di Luigi Murciano
Il Piccolo, 2 agosto 2025
Il tema delle strutture per migranti accende il confronto in teatro: sul palco esperti e attivisti per una riflessione a più voci che è partita dall’eredità morale di Franco Basaglia. “Dove metto l’agitato, lo straniero, l’irregolare? La domanda sbagliata genera luoghi sbagliati”. Con questa provocazione si è aperto L’incontro “Dai diritti alle pene: manicomi, Cpr, carceri”, svoltosi l’altra sera al Nuovo Teatro Comunale di Gradisca nell’ambito di Onde e Lettere Mediterranee. L’appuntamento ha offerto una profonda riflessione sulle condizioni di vita nei luoghi di reclusione, partendo dall’eredità dello psichiatra Franco Basaglia per approdare alle criticità attuali. Che per la cittadina della Fortezza vuol dire, soprattutto, Cpr. Sotto lo sguardo simbolico di Marco Cavallo - la statua del cavallo azzurro simbolo della liberazione dai manicomi, installato in piazza Unità d’Italia a Gradisca per tutta la durata del festival - relatori e pubblico hanno ripercorso il filo rosso che lega passato e presente dell’esclusione.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 2 agosto 2025
Il carcere imprigiona anche la vita affettiva dei reclusi. E la solitudine è pena aggiuntiva che non sembra interessi chi vive oltre le sbarre. Anche se ne “brutalizza” l’esistenza. Lo racconta in prima persona l’ex detenuto Gianluca. Queste sono le lettere che la giornalista Donatella Stasio e Gianluca si sono scambiati prima di scrivere L’amore in gabbia, edito da Castelvecchi. Gianluca è stato arrestato quando aveva 17 anni ed è stato detenuto per 11 anni. La sua è una storia di droga, di violenze. Ma è soprattutto una storia di solitudine. Ora fa l’imprenditore. Questo scambio di lettere fa ben capire perché la sua è una storia che merita di essere letta.
di Gabriele Rizza
Il Manifesto, 2 agosto 2025
In scena la nuova creazione della Compagnia della Fortezza. La favola di Cenerentola scarta il mito della pura e semplice fantasia e poggia su pilastri di monumentale spessore: arte, scienza, conoscenza. Ne è convinto Armando Punzo che la mette al centro della sua ultima avventura teatral carceraria, allestendo un sontuoso apparato visivo, spalmato con perizia scenografica da consumato illusionista, nella grande spianata all’interno del carcere di Volterra. Il cortile della Fortezza medicea, già sede di labirintiche peregrinazioni, diventa ora una incandescente tavolozza pittorica, che abbraccia un po’ tutto il secolo breve: dalle impacchettature di un Christo e Jeanne-Claude alla metafisica di un De Chirico passando per l’action panting di un Pollock, l’astrattismo geometrico di un Malevic, il surrealismo di un Delvaux. È tutto un fiorire di avanguardie storiche attraversate da un Punzo in equilibrio su una bici di estrazione beckettiana o solcate dal suo passo di demiurgo alla Kantor, che indica e perlustra, sollecitando cadenze, uscite, incroci ai suoi attori detenuti.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 2 agosto 2025
È giusto che ciascuno possa scegliere se e quando avere figli, così come è importante che si possa esprimere la propria volontà rispetto alla fine della vita. Tuttavia, la libertà individuale, da sola, non è sufficiente. Non si nasce né si muore in astratto, ma dentro un sistema di relazioni, servizi, strutture materiali e simboliche. Nascere e morire, venire al mondo e lasciarlo. Per secoli, le soglie fondamentali della vita sono state considerate eventi naturali, inscritti dentro ritmi biologici e regolati da culture stabili di matrice religiosa. In pochi decenni è cambiato tutto. Il combinarsi dell’innovazione tecnologica (si pensi, per fare l’esempio più banale, alla pillola) e dei mutamenti culturali fanno si che oggi la nascita e la morte non siano più vissute come eventi dati, ma come “fatti sociali”.
di Filomena Gallo
Il Domani, 2 agosto 2025
L’intervento della segretaria dell’Associazione Luca Coscioni, avvocata di Martina Oppelli, morta in Svizzera dopo tre “no” alla richiesta di suicidio assistito: “Si è vista negare il diritto all’autodeterminazione”. Depositata al Senato una proposta di legge di iniziativa popolare: “È un tema che riguarda tutte e tutti: non può essere lasciato alla forza residua di chi soffre”. Martina Oppelli è morta in Svizzera il 31 luglio 2025, dopo oltre vent’anni di convivenza con una forma avanzata di sclerosi multipla. Aveva chiesto per tre volte alla propria azienda sanitaria di accertare i requisiti per accedere, in Italia, al suicidio medicalmente assistito previsto dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019. Le richieste sono state tutte respinte, perché la sua condizione - completamente immobile e dipendente da terzi - non veniva ritenuta compatibile con il requisito del sostegno vitale. Eppure, la sentenza n. 135/2024 della stessa Corte ha chiarito che anche l’assistenza continuativa, i farmaci salvavita e dispositivi come catetere o macchina per la tosse costituiscono trattamenti di sostegno vitale. Anche un presidio rifiutato, se necessario per funzioni essenziali, è da considerarsi un trattamento in corso.
di Flavia Perina
La Stampa, 2 agosto 2025
L’emergenza immigrazione, quella con la grancassa, è ormai un ricordo abbastanza lontano perché la sentenza della Corte europea sui cosiddetti Paesi sicuri suoni come l’eco di un’altra epoca, una vecchia questione di principio irrisolta - chi ha il diritto di stabilire le regole delle espulsioni? - più che un verdetto legato alle cronache dell’attualità. Il sito del Viminale aggiorna quotidianamente il bollettino degli sbarchi, anche se nessuno lo guarda più. Nel 2025 sono stati poco più di 36mila, quota modesta rispetto alla stagione del grande allarme, il 2023, quando furono 90mila: una cifra utile alla destra, che aveva appena vinto le elezioni cavalcando quel tema, per decretare l’avvio di un nuovo corso. Fu subito stato d’emergenza nazionale, e poco dopo il protocollo Italia-Albania suggellò l’idea di rimpatri immediati dei clandestini, senza nemmeno una sosta sulle coste italiane. Due anni dopo si può dire senza tema di smentita che l’operazione è finita male. Ma insieme ad essa sembra affondato anche l’oggetto della contesa, quella sensazione di urgenza e catastrofe legata al tema immigrazione che ha dominato il dibattito italiano per un decennio.
di Valentina Santarpia
Corriere della Sera, 2 agosto 2025
Palazzo Chigi replica: “Si tratta di responsabilità politiche”. Uno Stato membro non può considerare un Paese sicuro se non offre una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione. Palazzo Chigi: “La giurisdizione rivendica spazi che non le competono”. L’Associazione magistrati: “Dimostrato che nessuno remava contro il governo”. La designazione di un paese terzo come “paese di origine sicuro” deve poter essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo. Lo ha deciso la Corte di Giustizia dell’Unione europea pronunciandosi sul ricorso contro la procedura di frontiera nei Cpr in Albania. Una sentenza che “sorprende” il governo italiano che nei mesi scorsi ha avuto uno scontro acceso con i giudici che bloccavano le procedure di rimpatrio: “Ancora una volta la giurisdizione, questa volta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche”.
di Danilo Paolini
Avvenire, 2 agosto 2025
Sostenere che la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea “smonta” il cosiddetto modello Albania costruito dall’attuale Governo italiano (e per altro apprezzato da altri partner dell’Ue, nonché dalla stessa presidente della Commissione, Ursula von der Leyen) corrisponde a verità, ma non esaurisce i termini della questione. Una questione che va oltre le politiche migratorie di un singolo esecutivo nazionale e ha a che fare con principi di diritto superiori. Anzi precedenti, nel senso che vengono prima. Lo Stato di diritto, infatti, si fonda sul principio che la legge nasce per tutelare il singolo dal possibile arbitrio del potere costituito. Lo stesso potere che viene suddiviso proprio per scongiurare concentrazioni e abusi.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 2 agosto 2025
La premier non si ferma davanti alla sentenza della Corte europea e rilancia il ruolo dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. La risposta a monsignor Perego. Avanti tutta, senza incertezze. Palazzo Chigi e l’intero governo hanno preso non male ma malissimo il pronunciamento della Corte di giustizia europea. Nonostante la norma fosse stata scritta nello scorso ottobre tenendo conto delle precedenti sentenze, in Lussemburgo hanno messo paletti che rimettono in discussione le strategie di contrasto all’immigrazione che per il governo sono uno degli asset fondamentali. E infatti, una dura nota di risposta è arrivata a Palazzo Chigi a strettissimo giro, meno di un’ora e mezza dopo la diffusione della pronuncia della Corte. E la linea non cambia: “Il centro albanese rimane aperto e sarà pienamente utilizzato”.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 2 agosto 2025
I due Paesi e la Commissione europea hanno appoggiato una tesi di fondo che è la stessa alla base della scelta italiana: cioè che la valutazione sulla sicurezza di un Paese terzo non può essere trasformata in una decisione giurisdizionale automatica. La sentenza con cui la Corte di giustizia dell’Unione europea ha affondato l’impianto italiano sui cosiddetti “paesi sicuri” non è solo una sconfessione del decreto legge Meloni del 2024. È, se si guarda con onestà intellettuale al dibattito che ha preceduto la decisione, una sconfessione di una linea condivisa da gran parte dell’Europa politica. O, per essere più precisi: la sentenza della Corte è uno schiaffo non soltanto al governo italiano, ma anche al governo tedesco, a quello francese e alla Commissione europea.
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