di Benedetta Tobagi
La Stampa, 16 settembre 2025
Dopo l’omicidio Kirk, vediamo che in Italia, Meloni, con vari altri esponenti della destra di governo, e la stampa di destra che il governo sostiene, non solo appoggia e sposa acriticamente la retorica della vendetta del governo Trump, ma la estende alla situazione italiana, in maniera del tutto priva di fondamento. Anche questo è pericolosissimo e irresponsabile. “C’è un clima d’odio” dice Meloni. Questo è indubbio, l’estrema destra negli Usa e nel resto del mondo è in prima fila nell’alimentare un discorso pieno di odio, razzista, islamofobo, misogino, e nei fatti sostiene leader che disprezzano e calpestano il diritto internazionale praticando violenza indiscriminata sui civili e invasioni territoriali! Meloni però non prende le distanze dai suoi amici politici e dalla loro retorica virulenta. Accusa fantomatici altri. Alla festa dell’Udc, il 13 settembre, ha detto “Io vengo da una comunità politica che è spesso stata accusata ingiustamente di diffondere odio dagli stessi che oggi minimizzano o addirittura giustificano l’omicidio intenzionale di un ragazzo 31 anni che aveva la colpa di difendere le sue idee”. Ma di chi parla Meloni? Chi, chi, giustifica e difende? Non si capisce proprio, visto che dall’opposizione politica, anche in Italia, la condanna dell’omicidio è stata a dir poco unanime. E se parla dell’”odio social”, anonimo e fluviale, beh, su che pianeta apparterrebbe solo alla galassia di sinistra e non alla destra? Suvvia!
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 16 settembre 2025
Attraverso l’uso del linguaggio che disumanizza l’altro, Israele riesce a giustificare le violenze inflitte al popolo palestinese. Ieri il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha pubblicato sui suoi social un video che mostra una torre bombardata nella Striscia di Gaza, e la didascalia: “la torre del terrore al Ghafri si schianta in mare. Stiamo soffocando i focolai di terrorismo”. Il giorno prima aveva pubblicato un video che mostra la distruzione dell’Università Islamica a Gaza City, la cui didascalia recita: eliminare le fonti di incitamento e terrorismo. Mentre l’esercito israeliano si prepara a un’occupazione su vasta scala di Gaza City, intensificando le operazioni nel cuore urbano della Striscia, distruggendo torri residenziali e sedi universitarie che fungevano da rifugio per gli sfollati, emerge con sempre maggiore chiarezza che anche il linguaggio usato dal governo israeliano è un tassello dell’arsenale.
di Francesca Paci
La Stampa, 16 settembre 2025
Intervista alla premio Nobel per la Pace Narghes Mohammadi a tre anni dalla morte di Mahsa Amini: “La sfida delle ragazze a capo scoperto Gaza? La Repubblica islamica utilizza le tensioni internazionali e le guerre regionali per reprimere ancora di più”. Quando il 16 settembre di tre anni fa il mondo scopriva che la ventitreenne iraniana Mahsa Jina Amini era morta dopo tre giorni di coma per le percosse della polizia religiosa accanitasi su una ciocca sfuggita al chador, pareva che sarebbe finita nel silenzio, l’ennesima vittima inghiottita dal gorgo cieco della teocrazia sciita. Non è andata così, decine di migliaia di donne e di uomini hanno riempito le strade al grido di “donna, vita, libertà” sfidando, con i pasdaran, il sistema dell’apartheid di genere.
di Francesca Paci
La Stampa, 16 settembre 2025
Intervista alla premio Nobel per la Pace Narghes Mohammadi a tre anni dalla morte di Mahsa Amini: “La sfida delle ragazze a capo scoperto Gaza? La Repubblica islamica utilizza le tensioni internazionali e le guerre regionali per reprimere ancora di più”. Quando il 16 settembre di tre anni fa il mondo scopriva che la ventitreenne iraniana Mahsa Jina Amini era morta dopo tre giorni di coma per le percosse della polizia religiosa accanitasi su una ciocca sfuggita al chador, pareva che sarebbe finita nel silenzio, l’ennesima vittima inghiottita dal gorgo cieco della teocrazia sciita. Non è andata così, decine di migliaia di donne e di uomini hanno riempito le strade al grido di “donna, vita, libertà” sfidando, con i pasdaran, il sistema dell’apartheid di genere.
di David Allegranti
La Nazione, 15 settembre 2025
Nelle carceri italiane c’erano, al 31 agosto 2025, secondo le statistiche più aggiornate del ministero della Giustizia, 63.167 detenuti, per una capienza regolamentare di 51.274 posti, ai quali però vanno sottratti anche quelli inagibili. Il tasso di sovraffollamento è del 135,5 per cento. La crescita della popolazione detenuta nell’ultimo anno è ormai di 1.409 unità. Ci sono 6.942 persone detenute in più da quando è entrato in carica il governo Meloni, nell’ottobre del 2022.
di Ferruccio Sansa
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025
Li chiamiamo “detenuti”. Non persone. Questo riflette il sentimento della nostra società verso uomini e donne che vivono dietro le sbarre. La responsabilità è anche della politica che usa espressioni disumane: “Chiudiamoli in cella e buttiamo le chiavi”. Così le nostre carceri sono divenute luogo di disperazione: il tasso di suicidi è 30 volte superiore a chi vive in libertà. Per non dimenticare l’uso di droghe e psicofarmaci che raggiunge il 75% delle persone recluse.
di Marcello Buttazzo
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025
Nelle carceri italiane, sovraffollate fino all’inverosimile, si continua a morire. Domenica 7 agosto, all’alba, a Firenze, nel carcere di Sollicciano, s’è impiccata nella sua cella una donna rumena di 26 anni. Dall’inizio dell’anno sono 61 i detenuti che si sono tolti la vita nelle celle di dura ferraglia. La politica attiva, che ritorna dalle vacanze, dovrebbe essere più accorta e più solerte nell’affrontare finalmente in modo pragmatico e umano una situazione gravemente emergenziale.
di Leo Beneduci*
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025
Chi comanda davvero nelle carceri? Verrebbe da rispondere che è lo Stato, ma da tempo non è più così. Le carceri, in Italia, non sono più soltanto luoghi di custodia cautelare o di esecuzione della pena. Sono un mondo a parte, un territorio ad altissima densità criminale, dove proprio lo Stato e chi lo rappresenta hanno perso autorevolezza. Dietro le sbarre si spacciano sostanze, si aggredisce, si estorce, si violenta, si ricatta. E ciò che rende tutto più grave è che, assai spesso, chi commette questi reati resta nella fortezza blindata delle sezioni detentive, persino accanto alla persona offesa.
di Lorenzo Mottola
Libero, 15 settembre 2025
Da quasi due anni Beniamino Zuncheddu è tornato un uomo libero. Non è bastata, però, la prova della sua innocenza, dopo oltre tre decenni trascorsi ingiustamente in carcere, accusato di tre omicidi che il pastore sardo non ha commesso, per far scattare un reale senso di colpa nello Stato “colpevole” - lui sì - di aver tenuto in cella un uomo dai 27 ai 60 anni d’età senza ragione. Il risarcimento ancora non si vede nemmeno all’orizzonte. A bloccarlo, per un tempo ad oggi ancora indeterminato, pare siano imprecisate lungaggini burocratiche.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 settembre 2025
Nel 2011, certo, in Italia si è votato per l’acqua come bene comune. Un referendum abrogativo, il solo che abbia raggiunto il quorum negli ultimi trent’anni. Ma il voto sulla separazione delle carriere sarà un’altra cosa. Sarà uno scontro di civiltà, a suo modo. Un conflitto fra diverse visioni della democrazia. Una conta finale sulle istituzioni della Repubblica assai più di quanto non lo sia stato il referendum Renzi di nove anni fa. È un aspetto da non sottovalutare. Soprattutto perché il pronunciamento degli elettori sulla legge Nordio sarà il momento della verità dopo 33 anni di equivoci sul primato fra poteri. Dal 1993, da Mani pulite, la sovranità sarà anche rimasta formalmente attribuita al popolo, ma è difficile dissentire da chi, come il professor Tullio Padovani ironizza e definisce l’Italia una Repubblica fondata sull’esercizio dell’azione penale in cui, a ben guardare, la sovranità appartiene ai pubblici ministeri. È un’iperbole, che racconta molte cose. Sublima lo sbilanciamento fra politica e magistratura derivato dalla fine della Prima Repubblica.
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