torinoggi.it, 16 settembre 2024
Un detenuto del carcere “Lo Russo e Cutugno” di Torino ha inviato al tesoriere di Radicali Italiani Filippo Blengino una lettera in cui denuncia le drammatiche condizioni in cui sono costretti a vivere i detenuti. “Caro Filippo, dopo la tua visita la situazione purtroppo non è cambiata. Senza l’indulto ci condanneranno a crepare come cani rinchiusi in queste celle sudice, dove la sicurezza non esiste, celle bollenti prive di ogni regola sanitaria, invase da cimici e scarafaggi, dove i diritti degli esseri umani vengono continuamente violati. Mi chiamo P.M. e sono detenuto presso il carcere di Torino ‘Lo Russo e Cotugno’, blocco C. Qui si muore, perché questa non è più una vita dignitosa e, per sfuggire a questa tortura, qualcuno di noi decide di farla finita. Entrati in questo girone dell’inferno, si perde ogni tipo di diritto e non esiste riabilitazione o rieducazione per correggere i comportamenti sbagliati; qui siamo carne da macello, privati della libertà e della dignità. La nostra punizione non può essere crudele, disumana e degradante. Chiediamo di essere salvati da uno Stato che ha deciso che la nostra punizione si traduca nella pena di morte celata!
di Mario Pari
Brescia Oggi, 16 settembre 2024
Uno “stallo assoluto”. Non usa altre definizioni, espressioni, Calogero Lo Presti, coordinatore regionale della Fp Cgil polizia penitenziaria quando viene sollecitato a parlare del nuovo istituto di pena di pena, in merito al quale le voci circolano da decenni. “Il vero problema - spiega Lo Presti - è che ora non circolano più nemmeno le voci. All’orizzonte non c’è nulla. Normalmente un anno prima abbiamo avvisaglie su data e inizio lavoro. Per ora niente”.
di Dario Pontuale
Il Dubbio, 16 settembre 2024
Un secolo fa, mese più mese meno, allo scrittore Max Brod viene recapitata una lettera spedita da un vecchio amico conosciuto all’università ventidue anni prima, deceduto da poco: “Carissimo Max, la mia ultima preghiera: tutto quello che si trova nel mio lascito (dunque nelle librerie, nell’armadio della biancheria, nella scrivania a casa e in ufficio, o dovunque qualcosa dovesse esser stato portato via e che ti capiti a tiro), diari, manoscritti, lettere di altri e mie, disegni, ecc., brucialo interamente e senza leggerlo, come anche tutti gli scritti e i disegni che tu, o altri a cui dovessi chiederlo a nome mio, possedete. Chi non voglia consegnarti le lettere, dovrebbe almeno impegnarsi a bruciarle di persona”. Il firmatario della richiesta risponde al nome di Franz Kafka, il boemo dalla scrittura nevrotica, il bambino taciturno e solitario nato da una famiglia proprietaria di una ditta di commercio, ma allevato dai domestici. Cresce a Praga, nell’Altstad, la città vecchia dove si mescola cultura tedesca e ceca; in un perfetto esempio di borghesia ebraica occidentalizzata. Studia legge, strada pressoché obbligata per un giovane ebreo che disdegna il commercio; annota: “Studiai dunque giurisprudenza. Ciò vuol dire che un paio di mesi prima degli esami, con abbondante sciupio di nervi, il mio spirito si nutrì di segatura che oltre a ciò era già masticata in precedenza da mille bocche”. Diligente suddito dell’impero asburgico, tirocinante presso uno studio legale, s’impiega prima nel Tribunale correzionale, poi alle “Assicurazioni generali” di Trieste, infine in un’agenzia specializzata in infortuni sul lavoro. Sbriga la quotidianità tediosa del funzionario parastatale, schiavo della burocrazia e delle convenzioni sociali che ne inibiscono l’innata aspirazione: “Vedo che tutto dentro di me sarebbe pronto per un lavoro poetico, il quale sarebbe una soluzione divina e il vero modo di acquistare vita, mentre qui in ufficio per colpa di una pratica così miserabile devo privare di un pezzo di carne un corpo capace di tanta felicità”.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 16 settembre 2024
Dal “Processo” al “Castello”, passando per “America”, la distruzione dell’individuo non avviene con la forza bruta ma tramite dispositivi legali e razionali della burocrazia. Il suo nome è diventato addirittura un aggettivo, come accade solo agli scrittori più grandi: “omerico”, “dantesco”, “shakespeariano” e, per l’appunto, “kafkiano”. Un contesto kafkiano - recita l’enciclopedia Treccani - è qualcosa di angoscioso ma, allo stesso tempo, di assurdo e paradossale, una situazione in cui l’individuo si ritrova imprigionato, intrappolato, umiliato e sopraffatto da un sistema tanto razionale quanto ottuso, labirintico, un sistema alimentato e sostanziato dalla burocrazia, autentico moloch della modernità.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 16 settembre 2024
“L’arringa” del dissidente russo Oleg Orlov condannato a due anni e mezzo di carcere che si è difeso in udienza leggendo un passo de “Il Processo”: “qui l’assurdità è mascherata da pseudo-legge”. Quando, il 26 febbraio scorso, il tribunale Golovinsky di Mosca ha condannato a due anni e mezzo anni di carcere Oleg Orlov, copresidente di Memorial (organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani e premio Nobel per la Pace nel 2022), l’indignazione degli oppositori politici, in Russia e all’estero, è stata tanta. L’accusa mossa nei confronti di Orlov, in Germania dallo scorso agosto dopo uno scambio di prigionieri tra Russia, Stati Uniti e altri Paesi, ha riguardato il “ripetuto discredito” dell’esercito russo e la critica contro l’aggressione militare in Ucraina.
di Franz Kafka
Il Dubbio, 16 settembre 2024
Pubblichiamo di seguito un estratto del racconto “Nella colonia penale” di Franz Kafka (ed. Feltrinelli, Collana Zoom Filtri). La macabra operazione avviene in presenza di un esploratore che domanda incredulo al giudice-ufficiale: “l’uomo conosce la sua condanna?”; “no, ne sarebbe nata solo confusione”. In questo racconto kafka mette in scena l’esecuzione di un soldato condannato per insubordinazione attraverso uno strumento di tortura che imprime la “sentenza” direttamente sul corpo.
di Giulia Merlo
Il Domani, 16 settembre 2024
Dall’Inghilterra alla Svizzera fino in Germania, i crimini con armi da taglio sono un’emergenza sempre più diffusa. In Italia si inaspriscono le pene con il dl Caivano, ma manca un sistema di prevenzione, soprattutto per i giovani. Il primo giorno di scuola, in un istituto alberghiero di Pompei, un tredicenne ha accoltellato alla schiena un coetaneo per una ragazza. L’aggressione è avvenuta all’uscita e la vittima ha riportato lievi ferite da taglio, mentre l’autore è stato identificato e la sua posizione adesso è al vaglio della procura dei minori di Napoli.
di Pasquale Pugliese*
Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2024
Oltre agli insopportabili omicidi di bambini nelle troppe guerre del pianeta, a cominciare dalla mattanza di Gaza, ci sono state recentemente due stragi in cui gli adolescenti sono stati carnefici, oltre che vittime, che è necessario non dimenticare. La prima strage è avvenuta in Italia, a Paderno Dugnano, nella quale un 17enne ha ucciso entrambi i genitori e il fratello dodicenne con un coltello da cucina. Di questa terribile vicenda è passato sostanzialmente sotto silenzio un particolare significativo emerso dai colloqui del ragazzo con gli inquirenti, ossia le sue dichiarazioni di pensare spesso alla guerra e che avrebbe voluto andare a combattere in Ucraina. Senza voler fare facili equazioni, non c’è dubbio che due anni e mezzo di vera e propria propaganda di guerra sui media, volta a promuovere la violenza delle armi per gestire il conflitto tra Russia e Ucraina, anziché la tessitura dei negoziati, ha generato anche nel nostro paese una implicita pedagogia bellicista che comincia a dare, sui soggetti più fragili, i suoi frutti avvelenati.
di Luciano Casolari*
Il Fatto Quotidiano, 16 settembre 2024
I delitti commessi da persone affette da psicosi, se pur rari, ci sono sempre stati e, presumibilmente, ci saranno sempre, se queste persone non verranno curate. Allora perché questo allarme sociale? Emerge l’ipotesi inquietante che ci sia la volontà di occuparsi di alcuni delitti per incutere timore nella gente. Un popolo pieno di paure è pronto ad accettare leggi draconiane, a fornire al potente di turno libertà di comando assoluto. In questo clima, la morte di decine di migranti non turba le nostre coscienze, in quanto la paura del diverso, della persona con altra cultura, religione o colore della pelle si è impossessata di noi.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 16 settembre 2024
Secondo un antico aforisma, per andare avanti è necessario fare qualche passo indietro. Tradotto nel linguaggio politico contemporaneo si può dire che il destino dei progressisti dei giorni nostri passi attraverso la capacità di rivisitare il passato: e recuperare diritti e acquisizioni che, nel tempo, non si sa bene come e perché sono stati smarriti. Di conseguenza, per essere alla pari con il progresso, si deve essere un po’ - almeno un po’ - conservatori. È questo che viene in mente quando si ragiona sulla proposta di un nuovo referendum in materia di cittadinanza che, appunto, chiede di tornare alla normativa precedente il 1992: quando per poter diventare italiani servivano 5 anni di legale soggiorno in questo Paese.
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