di Gianfranco Pellegrino*
Il Domani, 26 marzo 2026
Lo sconcertante episodio della provincia di Bergamo, dove un tredicenne ha accoltellato la sua insegnante a scuola, viene affrontato dal ministro Valditara e dalla destra come un problema penale. Basta proibire che avvenga, come mai non ci abbiamo pensato prima? Chi ha accoltellato lo studente tredicenne di Trescore Balneario? Ha accoltellato Chiara Mocchi, la sua insegnante, ovviamente. La persona a cui va tutta la nostra solidarietà e apprensione, come genitori, insegnanti, cittadini e cittadine di questo paese. La persona che, insieme a milioni di altre, sta lì a reggere la trama fragile del futuro di questo paese, che in gran parte dipenderà da chi è giovane adesso. Ma non ha accoltellato soltanto Mocchi, quel ragazzo tredicenne, che aveva un coltello e la scritta “Vendetta” sulla maglietta. Ha colpito lo Stato, come dice Valditara?
di Franco Giubilei
La Stampa, 26 marzo 2026
Lo psicologo: “Il vero problema è che gli adulti non ascoltano i ragazzi”. “Le emozioni che non trovano parole per essere espresse possono diventare violenza verso l’altro o verso sé stessi”. Di fronte all’aggressione violentissima del 13enne alla sua insegnante, lo psicologo Matteo Lancini ripete come un mantra un argomento che gli è caro: per riuscire a prevenire disastri come questi, gli adulti devono saper ascoltare gli adolescenti e intercettarne le pulsioni emotive prima che si trasformino in qualcosa di peggio. Inutile inasprire le pene e ancor più demagogico, come lo psicoterapeuta si aspetta che avvenga anche stavolta, proporre di abbassare sotto i 14 anni la soglia di punibilità per i ragazzini. Lancini poi richiama analogie inquietanti: “La mimetica, la preparazione, ricordano le stragi delle città americane”.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 26 marzo 2026
Il Consiglio nazionale delle ricerche ha messo a punto il dispositivo a comando oculare che la donna toscana, paralizzata, attendeva. “Spero che nessuno debba più aspettare due anni per un diritto che gli appartiene già”. I dispositivi di varia applicazione basati sulla tecnologia eye-tracking non sono certo una novità. Ma quello che ha permesso a Libera - nome di fantasia per una donna toscana di 55 anni malata dal 2007 di sclerosi multipla a decorso progressivo e ormai completamente paralizzata dalla testa ai piedi - di accedere finalmente al suicidio assistito azionando con il solo movimento degli occhi il meccanismo di autosomministrazione del farmaco letale, è un’apparecchiatura predisposta appositamente per lei dal Consiglio nazionale di ricerca (Cnr).
di Vitalba Azzolini*
Il Domani, 26 marzo 2026
Gli eventi delle ultime settimane hanno fatto passare quasi sotto silenzio l’esame da parte dei giudici europei su alcune questioni pregiudiziali che determineranno la sorte dei centri italiani oltre Adriatico, uno dei cardini della politica migratoria del governo Meloni. Dovranno valutare se l’Italia avesse il potere di stipulare l’intesa e se le strutture possano essere utilizzate come centri per il rimpatrio. Tra le guerre che infiammano il mondo e gli eventi che agitano la politica interna, è passata quasi sotto silenzio la prima udienza della Corte di Giustizia dell’Unione europea su alcune questioni pregiudiziali che determineranno la sorte dei centri italiani in Albania, uno dei cardini della politica migratoria di Giorgia Meloni.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 26 marzo 2026
Mentre la politica agita lo spettro dell’invasione e qualche sindaco vieta i kebab, il Registro delle Imprese racconta un’altra storia. Al 31 dicembre 2024, in Italia ci sono 666.767 imprese gestite da persone nate all’estero. Erano 454.029 nel 2011. In tredici anni sono cresciute del 46,9 per cento. Nello stesso periodo, le imprese degli italiani sono diminuite del 7,9. Il dato viene dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Idos in collaborazione con la Cna, la Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Fonte ufficiale: il Registro delle Imprese, quello che registra tutto ciò che esiste davvero nel tessuto produttivo del Paese.
di Gianluca Nicoletti
La Stampa, 26 marzo 2026
Ora possiamo dire che è stato condannato il pusher che ci ha reso tutti dipendenti da una “sostanza” nociva; una droga non elaborata chimicamente ma spacciata attraverso modelli matematici. È l’algoritmo che ci fa galleggiare estatici nella realtà dei social che ci ha resi dei tossici, e questa non è più solo una presa di posizione ideologica ma una realtà che potrebbe presto essere sancita dai tribunali. È un passaggio storico che entra nella carne viva della nostra evoluzione digitale: l’antico anatema rivolto al mondo online non è più legato soltanto ai contenuti potenzialmente dannosi, ma alla maniera in cui sono costruiti gli algoritmi che li creano e li distribuiscono, programmati per catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. La giuria del New Mexico ha stabilito che Meta ha consapevolmente danneggiato la salute mentale di bambini e ha nascosto ciò che sapeva sullo sfruttamento sessuale minorile sulle sue piattaforme sociali.
di Arcangelo Rociola
La Stampa, 26 marzo 2026
Il verdetto è stato raggiunto nell’ambito di un processo partito dalla una denuncia di una ventenne californiana. Cosa succede ora. Una sentenza a Los Angeles è destinata a cambiare in modo radicale il dibattito sulle piattaforme online. Google e Meta sono state ritenute responsabili della dipendenza dai social media tra i giovani. Il verdetto stato raggiunto nell’ambito di un processo sulla dipendenza dai social media. Partito da una denuncia di una ventenne californiana che ha sostenuto che Youtube (Google) e Instagram (Meta) abbiano istigato la sua depressione. Inducendole pensieri suicidi fin dall’infanzia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 marzo 2026
Andrea Delmastro ha passato tre anni a gestire le carceri con il pugno duro, introducendo nuovi reati, blindando il 41-bis, resistendo a sentenze e polemiche. Ha tenuto il punto su tutto. Ora è caduto per una cena in un ristorante sulla via Tuscolana. Non per le politiche carcerocentriche, non per lo stallo con il Quirinale che ha lasciato il Dap senza guida per cinque mesi. Non per il piano edilizio che non riesce a tenere il passo con il sovraffollamento. Ma per una foto. Tre anni e mezzo di gestione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria sono stati sufficienti a produrre un record di suicidi in carcere, uno stallo istituzionale con il Quirinale sulla nomina del Capo del dipartimento, due capi del Dap avvicendati e uno scandalo giudiziario che ha investito direttamente il sottosegretario con delega alle carceri. Il penultimo capitolo è arrivato pochi giorni prima del referendum, ed è quello che Giorgia Meloni ha liquidato con una parola sola: “leggerezza”.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 25 marzo 2026
La richiesta di alcuni sindacati: “Via anche i vertici del Dipartimento, costruito a sua immagine”. Con otto agenti di Polizia penitenziaria condannati per falsità materiale e ideologica a pene che vanno dai 18 mesi ai 20 mesi di reclusione, si conclude il primo grado del processo - lungo e difficile - per le violenze avvenute all’interno del carcere di Ivrea tra il 2015 e il 2016. Il reato di lesioni è ormai prescritto, ma il fatto è comunque molto rilevante perché, come spiega l’avvocata Simona Filippi che nel procedimento ha rappresentato l’associazione Antigone come parte civile, il falso è non a caso considerato un “reato sentinella” di violazioni ben più gravi.
di Laura Ghiandoni
trendsanita.it, 25 marzo 2026
In Italia circa il 30% dei detenuti ha un background migratorio. L’etnopsicologia, con interventi multidisciplinari, aiuta a comprendere e supportare queste persone in carcere. “L’altissima presenza di persone con background migratorio ha spinto la direzione della casa circondariale di Sollicciano, in provincia di Firenze, a chiederci di organizzare una proposta che favorisse una più efficace presa in carico da parte dei detenuti extracomunitari tenendo conto delle specificità culturali, degli aspetti geopolitici e del percorso migratorio”. Lelia Pisani, etnopsicologa del Centro Studi Sagara, racconta l’avvio del lavoro d’équipe che intreccia il supporto psicologico nel contesto carcerario, supportando i migranti nella comprensione delle complesse procedure burocratiche che lo caratterizzano e facilitando la possibilità di accedere ai vari servizi.











