di Daniele Rosi
La Nazione, 15 marzo 2025
Promuovere la cultura dell’accoglienza e il rispetto di ogni persona in quanto essere umano. Su queste premesse si sviluppa la nuova edizione di “Passaggi” il Festival di teatro-carcere che torna il 21 e 22 marzo agli Animosi e al Ridotto. Due le giornate di spettacoli teatrali aperte a tutti e con il coinvolgimento delle scuole. Passaggi è organizzato dal Comune e da Experia aps compagnia teatrale, che da molti anni lavora per la realizzazione di laboratori teatrali all’interno delle Case di Reclusione di Massa, Lucca e San Gimignano e numerose attività collaterali racchiuse sotto la denominazione Fuori e Dentro le Mura. L’iniziativa è stata presentata in Comune dall’assessore Gea Dazzi, la vicesindaca Roberta Crudeli, Cristina Sichi e il regista e direttore artistico di Experia, Alessandro J. Bianchi.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 15 marzo 2025
“Non mi sono fatto niente” di Maurizio “Gibo” Gibertini, l’autobiografia estrema per tempi estremi (edita da Milieu). Tra saggistica, narrativa e memorialistica i volumi che trattano degli anni tra il 1967 e i primi anni 80 si misurano in tonnellate e sono per lo più superflui. Ma, se si dovesse circoscrivere la scelta a pochissimi titoli, Non mi sono fatto niente (Milieu, pp. 336, euro 18,50), di Maurizio “Gibo” Gibertini, rientrerebbe di diritto nel mazzo. Se si tratta di restituire le emozioni soverchianti e la realtà frenetica di quel momento, la generosità e l’incoscienza, il senso forte di appartenenza a una comunità e la sua dissoluzione mai però del tutto compiuta, l’urgenza di libertà e gli errori che induceva il libro di Gibertini non teme paragoni. Eppure questo non è o non è soltanto un libro sugli anni della rivolta.
di Maurizio Maggiani
La Stampa, 15 marzo 2025
“Per favore non fate la guerra che poi dobbiamo studiarla”. Graffito diligentemente calligrafato con vernice acrilica sul cancello di una scuola fiorentina. Chi avesse voglia di interrogarsi sulla percezione che hanno della guerra coloro che sarebbero chiamati a combatterla qui trova una risposta esauriente. Ce la troverebbe anche il segretario generale della Nato Mark Rutte che invoca non più e non solo un’economia di guerra, ma anche una mentalità bellica. È la prima volta dopo mezzo secolo che trovo scritta su un muro del mio Paese la parola guerra, e allora la guerra era quella degli altri, il Vietnam. Non che nel frattempo non ci fossero state delle guerre che ci, e mi, hanno coinvolto, ma la parola guerra è sempre stata accuratamente messa da parte con l’invenzione di accorti neologismi, vedi operazione di peace keeping tanto per citarne una.
di Angela Nocioni
L’Unità, 15 marzo 2025
“Hanno detto che portavano in prigione noi tre perché siamo quelli che fanno i video, denunciamo quel che ci fa la polizia”. “Unhcr dice che non può aiutarci perché non ha capacità di azione indipendente”. Joy è una giovane nigeriana, bloccata negli uliveti a Sfax insieme ad altre trentamila persone, tutti migranti subsahariani. “Era il 2023, agosto o settembre, non ricordo bene. È allora che sono arrivata in Tunisia - dice lei - da quel momento, ho cercato di dare supporto e lottare per tutti i migranti qui. Attraverso la nostra voce, vogliamo solo far sapere al mondo quello che stiamo attraversando: non stiamo bene. Sì, l’obiettivo di tutti è attraversare il Mediterraneo per una vita migliore, ma sembra quasi impossibile. Il governo Meloni dice di combattere i trafficanti, ma in realtà stanno combattendo noi, non loro. Ci stanno buttando nel deserto, vendendoci ai libici.
di Stefano Caliciuri
L’Unità, 15 marzo 2025
Shahzadi Khan aveva un sogno, come tanti altri, che era quello di una vita migliore. Cresciuta a Banda, in Uttar Pradesh, India, con il volto segnato sin da bambina da cicatrici, aveva sempre desiderato un futuro in cui quelle cicatrici potessero essere rimosse. Quando un uomo di nome Uzair, originario di Agra, le parlò della possibilità di lavorare negli Emirati Arabi Uniti e di poter forse risolvere il suo problema estetico, le sembrò un’opportunità impossibile da rifiutare. Nel dicembre del 2021, partì per Abu Dhabi, portando con sé non solo la speranza di una vita migliore, ma anche un sogno di rinascita. Tuttavia, la sua storia non avrebbe avuto il lieto fine che aveva immaginato.
di Lucia Antista
Il Domani, 15 marzo 2025
Costruito negli anni 80, è l’emblema del sovraffollamento e della sistematica violazione delle norme internazionali. Varie Ong e le stesse Nazioni Unite hanno documentato cosa accade all’interno tra privazione del cibo, detenuti costretti a fare i bisogni nello stesso spazio in cui dormono e mangiano, acqua razionata e restrizioni alle visite familiari. Alberto Trentini, il cooperante arrestato il 15 novembre 2024 con l’accusa di terrorismo in Venezuela, è attualmente detenuto nel carcere El Rodeo I, situato nello Stato di Miranda, a circa 30 chilometri da Caracas, in una località chiamata Guatire. La sua detenzione riporta l’attenzione sulle condizioni disumane all’interno di una delle prigioni più critiche del paese, già al centro di numerose denunce per violazioni dei diritti umani.
di Luigi Patronaggio
Avvenire, 14 marzo 2025
Per buona parte dell’opinione pubblica la certezza della pena si identifica con la certezza della carcerazione. Da più parti si è affermato, con una singolare concezione del garantismo, che occorre essere garantisti fino alla condanna definitiva dell’imputato, ma dopo tale evento si devono schiudere per il condannato senza indulgenza le porte del carcere. Una visione carcero-centrica che tende a imporsi sempre di più e non solo in Italia. L’ex ministro della giustizia Marta Cartabia ha affermato viceversa che “occorre superare l’idea del carcere come unica effettiva risposta al reato: la certezza della pena non è la certezza del carcere che, per gli effetti desocializzanti che comporta, deve essere invocato quale estrema ratio”.
di Felice Florio
L’Espresso, 14 marzo 2025
Viaggio tra Nisida, il Beccaria e la comunità Kayros: storie di minorenni alle prese con la pena e il percorso di rieducazione. Perché il reato commesso non sia uno stigma eterno. Il silenzio è interrotto solo dal ribattere delle onde sulle rocce del promontorio di Nisida. Dietro a un cancello aperto, si inerpica una strada. I tornanti sono sferzati dalla salsedine, che si incaglia nelle piante di cappero. La natura è prepotente, finché sul costone non si staglia un secondo cancello, in questo caso chiuso. Qui finisce la libertà e inizia la sua privazione. Ciò che la barriera di metallo non riesce a precludere allo sguardo è la bellezza del golfo di Napoli. L’istituto penale per minorenni di Nisida è un posto che trabocca di luce. È un carcere, con le sue celle, le grate arrugginite, ma è lambito dall’acqua, la stessa che bagna l’isola della Gaiola e la costa di Posillipo.
di Martina Flebus
L’Eco di Bergamo, 14 marzo 2025
Intervista. La ricercatrice in criminologia Oriana Binik illustra un quadro delicato delle relazioni femminili in carcere, che vede spesso le detenute vittime di narrazioni sbagliate. Le problematiche hanno però una soluzione comune: lavorare con le donne, non per le donne. L’ultimo aggiornamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria segnala 2.729 donne recluse, su 62.165 detenuti. Dati alla mano, circa il 4% del totale. “Se si devono creare attività o stringere partnership con aziende, si tendono a privilegiare i reparti maschili, anche solo per questioni puramente organizzative” ci spiega Oriana Binik, ricercatrice in Criminologia all’Università Bicocca di Milano. Ne consegue uno svantaggio concreto, che colpisce anche la dimensione relazionale delle donne in carcere. Di questo parliamo direttamente con la dottoressa Binik.
di Flavia Zarba
huffingtonpost.it, 14 marzo 2025
Un impiego stabile da parte delle aziende che offrono lavoro a chi ha bisogno di riscatto è capace di restituire autostima a chi ha commesso un crimine e allontanare il reo da quel pensiero che l’ha condotto a delinquere, un pensiero che, senza alternativa, potrebbe condurlo alla recidiva. Luigi (il suo nome è di fantasia) ogni mattina si reca a lavoro, presso lo stabilimento della Sparco Spa di Cuggiono e si mette alla postazione. Sembrerebbe un normale inizio di giornata di un trentanovenne operaio, se non fosse che Luigi, al mattino, per andare a lavoro, prende il solo e unico mezzo di trasporto che gli è stato indicato e percorre il solo e unico tragitto che gli è stato concesso e alla sera, terminate le sue otto ore lavorative, rientra in carcere, in cui dovrà ancora stare per altri, interminabili anni.
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