di Andrea Oleandri*
Ristretti Orizzonti, 14 marzo 2025
“È assolutamente necessario che si discuta ai più alti livelli e in Parlamento di quanto sta accadendo nelle carceri e si prendano decisioni che portino il sistema nella legalità. Siamo ad un punto critico da cui è necessario uscire attraverso una serie di provvedimenti urgenti che non possono più essere rimandati senza mettere a rischio la dignità di chi in carcere è recluso, ma anche di chi in carcere lavora”. A dirlo è Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 marzo 2025
Una notte di caos ha sconvolto mercoledì l’istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano, dove è scoppiata una rivolta che ha provocato danni strutturali ingenti, tentativi di evasione e feriti, sia tra i ragazzi reclusi che tra gli agenti. Lo rende noto la Uil-Pa Polizia Penitenziaria, che definisce l’episodio “sintomo del fallimento organizzativo del sistema penitenziario minorile”. Secondo quanto ricostruito, tutti i 58 ragazzi attualmente ristretti nel carcere minorile avrebbero partecipato ai disordini, appiccando incendi in diversi locali e tentando una fuga di massa. Quattro detenuti sono riusciti a superare il muro di cinta, ma dopo ore di ricerche sono stati rintracciati all’interno del perimetro che include il penitenziario e gli uffici del Dipartimento per la giustizia minorile. Un altro giovane, ferito durante gli scontri, è stato ricoverato in ospedale e posto sotto piantonamento della Polizia di Stato, in assenza di personale penitenziario disponibile.
di Glauco Giostra*
Il Domani, 14 marzo 2025
Un popolo che non crede nella giustizia amministrata in suo nome si consegna alla giustizia del più forte. Il giudice non può e non deve farsi carico delle conseguenze della sua decisione, ma solo del rispetto delle regole del procedere e del valutare. Prendiamone ormai atto: la bussola della nostra democrazia costituzionale si è smagnetizzata. Bisognerebbe cercare di porvi rimedio, perché questo scomposto navigare a vista potrebbe prima o poi portarci contro uno scoglio autoritario.
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 14 marzo 2025
Il tema è delicato. In questi ultimi tempi si sono lette riflessioni di diverso genere per lo più orientate a ritenere che con la separazione delle carriere verosimilmente cambierà la capacità del pubblico ministero di controllare la polizia giudiziaria. In altri termini e da altri punti di vista: con lo scollamento dell’accusa dalla magistratura giudicante, taluni ritengono che la Procura potrebbe esser vista come più vicina all’Esecutivo (che, a seconda dei dicasteri, dirige le forze in uso alla polizia giudiziaria) attesa l’influenza che gli investigatori hanno sulla conduzione dei fascicoli. Addirittura verrebbe affermato che si renderà necessario - per fugare dubbi di controllo governativo sugli inquirenti - sottrarre la Pg alla direzione del pm. La questione, però, non è nuova. Cerchiamo di fare chiarezza.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 14 marzo 2025
L’incredibile confessione del sottosegretario alla Giustizia contro il ddl costituzionale del suo ministro: “Il Csm per i pubblici ministeri è un errore strategico. I pm, prima dei politici, divoreranno i giudici. L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio”. “Dare ai pubblici ministeri un proprio Csm è un errore strategico che, per eterogenesi dei fini, si rivolterà contro. I pm, prima di divorare i politici, andranno a divorare i giudici. L’unica cosa figa della riforma è il sorteggio dei togati al Csm, basta”. A bocciare in maniera così netta la riforma costituzionale della magistratura, in una chiacchierata confidenziale col Foglio, non è un parlamentare dell’opposizione né un magistrato iscritto all’Anm, bensì il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove. Cioè il sottosegretario del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha elaborato il ddl costituzionale, e uno dei principali esponenti di Fratelli d’Italia. Insomma, il sottosegretario alla Giustizia ammette di non condividere la riforma del suo ministro e del suo governo.
di Loredana Lipperini
L’Espresso, 14 marzo 2025
Il disegno di legge della destra è il solito boccone securitario. Che non risolve niente, ma attira applausi. Nel 2015 Elvio Fassone, oggi ex magistrato di Cassazione e già presidente della Corte d’Assise, scrive “Fine pena ora”, un piccolo libro che esce per Sellerio: il contenuto è un dialogo con Salvatore, uno dei capi della mafia catanese che lo stesso Fassone fece condannare nel 1985. Il giorno dopo la sentenza, il magistrato scrive al mafioso e gli manda un libro, turbato da una frase pronunciata durante il processo (“se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia “). Si scriveranno per 26 anni. Salvatore proverà a uccidersi, sostituendo alle parole riportate nella sua scheda (Fine pena: mai, ovvero anno 9999), il suo “Fine pena: ora”.
di Alberto Sbardella*
Ristretti Orizzonti, 14 marzo 2025
Da maschio, da uomo, da medico... sono (ovviamente!) contro ogni discriminazione e forma di violenza nei confronti del genere femminile. Superata la sempre e comunque necessaria premessa, entriamo nel merito dell’argomento “femminicidio”. Questione diciamo subito, rischiosa e scivolosa, perché terreno assai delicato sul quale basta una parola di troppo o minimamente potenzialmente ambigua o altro, e si scatenano le reazioni più diverse. Ergastolo! Allora, signori, con onestà guardiamoci in faccia. Serve realismo. Siamo in un paese dove si discute da un lato (a torto o a ragione) sulla attualità e utilità (oltre che umanità) del fine pena mai (almeno sulla carta, quando non è esplicitamente di tipo ostativo) e dall’altro sulla mera logica dell’inasprimento delle pene, come risposta delle istituzioni. Già questa prima considerazione e premessa, pone delle questioni sulla utilità (non certo della adeguata opportunità) di condannare il reo con il massimo della pena.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 14 marzo 2025
Il giudice rinvia alla Consulta i nuovi limiti agli sconti di pena: “Così svanisce ogni incentivo psicologico”. Un magistrato dell’Ufficio di Sorveglianza presso il Tribunale di Napoli solleva questione di legittimità per un detenuto con fine pena nel 2040. Il decreto “Carcere sicuro”, approvato lo scorso agosto su impulso del ministro Nordio, arriva all’attenzione della Corte costituzionale nella parte riguardante la liberazione anticipata. La questione di legittimità costituzionale della norma per violazione degli articoli 3 e 27 “nella parte in cui si subordina la richiesta del beneficio della liberazione anticipata alla possibilità di rientrare, nei limiti di pena per accedere a misure alternative (90 giorni anteriori) o di ottenere nello stesso termine la scarcerazione ovvero nella parte in cui si impone al detenuto, per la valutazione della richiesta, di indicare le ragioni specifiche per le quali si richieda il beneficio stesso”.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 14 marzo 2025
Lo ha stabilito la Cassazione, sentenza n. 10302 depositata ieri, affermando un principio di diritto. L’istituto della liberazione anticipata è applicabile anche alla pena sostitutiva dei lavori di pubblica utilità. Lo ha stabilito la Prima sezione penale, con la sentenza n. 10302 depositata oggi, affermando un principio di diritto e chiarendo che la competenza spetta al magistrato di sorveglianza. Il Gip di Torino, quale giudice dell’esecuzione, aveva concesso all’interessato quarantacinque giorni di liberazione anticipata, in relazione alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione, sostituita con la pena dei lavori di pubblica utilità (ragguagliati in 960 ore), ed ha pertanto rideterminato la pena in anni uno, mesi due e giorni quindici di reclusione, (ragguagliati in complessive 870 ore di lavori di pubblica utilità). Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino ha proposto ricorso sostenendo, per un verso, l’incompetenza funzionale del Giudice dell’esecuzione ad applicare l’istituto della liberazione anticipata; e per l’altro, che l’istituto era previsto solo in caso di pena detentiva, dunque l’equiparazione di quest’ultima col lavoro di pubblica utilità era erroneo.
Il Mattino, 14 marzo 2025
Si è tolto la vita, ieri sera, S.N., 34enne della provincia di Napoli, detenuto nel carcere di Poggioreale. Morto per impiccagione con un lenzuolo è stato trovato dagli agenti di polizia penitenziaria e dal personale sanitario che ha provato invano a rianimarlo. In Italia, ad oggi, si contano 16 suicidi nelle carceri. Sono 46 le morti avvenute negli Istituti penitenziari italiani, di queste 19 sono le morti da accertare, di cui 4 in Campania (2 nel carcere di Poggioreale, 1 nel carcere di Secondigliano e 1 nel carcere di Avellino); mentre 11 persone sono morte per cause naturali. A darne notizia, con una nota, è il garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello.
- Firenze. Agonia Sollicciano. Morto un altro detenuto: “Una strage infinita”
- Firenze. Muore per overdose in una cella di Sollicciano. “Qui la droga arriva”
- Agrigento. Gravi condizioni nel carcere, il Codacons chiede intervento del ministro Nordio
- Asti. “Carcere isolato dalla città, con attività interne ferme e spazi insufficienti”
- Padova. “Portiamo gli studenti nelle carceri minorili. Così si educa alla legalità”











