istituto Cossa di Pavia che in istituto ha due classi scolastiche. Saranno presenti tra studenti e professori 180 persone. «L'esperienza di teatro in carcere è un percorso che senza togliere niente al momento artistico e creativo dello spettacolo - spiega Grossi, che da anni fa teatro in carcere - ha come obiettivo principale la maggior consapevolezza di sé di chi partecipa come attore.
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