di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 settembre 2024
Le carceri italiane sono state attraversate da un’ondata di proteste e disordini durante tutto il mese di agosto, segnando uno dei periodi più critici dopo le grandi e gravi rivolte avvenute durante la pandemia. La situazione, ormai insostenibile, ha fatto riemergere con prepotenza problemi cronici come il sovraffollamento, le condizioni delle strutture fatiscenti e il drammatico aumento dei suicidi tra i detenuti tanto da raggiungere il record assoluto di 68 persone che si sono tolte la vita dall’inizio dell’anno. L’ultimo lunedì scorso a Benevento. A questo si aggiungono le difficoltà nella gestione dei detenuti con problemi di salute mentale, che hanno contribuito a rendere il clima ancora più teso e pericoloso.
di Franco Mirabelli*
huffingtonpost.it, 5 settembre 2024
Investire sui servizi per dare assistenza a chi subisce un reato e velocizzare i processi per rispetto delle vittime, sono cose necessarie su cui non c’è traccia di interventi da parte del governo. Ma è grave anche l’inerzia e l’indifferenza di fronte alle condizioni delle carceri in Italia. Occuparsi delle carceri e delle condizioni della detenzione non porta voti e parlare di ciò che succede negli istituti di pena non interessa a chi è fuori. Ma la politica non può non occuparsene; il governo non può restare inerme di fronte ai problemi e l’opinione pubblica indifferente perché, da come vengono trattati i reclusi, si misura il grado di civiltà di un Paese.
di Mariastella Gelmini*
Avvenire, 5 settembre 2024
Esistono valide ragioni per ritenere che la disastrosa situazione delle carceri italiane continuerà a essere di stretta attualità ancora per molto. Purtroppo. Ciò dipende in primo luogo da alcuni dati oggettivi, a cominciare dal sovraffollamento (parliamo di 10mila persone in più) e dalla drammatica crescita di suicidi e atti di autolesionismo. In Gran Bretagna è stato sufficiente che il tasso di occupazione delle carceri superasse il 90 per cento (in Italia, come è noto, siamo al 130%) perché governi sia di destra che di sinistra sentissero il dovere di intervenire con misure di immediato impatto. Il decreto varato dal ministro Nordio lo scorso luglio, convertito in legge senza un reale confronto parlamentare, contiene sicuramente misure positive, come l’aumento del numero di agenti di polizia penitenziaria, l’incremento delle telefonate consentite ai detenuti e alcuni snellimenti burocratici, tuttavia si rivelerà presto insufficiente ad attenuare la pressione del sovraffollamento e le connesse tensioni.
di Giulia Merlo
Il Domani, 5 settembre 2024
Il guardasigilli ha sostenuto che il sovraffollamento è colpa di una “immigrazione massiccia”. Ma la percentuale di detenuti stranieri è calata e il governo ha rivendicato di aver ridotto i flussi. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha individuato il nuovo capro espiatorio per spiegare il sovraffollamento nelle carceri: i migranti. Anche a costo non solo di confutare i dati ministeriali, ma di smentire anche i successi vantati dal suo stesso governo. “C’è stata una immigrazione massiccia che ha portato a una popolazione carceraria di detenuti stranieri che supera da noi il 30 per cento, in alcune realtà addirittura il 50 per cento, per reati contro il patrimonio, connessi essenzialmente alla necessità di procurarsi da vivere. È là che va trovata una soluzione, non certo con una liberazione incondizionata che allarmerebbe la società”, ha argomentato il ministro in una lunga intervista a Sky Tg24.
di Francesca Fagnani
La Stampa, 5 settembre 2024
Le celle scoppiano. Di detenuti, sempre troppi rispetto alla capienza prevista, di rabbia, che esplode nelle rivolte sparse in tutta Italia, di fragilità e di abbandono, che si misura nella drammatica conta annuale dei suicidi. Che un terzo della popolazione carceraria sia rappresentato da detenuti con problemi di dipendenza da droga e alcool è un fatto noto e di certo non solo italiano, in America per esempio con l’invasione del Fentanyl la situazione è perfino più critica che altrove. Rispetto a questa delicata questione, l’attuale decreto carceri prevede come soluzione il trasferimento dei detenuti tossicodipendenti in comunità di recupero, previa ovviamente l’approvazione delle autorità giudiziarie. Giusto, anzi sacrosanto. La tossicodipendenza infatti secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità è “una malattia cronica e recidivante” e come tale va trattata, con le terapie e nei luoghi opportuni, che non sono certo le carceri, dove troppo spesso si rischia di condurre una guerra, dall’esito scontato, non contro la droga, ma contro i tossicodipendenti. Favorire l’ammissione di questa fascia vulnerabile in strutture terapeutiche dunque sembrerebbe una scelta giusta, a tutela del diritto di tutti a curarsi, come dispone la nostra Costituzione.
di Carlotta Sanviti
gamberorosso.it, 5 settembre 2024
Nelle carceri italiane, i detenuti devono arrangiarsi con ingegno per creare pasti decenti, mentre le ditte appaltatrici guadagnano cifre esorbitanti con il sopravvitto. L’attesa del pasto nelle carceri avviene generalmente in un silenzio interrotto solo dal rumore dei passi dei “portavitto” che si avvicinano, dal clangore metallico delle chiavi e dall’apertura delle porte di metallo; l’attesa diventa palpabile, quasi un’entità a sé stante che occupa la cella. Quando finalmente il carrello del cibo arriva, si crea una sorta di rituale meccanico. Il cibo è spesso insapore, la consistenza monotona, e raramente offre una vera soddisfazione, c’è quello che offre “la casanza” (nel gergo carcerario è il carcere stesso).
di Glauco Giostra
Avvenire, 5 settembre 2024
Le professionalità penitenziarie patiscono un’ingiusta emarginazione culturale e sociale cui è necessario porre rimedio. Gravati da compiti difficili e importanti finiscono sotto i riflettori solo quando subiscono o usano violenza. Serve una maggior considerazione del loro operato in generale. Da quando i riflettori mediatici si sono finalmente soffermati, al prezzo di tante morti, sull’universo carcerario, capita non di rado di sentire parlare della polizia penitenziaria. Ma soltanto quando i suoi uomini subiscono o usano violenza. O in presenza dell’agghiacciante notizia del suicidio di uno di loro. Poi tornano, ingenerosamente al centro della disattenzione pubblica, a svolgere la loro difficile, delicatissima e mai gratificante, né gratificata funzione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 settembre 2024
“Chiedo responsabilità. Mi rivolgo a tutti. Chiedo di mettere da parte le strumentalizzazioni. Sul carcere non ce n’è proprio bisogno. Serve invece consapevolezza, anche da parte di chi conduce battaglie per migliorare la condizione dei detenuti. E chi è recluso deve sapere cosa ha davanti a sé, quali sono le reali possibilità di reinserimento e quando finirà la pena. Partiamo da due punti chiave: il lavoro come principale forma di recupero sociale e la possibilità di accedere più agevolmente alle misure alternative. Abbiamo scelto di impegnarci lungo queste due direttrici e credo otterremo risultati significativi, anche se in tempi non istantanei. E, proprio a proposito di tempi, non è giusto alimentare illusioni e agitare chi è dietro le sbarre”. Il sottosegretario Andrea Ostellari, da anni in primissima linea, per la Lega, sulla giustizia, è uno dei più diretti responsabili della politica penitenziaria.
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 settembre 2024
Il ministro: “È un tema così importante che mi piacerebbe se i cittadini si esprimessero su questo”. Può sembrare un approccio temerario, ma il nodo giustizia aggrovigliato da 32 anni si può scogliere solo se gli elettori lo vorranno davvero. Ci sono guardasigilli che passano, e lasciano un segno più o meno visibile. Ma di Carlo Nordio non si potrà certo dire che scivolerà via in dissolvenza. È un ministro della Giustizia che per linguaggio, acume, originalità, si distingue dagli altri. È l’impressione che si ricava dal suo intervento di stamattina a SkyTg24. E al di là dello stile, lo scambio con la giornalista della tv di Murdoch ha offerto molti spunti.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 5 settembre 2024
Il procuratore di Napoli davanti ai giornalisti si fa beffe della legge sulla presunzione di innocenza e lancia il suo ultimo teorema: “Le rivolte in carcere? Colpa dei parlamentari”. “Condannato a 61 anni di reclusione e libero dopo 19 anni”. Diversi giornali hanno riportato con enfasi, e una celata indignazione, una dichiarazione fatta dal procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, durante una conferenza stampa tenuta martedì per illustrare i dettagli di una maxi operazione contro la camorra. “L’indagato principale è un noto pregiudicato, Aldo Picca, che è stato condannato a 61 anni di reclusione e dopo 19 anni è uscito dal carcere. Appena è uscito dal carcere ha ricominciato a riorganizzarsi”, ha detto Gratteri davanti ai giornalisti. L’affermazione è stata riportata dai cronisti senza batter ciglio, insomma senza che nessuno si chiedesse: ma è possibile che in Italia una persona sia condannata a 61 anni di carcere e ne sconti solo 19? E’ evidente che questo non è possibile. Il nostro codice penale, all’articolo 78, stabilisce che nel caso di concorso di reati la pena “non può eccedere trent’anni di reclusione”.
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