di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 2 agosto 2025
La sentenza pubblicata ieri della Corte di Giustizia dell’Unione europea risponde ai quesiti postile dal Tribunale di Roma, da altri giudici e anche dalla Corte di Cassazione sulla interpretazione da dare alle norme europee relative alla nozione di “Paese di origine sicuro”, ai fini del giudizio di compatibilità delle norme italiane con quelle europee. Come si ricorda, le decisioni dei giudici di interpellare la Corte di Giustizia sono state nei mesi scorsi terreno di violente prese di posizione da parte di esponenti della maggioranza governativa. Il nocciolo fondamentale delle critiche governative stava e sta nella rivendicazione - il governo essendo “eletto” - del diritto di non essere impedito da giudici “non eletti”, di sviluppare la propria politica in materia migratoria.
di Gianfranco Schiavone
L’Unità, 2 agosto 2025
Un Paese di origine è sicuro se lo è per tutti, ha chiarito la Cgue, e l’ultima parola spetta al giudice. Spazzato via l’escamotage delle “eccezioni” utilizzato dall’esecutivo per includere casi come l’Egitto. Il 1° agosto 2025 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Cgue), ha pubblicato l’attesa sentenza nelle cause riunite C-758/24 [Alace] e C-759/24 [Canpelli]. Come noto, la vicenda ebbe inizio con il trasferimento nel centro di Gjader in Albania di un gruppo di cittadini bengalesi cui la domanda di asilo fu rigettata per manifesta infondatezza il 17 ottobre 2024 dopo un esame sommario condotto in poche ore, applicando la cosiddetta “procedura accelerata di frontiera” in ragione della loro provenienza da un paese di origine che il Governo italiano aveva qualificato come “di origine sicuro” tramite un decreto legge.
di Ruggiero Montenegro
Il Foglio, 2 agosto 2025
Il professore e giudice emerito della Corte costituzionale: “La sentenza sui migranti rischia di rendere l’Unione europea una babele dei diritti”. “È una sentenza inutile. E suicida perché sembra affermare che l’Ue non è un ordine giuridico unitario, ma una babele di diritti”, dice al Foglio il professore Sabino Cassese. Il giudice emerito della Corte costituzionale commenta la sentenza della Corte di giustizia europea che ieri ha assestato un altro colpo al modello Albania e alla politica migratoria del governo. Secondo Palazzo Chigi si tratta di un’invasione di campo. Meloni ha accolto la notizia “con sorpresa”, mentre era in Turchia per un vertice con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e con il primo ministro del governo di unità nazionale libico, Abdulhamid Mohammed Dabaiba in cui si è parlato proprio della gestione dei flussi migratori.
di Agostina Latino
Il Manifesto, 2 agosto 2025
La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 1° agosto 2025, che affronta questioni pregiudiziali relative all’applicazione della Direttiva 2013/32/UE sulla protezione internazionale, in particolare riguardo al concetto di “Paese di origine sicuro”, segna un punto di svolta nel dibattito giuridico e politico. La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea del 1° agosto 2025, che affronta questioni pregiudiziali relative all’applicazione della Direttiva 2013/32/UE sulla protezione internazionale, in particolare riguardo al concetto di “Paese di origine sicuro”, segna un punto di svolta nel dibattito giuridico e politico sul nuovo Patto Europeo sull’Asilo e la Migrazione sotto (almeno) tre profili. In primo luogo, impone un rafforzamento del controllo giurisdizionale in quanto stabilisce che la designazione di un “Paese di origine sicuro” da parte di uno Stato membro, anche se sancita per legge, deve essere soggetta a controllo giurisdizionale effettivo, sicché è appannaggio dei giudici nazionali valutare la fondatezza delle fonti informative su cui si basa tale designazione.
di Ornella Favero*
L’Unità, 1 agosto 2025
Differenziata da cosa? Cosa farà la Commissione di valutazione a cui verrà sottoposto il programma terapeutico di ogni detenuto? E da chi è composta la task force? L’estate in carcere è il contrario che in libertà: è triste, è soffocante, è angosciante. Ed è funestata dai “piani carcere”, che tornano a prenderci in giro con regolarità disarmante. Ho preso in mano il piano del 2014, ed è praticamente una fotocopia di quello appena presentato dal governo. Che però ha in più alcune definizioni “creative”, il nulla raccontato come se potesse davvero accadere.
di Franco Corleone
L’Espresso, 1 agosto 2025
L’appello di Mattarella e la sollecitazione del Presidente del Senato per interrompere la spirale di tragedia che avvolge le carceri italiane sono caduti nel vuoto. Peggio. I provvedimenti usciti da un Consiglio dei ministri straordinario provocano un vero sconcerto e un sentimento di desolazione. Le promesse sono sempre le stesse, ripetute stancamente: limitare le presenze in custodia cautelare, rimpatrio dei detenuti stranieri, trasferimento dei “tossicodipendenti” in comunità chiuse. Sullo sfondo viene evocato il progetto taumaturgico del commissario per l’edilizia penitenziaria che segnerà un ennesimo fallimento. Infatti la Corte dei Conti è feroce nel giudizio sulle realizzazioni, sui costi e sulle modalità di gestione del Piano Carceri (deliberazione del 18 aprile 2025, n. 42/2025/6).
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 1 agosto 2025
Nulla si muove, nei 190 penitenziari italiani. L’aria è ferma, stagnante, i “piani” carceri si accumulano, anno dopo anno, i suicidi continuano, giorno dopo giorno. Ogni tanto affiora una polemica sui giornali, magari perché un ex potente rinchiuso si è accorto che le prigioni sono scomode o perché si dà alla macchia una delle 100 mila persone che sono destinatarie di misure alternative. L’argomento non è allettante, figuriamoci d’estate, e si inabissa subito. Intanto nelle carceri si muore, più che d’inverno. La contabilità la fa l’associazione Ristretti Orizzonti. Gli ultimi: domenica a Pavia, “un uomo dell’est Europa” di 36 anni si è appeso alla porta della sua cella; martedì un italiano di 53 anni, in isolamento a Parma, si è impiccato usando l’elastico delle mutande. Di seguito tre storie, di due detenuti e di un agente. Tre suicidi normali, se questa è normalità.
di Giuseppe Spadaro*
Il Dubbio, 1 agosto 2025
La Costituzione vuole una sanzione che rieduchi, soprattutto in casi difficili come la violenza familiare. Esiste un articolo nella nostra Costituzione che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. I padri costituenti hanno espresso questa volontà, che è la sintesi di ideologie e di pensieri filosofici di elevato spessore, all’articolo 27. La pena, assolutamente necessaria per chi commette il delitto, non può e non deve avere esclusivamente una funzione punitiva. Essa non deve umiliare la persona o essere solo un complesso di privazioni per il condannato. La pena non deve solo privare, ma deve anche offrire: prima fra tutte l’opportunità di una redenzione.
di Serenella Bettin
L’Espresso, 1 agosto 2025
Dalla Sicilia al Veneto, esposti e denunce dei garanti dei detenuti sulle carenze dell’assistenza. A Messina, una Tac inutilizzata perché mancano i soldi per ristrutturare la sala Esami rinviati per mesi e anche per anni. Ma per queste persone perdere tempo significa vivere o morire, nel silenzio imbarazzante del governo che spicca per la sua inerzia, per la sua desolante assenza”. La denuncia a L’Espresso è di Lucia Risicato, garante dei diritti dei detenuti di Messina. Nel carcere di Gazzi la situazione è oltre il limite. I detenuti scontano i ritardi del servizio sanitario, quelli del reperimento dei farmaci e quelli delle uscite per esami e visite per effetto della carenza di agenti penitenziari.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 agosto 2025
È detenuto al 41 bis e ha una diagnosi di glomerulonefrite membranosa, malattia renale grave e progressiva che, senza terapia tempestiva, conduce a insufficienza renale irreversibile. L’unica opportunità per evitare il peggioramento - e per molti l’unica speranza di sopravvivenza - è il Rituximab, farmaco immunosoppressore da somministrare in ambiente sterile con personale qualificato e monitoraggio continuo. Si chiama Giuseppe Crea, 47 anni, e il 7 ottobre davanti al Tribunale di Sorveglianza di Torino non si discuterà solo di un trasferimento carcerario, ma di un principio di civiltà: chi è privato della libertà, anche in carcere “duro”, non perde il diritto alla salute. Non si chiede uno sconto di pena, ma cure adeguate e immediate. Eppure Crea è stato “rimbalzato” da un carcere all’altro: Spoleto, Parma, Novara e di nuovo Parma, senza che nessuna direzione penitenziaria abbia preso in carico la sua richiesta di assistenza medica. Dietro questo scarica barile si cela l’ossessione per il 41- bis, che trasforma un malato in un “caso” da evitare. Il risultato è un ritardo che può costargli la vita.
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