Il Dubbio, 7 settembre 2024
Il ddl sicurezza prevede, fra le varie misure repressive, la non obbligatorietà del rinvio della pena per le donne incinte e per le madri di bambini fino a un anno di età. Il rinvio non solo diventa facoltativo, con tutti i problemi inevitabilmente legati anche alle tempistiche per ottenerlo, ma può essere rifiutato laddove si ritenga che la donna possa commettere ulteriori reati. Abbiamo sempre affermato che nessun bambino e bambina dovrebbe stare in carcere, che il carcere non è luogo dove la relazione madre bambino possa essere serena, tantomeno può essere il luogo ove una donna possa portare avanti in condizioni di sicurezza e dignità la propria gravidanza e, infine, partorire. E neppure possono essere soluzioni congrue gli Icam, istituti a custodia attenuata, che sono pur sempre strutture carcerarie.
di Manlio Morcella*
L’Unità, 7 settembre 2024
Il 10 luglio scorso, l’aula della Camera abrogava il reato di abuso di ufficio. Così, dopo ben 12 ore ininterrotte di lavoro, veniva approvata la riforma Nordio. Risultato assai discutibile, conseguito ottimizzando anche la massiccia propaganda, incentrata sulla esigenza di tutelare i sindaci intimoriti di essere inquisiti per abuso e sulle poche condanne che avrebbero contrassegnato la vita del modello penale. Che propaganda fosse, è pacifico. L’abuso di ufficio non riguarda solo i sindaci, bensì tutti i pubblici ufficiali, responsabili di abusi: magistrati che favoriscono o danneggiano taluno, medici che non rispettano le liste di attesa, soprattutto amministratori di enti pubblici o para pubblici - di designazione partitica - che agevolano l’imprenditore o il professionista della stessa parte politica.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 settembre 2024
“È per il bene del Paese”. In genere negli slogan elettorali si dice così. Con un’enfasi a metà fra l’iperbole risorgimentale e il paternalismo da prima Repubblica. Ma sentirlo dire dai magistrati colpisce. Soprattutto dai magistrati impegnati “politicamente”. A pronunciare una frase così solenne è stata, nei giorni scorsi, la presidente uscente dell’Anm sezione Napoli, Ida Teresi. Una pm antimafia importante, con alle spalle diverse indagini delicate, ora in prima linea nella Procura guidata da Nicola Gratteri. Nel passare il testimone alla collega Cristina Curatoli, nell’augurarle buon lavoro, le ha appunto detto: “Sarà importante continuare a sostenere l’Associazione per dare voce alla magistratura italiana in un momento davvero complicato, con l’impegno di tutti e di ciascuno. Per il bene del Paese”.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 settembre 2024
Dalla separazione delle carriere al caso Natoli, passando per il dramma carcerario: intervista a Rossella Marro, Presidente di Unicost: “I cittadini si sono già espressi sulla separazione delle carriere in occasione di un referendum e l’hanno bocciata. Non è l’attuale assetto dei poteri dello Stato a preoccuparli, anzi hanno in più occasioni dimostrato cautela quando sono state proposte modifiche sostanziali allo stesso attraverso iniziative referendarie”.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 7 settembre 2024
È il tardo pomeriggio di ieri quando arriva la notizia del sostegno di Azione alla candidatura di Andrea Orlando, ex ministro della Giustizia, perle Regionali in Liiguria, assieme a Pd, M5S, Avs e, chissà, Italia viva. Ne parliamo con il vicesegretario di Azione e vicepresidente della Camera, Ettore Rosato.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 7 settembre 2024
Il “Coordinamento nazionale dei direttori della Giustizia” ha annunciato una manifestazione per protestare contro quella che insiste nel considerare come una “soppressione” del relativo profilo professionale, e per chiedere l’ingresso nell’area delle cosiddette “elevate professionalità”. Appuntamento a Roma per martedì 10 settembre. L’iniziativa viene assunta nonostante il ministero della Giustizia avesse chiarito, in un comunicato diffuso nei giorni scorsi, che la questione sarebbe rimasta “devoluta al confronto con le organizzazioni sindacali per la stipula del nuovo contratto integrativo e la definizione delle nuove famiglie professionali”. Via Arenula aveva anche assicurato che “il confronto, leale, trasparente e costruttivo è tuttora in corso e il ministero conferma la disponibilità ad ascoltare le istanze dei rappresentanti dei dipendenti amministrativi e a riprendere il tavolo di concertazione, come previsto, a settembre”.
di Paolo Frosina
Il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2024
Precari, demansionati e ora pure lasciati per mesi senza stipendio. Assume contorni sadici il trattamento riservato agli addetti all’Ufficio per il processo (Upp), l’esercito di funzionari reclutati con i fondi Pnrr per velocizzare i tempi della giustizia e abbattere l’arretrato, supportando i magistrati nello studio dei fascicoli e nella stesura dei provvedimenti. Un esperimento in parte già fallito a causa delle condizioni offerte dallo Stato a questi lavoratori, spesso non più giovanissimi: nonostante la qualifica richiesta (laurea in Economia, Giurisprudenza o Scienze politiche) e le enormi aspettative caricate sulle loro spalle, sono stati assunti con contratti a termine della durata massima di due anni e sette mesi, prorogati solo di recente fino a quattro anni e spiccioli per i primi entrati in servizio (febbraio 2022). Ma moltissimi di loro - circa un terzo - nel frattempo avevano già lasciato l’incarico per un impiego più stabile, quasi sempre nella stessa pubblica amministrazione. Così il governo ha dovuto prendere atto del fallimento e rinegoziare al ribasso con Bruxelles il target di assunzioni da raggiungere entro il 30 giugno 2024, abbattuto da 19.719 a diecimila. Per centrarlo, ad aprile è stato bandito un nuovo concorso, vinto da 3.352 laureati che hanno preso servizio lo scorso 21 giugno e da allora lavorano negli uffici giudiziari di tutta Italia. O forse sarebbe meglio dire che fanno volontariato: a quasi tre mesi dall’assunzione, infatti, la maggior parte dei nuovi ufficiali del processo non ha ancora visto un euro di paga.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 7 settembre 2024
“La condizione più adeguata alla situazione di salute del paziente” Renato Vallanzasca “è una Rsa, struttura residenziale per persone affette da Alzheimer/demenza”, perché il suo attuale stato “rende difficile la compatibilità con il regime carcerario, anche per la necessità di assistenza sempre più intensa e continuativa”. A dirlo non è più la difesa dell’archetipo di “bandito” degli anni 70-80, in carcere da 52 dei suoi 74 anni per scontare quattro ergastoli per omicidi, rapimenti, rapine ed evasioni: per la prima volta, invece, lo attesta una relazione al Tribunale di Sorveglianza di Milano dell’ambulatorio di psichiatria del servizio di medicina penitenziaria dell’Asst San Paolo, proponendo appunto “il differimento della pena in residenza sanitaria assistenziale”, o in subordine, “se non possibile” questa soluzione, “il trasferimento” da Bollate “in un istituto penitenziario dotato di Sai-Sezione di assistenza sanitaria intensiva”.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 7 settembre 2024
In un contesto di pregressa conflittualità e aggressività possono rilevare come atti persecutori anche due soli post sul profilo social “aperto” dell’autore facilmente riferibili da terzi alla vittima. La Corte di cassazione penale - con la sentenza n. 33986/2024 - ha confermato la condanna per stalking fondata su due post pubblicati su Facebook, non sul profilo della vittima, ma su quello dell’autore del reato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 settembre 2024
Un detenuto di 18 anni, recluso da luglio in attesa di giudizio, ha perso la vita nella cella che condivideva con un compagno, per un incendio appiccato, sembrerebbe, da loro stessi. Nella quiete della notte, quando il nostro Paese si abbandonava al dolce respiro del sonno, il silenzio è stato rotto da un grido disperato che si è consumato tra le fiamme divoranti, dentro una cella che, ironia del destino, doveva essere un luogo di custodia e non una trappola mortale. Youssef Barsom, 18 anni, il volto giovane di una tragedia antica, è morto arso vivo nel cuore della notte, nella Casa circondariale di Milano San Vittore. Un’altra vittima del sistema carcerario italiano. Un sistema che sembra aver smarrito ogni umanità.
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