di Gianfranco Pasquino*
Il Domani, 10 agosto 2025
“Si vis pacem, para bellum”. Crediamo tutti di sapere che cosa significa questa frase latina. È il chiaro invito ad armarsi per rendere noto e evidente a tutti i potenziali aggressori che il nostro paese, pardon, la nostra nazione è pronta, forse non solo militarmente, a difendersi. Qualcuno pensa, a mio parere correttamente, che prepararsi alla guerra non voglia dire preparare la guerra, che la difesa richieda non solo armamenti, ma convinzioni, condivisioni e motivazioni, che, concretamente, più di quarant’anni (1946-1989) di preparazione alla guerra sul continente europeo abbiano garantito la pace. Certo, l’equilibrio del terrore fu il prodotto della (rin)corsa agli armamenti fra le due superpotenze: Usa e Urss, e anche della consapevolezza di entrambe che un bellum nucleare avrebbe significato il loro reciproco annientamento. Insomma, in qualche modo, prepararsi alla guerra in maniera visibile contribuì a mantenere la pace (almeno sul continente europeo). Che in materia di preparazione attiva e consapevole si possa scrivere molto altro è pacifico (sic), another time another place. Ma queste considerazioni mi paiono sufficienti a delineare in maniera non fumosa il problema e la soluzione che viene proposta.
di Pasquale de Sena
Avvenire, 10 agosto 2025
Dibattere sulla qualificazione dei massacri in corso non è inutile, ma neppure è sufficiente. Va ribadito che tali massacri restano comunque il frutto di crimini gravissimi. Divampa, da qualche giorno, essenzialmente sulle pagine di Repubblica, ma non solo, una discussione sulla questione se i massacri di civili, in corso a Gaza, siano qualificabili come genocidio. Tutti oramai conoscono le posizioni di Grossman e Segre. Posizioni contrastanti, a questo riguardo, ma sostanzialmente coincidenti nel derivare da un peculiare punto di vista; ossia, quello proprio della comune appartenenza al popolo ebraico di chi le ha espresse. Su di esse non voglio qui tornare, anche se, dinanzi all’enormità di quanto è già accaduto, e di quel che ancora si prospetta (con la ripresa annunciata dell’occupazione militare della striscia), forti perplessità si sono diffuse, nell’opinione pubblica, sull’”utilità” di questo dibattito.
di Davide Varì
Il Dubbio, 10 agosto 2025
La dichiarazione congiunta firmata dai ministri degli Esteri denuncia la “catastrofe umanitaria” nella Striscia. Al via la consegna degli aiuti italiani. Anche i ministri degli Esteri di Canada, Francia, Austria e Norvegia si sono uniti alla dichiarazione congiunta firmata da Italia, Australia, Germania, Nuova Zelanda e Regno Unito per respingere “fermamente la decisione del Gabinetto di Sicurezza israeliano dell’8 agosto di lanciare un’ulteriore operazione militare su larga scala a Gaza”. Al momento i Paesi che hanno aderito alla dichiarazione sono nove. Intanto è decollata questa mattina la seconda fase dell’iniziativa umanitaria ‘‘Solidarity Path Operation’’, missione della Difesa italiana volta alla realizzazione di un ponte aereo tra la Giordania e la Striscia di Gaza con l’obiettivo di garantire la consegna di aiuti umanitari vitali per la popolazione civile. Il primo aviolancio è stato effettuato oggi da velivoli militari italiani, carichi di generi di prima necessità destinati alle aree più isolate e difficilmente raggiungibili della Striscia.
di Eleonora Chioda
La Stampa, 10 agosto 2025
Nicolò Govoni, 32 anni, cresciuto a Cremona, bocciato due volte a scuola, vive in Kenya dove ha fondato la prima scuola al mondo certificata IB in una delle baraccopoli più difficili dell’Africa. Attivista, imprenditore sociale, fondatore di Still I Rise, Govoni ha costruito un modello educativo gratuito e d’eccellenza per i bambini più poveri. “Cambiare il mondo si può. Basta smettere di chiedere il permesso” dice. Ha fondato una scuola rivoluzionaria nel cuore di Mathare, una delle baraccopoli più difficili e sovraffollate dell’Africa, alla periferia di Nairobi, in Kenya. La prima scuola al mondo certificata IB (International Baccalaureate) nata in un contesto simile. Istruzione d’eccellenza che ovunque è privata e riservata a chi può pagare migliaia di dollari. Qui è gratuita e aperta a bambini profughi ed emarginati.
di Marina Corradi
Avvenire, 9 agosto 2025
Il suicidio in carcere di Stefano Argentino, che aveva ucciso Sara Campanella a marzo, contiene una cupezza straordinaria. Chi ne risponderà, se tutti sembrano aver già dimenticato? Scivola lentamente verso il basso sui siti dei quotidiani il suicidio in carcere di Stefano Argentino, assassino a marzo, a Messina, di Sara Campanella, 22 anni, studentessa di Medicina. Lui, innamorato non corrisposto, ne era ossessionato. 27 anni, da mesi era recluso a Messina. Evidentemente soggetto a rischio suicidio - proposito già espresso ai genitori la sera dell’omicidio -, era stato in regime di sorveglianza speciale. Poi, sembrando più tranquillo, Argentino era stato rimesso in cella con due compagni. Martedì alle cinque di sera è rimasto solo, e si è impiccato.
di Luna Casarotti*
napolimonitor.it, 9 agosto 2025
“Un’altra bomboletta. Un altro corpo. Non c’era più ossigeno in cella, ma ce n’era abbastanza per bruciare un’altra vita nel silenzio dell’indifferenza. La libertà non è sempre oltre il muro, a volte è nascosta dietro una valvola, dentro una boccata”. Il giudice sfoglia il codice penale, il ministro pronuncia slogan in conferenza stampa, ognuno ha la sua parte nel teatro della legalità. La pena ha la sua cornice, la colpa la sua misura, l’espiazione il suo recinto. Ma appena cala il sipario pochi metri di cemento, un bagno alla turca, un tavolino inchiodato al pavimento, spazi inospitali, finestre sbarrate e ambienti privi di aerazione. In questo spazio claustrofobico, privo di aria e di orizzonti, un uomo inala gas da campeggio per non sentire più il peso della sua esistenza.
di Alex Corlazzoli
Il Fatto Quotidiano, 9 agosto 2025
Ma Antigone avverte: “Se non dettagliati rischiano di essere usati per i posti letto”. “Se i venticinque milioni stanziati per le scuole in carcere dal ministero dell’Istruzione non vengono finalizzati rischiamo che finiscano ad essere usati per posti letto”. A usare queste parole, alla notizia del decreto firmato dal ministro Giuseppe Valditara per “potenziare l’offerta formativa rivolta agli studenti in condizioni di fragilità o restrizione”, è il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Se da una parte, in linea di principio, l’intento di viale Trastevere è nobile perché “vuole una scuola capace di adattarsi alle esigenze di tutti, compresi coloro che si trovano in ospedale e in carcere, attraverso ambienti di apprendimento innovativi e percorsi su misura”, dall’altra chi si occupa da anni delle garanzie dei diritti dei detenuti ha un occhio critico nei confronti di queste misure a pioggia.
di Francesco Rosati
Il Riformista, 9 agosto 2025
Il sovraffollamento dei penitenziari in Italia è in media del 130%, un numero che potrebbe essere abbattuto seguendo il modello di rieducazione britannico. “Frate Beppe, se non aggiustate la scuola, la camorra vincerà sempre. Perché la camorra ha paura della scuola. Perché vive di silenzio, mentre a scuola si imparano le parole”. Non è un politico a parlare, né un sociologo. È un detenuto del carcere di Alessandria, rivolgendosi al frate Beppe Giunti. Una frase semplice, ma potentissima, che fa emergere la visione distopica di istituti penitenziari privi della funzione rieducativa, ridotti a contenitori disumani che moltiplicano povertà, violenza e illegalità. Sul sovraffollamento - in media al 130% - e sull’abbandono sanitario e psicologico si è scritto molto. Ma questa realtà, ormai talmente consolidata, non suscita più stupore, solo un triste e rassegnato oblio.
di Mimmo Risica
L’Unità, 9 agosto 2025
Sono luoghi che dovrebbero rieducare, ma a farla da padrone è il sovraffollamento e la carenza di personale, di risorse e di progettualità. Dopo tanti anni di esperienza da medico con missioni in Africa, Afghanistan e Iraq, operando in ospedali e campi profughi, in Italia nelle zone di lavoro di migranti e nel Mediterraneo centrale in salvataggio, pensavo di aver già visto abbastanza del degrado che la nostra (in)civiltà è riuscita a diffondere. Ma quando con Nessuno tocchi Caino ho avuto occasione di vistare le nostre carceri, mi sono reso conto che ancora non avevo visto il peggio. È stato scioccante entrare come medico in istituzioni ufficialmente create per contenere, ma anche rieducare e reinserire chi ha commesso degli errori e verificare come invece siano stati trasformati in luoghi dove la dignità dell’uomo non ha domicilio, dove il sovraffollamento, la carenza di personale, risorse e progettualità rende la vita di detenuti e detenenti una continua afflizione.
di Cesare Battisti
L’Unità, 9 agosto 2025
Oggi l’ex ufficiale della Marina ha qualcosa che non va, ma non dice niente. Ha ripreso il suo andirivieni come niente fosse, magari aspettandosi che sia io a dar voce al suo turbamento. È così che qui funziona, le domande infastidiscono, ma se non ce le fanno non vediamo l’ora di rispondere. E si capisce, chi avrebbe voglia di tornarsene in cella con un peso sul cuore e poi lasciarlo lievitare fino all’indomani? L’ora d’aria in carcere serve proprio a questo, a toglierci i sassolini dalle scarpe e a svuotare il secchio della spazzatura. Con qualche variazione, ma non le barzellette, qui non fanno ridere. Ci vuole ben altro per scalfire lo spesso strato di malinconia del detenuto. Qui, l’attività più comune è fingere di ascoltare le altrui vicende giudiziarie. Sempre le stesse, cambiano le sfumature e col tempo si diventa bravi a insaporirle con un po’ di umorismo. C’è anche chi parla di lavoro e lo fa con tale applicazione che sembra vero. Parlano di professioni, le più svariate, di quando erano liberi.
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