di Mauro Bazzucchi
Il Manifesto, 23 agosto 2024
Il segretario azzurro difende la legge sulla cittadinanza al Meeting di Rimini. Il leader leghista tira in ballo Berlusconi: “Era contrario”. E i forzisti s’infuriano. Un video postato sui canali social dalla Lega, proprio mentre Antonio Tajani parlava sul palco del meeting di Rimini, ha rinfocolato lo scontro in maggioranza, già abbastanza rovente, sullo ius scholae. Perché il video in questione, rilanciato anche dallo staff di Matteo Salvini nella chat riservata ai giornalisti, riprendeva una partecipazione di qualche anno fa di Silvio Berlusconi alla trasmissione “Che tempo che fa” condotta da Fabio Fazio, nella quale il Cavaliere si schierava nettamente contro l’ipotesi sia dello ius soli che di uno ius scholae concesso dopo la frequenza di un solo ciclo scolastico. Il titolo e la didascalia dal sapore vagamente di sberleffo nei confronti del ministro degli Esteri, messi a corredo del video dai social media manager del Carroccio, poi, hanno fatto il resto: “Noi ius soli e ius scholae”, si legge nel post, “parola del grande Silvio”. “Ascoltate”, prosegue la didascalia, “le parole inequivocabili”. Nel video Berlusconi afferma che “non bastano questi dati di frequentazione di un ciclo scolastico, di sapere l’italiano: occorre che questo ragazzo sia sottoposto a un esame”. La mossa di comunicazione di Salvini è arrivata dopo che da giorni Tajani e il gruppo dirigente di Fi ripetono il mantra secondo cui il Cavaliere fosse contrario allo ius soli, alla concessione cioè della cittadinanza italiana per il solo fatto di nascere sul suolo nazionale, ma favorevole allo ius scholae. La risposta seccata del segretario azzurro, prontamente incalzato dai cronisti a Rimini, non si è fatta attendere: “Non faccio polemiche”, ha affermato, “credo di conoscere bene il pensiero di Berlusconi e non credo che Berlusconi debba essere utilizzato per fare polemiche politiche”. “Io non ho fatto”, ha proseguito, “e non intendo fare polemica politica con nessuno. So quello che diceva Berlusconi e lui si riferiva a un percorso di studi di cinque anni. Noi diciamo che serve un corso di studio completo, quindi la scuola dell’obbligo fino a 16 anni con il raggiungimento del titolo”. “Questa è una linea”, ha detto ancora, “che garantisce molta più integrazione di quella prevista dalla legge attuale che dice che a 18 anni puoi diventare cittadino italiano”. “Preferisco uno che non ha il cognome italiano e che ha i genitori non nati in Italia”, ha concluso, “e che canta l’inno di Mameli a uno che è nato in Italia e ha genitori italiani e che si rifiuta di cantare l’inno di Mameli”.
di Valentina Santarpia
Corriere della Sera, 23 agosto 2024
I dati del ministero: oltre 890 mila studenti senza cittadinanza italiana. L’elaborazione di Tuttoscuola: nel primo anno di applicazione della legge, 310 mila “nuovi italiani” dopo aver completato il primo ciclo di istruzione. Sono 869.336 gli studenti con cittadinanza non italiana che hanno frequentato le scuole statali quest’anno: lo dice l’ultimo report del ministero dell’Istruzione, in base ai dati pubblicati a settembre scorso in vista dell’anno scolastico 2023/24. In gran parte erano nella scuola primaria (oltre 331 mila), ma è stata consistente anche la fetta di alunni nella secondaria di II grado (228.124) e di studenti delle scuole medie (più di 195 mila). Minore la presenza nelle scuole dell’infanzia, poco più di 114 mila bambini. La percentuale più alta di studenti non italiani era in Lombardia, regione da record con 219.275 ragazzi e ragazze senza cittadinanza, seguita da Emilia-Romagna (109.106) e Veneto (92.471). Ai dati dell’ultimo report vanno aggiunti gli studenti (1.336) della Valle d’Aosta e i 19.893 del Trentino-Alto Adige (dati dell’anno precedente), per un totale di 890.565 studenti senza cittadinanza italiana.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 23 agosto 2024
Il lasso di tempo trascorso dall’attacco alle Olimpiadi alla pugile Imane Khelif permette di meglio cogliere i tanti risvolti e significati della vicenda e di soffermarsi su alcuni di questi. In primo luogo, colpisce l’esposizione politica del governo italiano ai massimi livelli, niente di meno che con le parole della stessa presidente del Consiglio a difesa della pugile italiana Angela Carini, dopo che questa si è sottratta al confronto “impari” con Khelif: così l’aggredita sarebbe Carini, costretta a gareggiare iniquamente con un’atleta “con caratteristiche genetiche maschili”, seguendo “alcune tesi che rischiano di impattare sui diritti delle donne”. Più truce l’immagine rilanciata dalla ministra Santanché, “un algerino prende a pugni una donna italiana”. Anche la ministra Roccella ha lamentato che un’atleta italiana sia stata “vittima di un’ideologia che colpisce lei e con lei tutte le donne”, oscurando il “fatto” che Khelif è “una persona con cromosomi maschili, con corpo e fisicità maschili”.
di Loredana Lipperini
L’Espresso, 23 agosto 2024
Il personaggio dei cartoni animati usa l’astuzia per generare cambiamento. L’opposto di molti che popolano il Parlamento. E che spacciano battaglie ideologiche per scienza. Se fossimo nel mondo dei sogni dove ogni cosa diurna si trasforma nel suo contrario, come sosteneva fra l’altro James Hillman, potremmo dire che nel regno onirico Maurizio Gasparri è Bugs Bunny. Partiamo dal secondo, anche per dar sollievo a chi legge: Bugs Bunny non è solo un coniglio dei cartoni animati, ma un semidio. Lo sostenne Marco Giusti in un bel libro del 1993, “Cartoni animali”: Bugs è l’anti Mickey Mouse ed è parente stretto de “L’uomo di fiducia” di Herman Melville, che ingannava con arte i passeggeri di un battello a vapore. È insomma, un trickster, e il trickster non è un volgare imbroglione ma una creatura sacra, destinata a produrre cambiamento in un mondo stagnante.
di Mario Giro
Il Domani, 23 agosto 2024
Non si vuole ammettere: la guerra è una droga che ci ha assuefatto al suo protrarsi senza limiti. Lo spettacolo scandalosamente più grave dei “drogati di guerra” lo offrono gli europei, anche peggiori degli statunitensi. In Italia alcune voci dissonanti anche se il nostro paese non incide quanto potrebbe. “Smetto quando voglio; ne faccio un uso moderato; non sono dipendente; la prendo solo il weekend”. Quante volte abbiamo sentito queste affermazioni sulla bocca di chi assume cocaina o pillole varie. Ora le sentiamo nei discorsi dei responsabili politici di fronte alla guerra. Siamo ormai drogati di guerra: come un allucinogeno non se ne può fare a meno ma non si vuole ammettere. Le scuse si moltiplicano ma la realtà è che non si riesce a smettere. Sentiamo ossimori del tipo: escalation controllata, invasione difensiva, guerra non generalizzata, armi solo difensive; armi per bilanciare armi. L’esempio più clamoroso è “atomiche tattiche”, quasi si trattasse di ordigni solo un po’ più potenti.
di Andrea Umbrello
Left, 23 agosto 2024
A proposito dell’arresto di militari israeliani accusati di abusi sessuali nella famigerata prigione di Sde Teiman, ecco i dati inquietanti di una rilevazione dell’università di Tel Aviv. Continuiamo a mantenere alta l’attenzione sul dramma dei palestinesi, come abbiamo fatto in questi mesi fin dal 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco terroristico di Hamas al festival nel territorio israeliano e come abbiamo fatto a lungo in precedenza documentando la violazione dei diritti umani, l’occupazione illegale dei Territori palestinesi (come di recente ha dichiarato la Corte internazionale di giustizia), il sistema di apartheid messo in atto dal governo di Tel Aviv denunciato da Amnesty International.
di Roberto Giovene Di Girasole
Il Dubbio, 23 agosto 2024
Si era svolta il 20 giugno scorso a Tunisi l’udienza di appello nel processo in corso contro l’avvocata tunisina Sonia Dahmani, in carcere dall’11 maggio 2024, quando venne arrestata all’interno della sede dell’Ordine Nazionale degli Avvocati di Tunisia (ONAT). Il 6 luglio 2024 Sonia Dahmani è stata condannata a un anno di reclusione per “diffusione di notizie false” dalla giustizia tunisina per alcune affermazioni fatte nel corso della sua partecipazione ad una trasmissione televisiva avente ad oggetto la situazione politica e sociale della Tunisia, con riferimento all’arrivo di migranti dall’Africa subsahariana.
di Francesco Petrelli*
La Stampa, 22 agosto 2024
Della realtà occorre prendere atto e trarne le necessarie e ragionevoli conclusioni. Non farlo è un grave errore politico. Salvo che non si voglia percorrere la via del “negazionismo”, negando radicalmente l’esistenza di una emergenza carceri, o ponendo questioni sui limiti della delega, come ha fatto il sottosegretario Delmastro, al quale i detenuti non competono, oppure affermando, come ha fatto il ministro Nordio, che “da noi i detenuti rispettano limiti Ue”. La realtà è un’altra. Sappiamo bene che nel nostro Paese ci sono scompensi clamorosi: 14 mila detenuti in più rispetto alla capienza ordinaria e 18 mila gli agenti di Polizia penitenziaria in meno. Se anche si dovessero immettere risorse imponenti al fine di portare in efficienza i Tribunali di Sorveglianza, le strutture trattamentali interne ed esterne agli istituti, occorrerebbe almeno un decennio per restituire efficacia e congruità costituzionale (affettività compresa) all’universo carcerario del Paese. Quanto all’edilizia carceraria, anche ad essere ottimisti e credere nelle virtù salvifiche dei nuovi Commissari, dovremmo immaginare esiti utradecennali, a fronte della necessità e l’urgenza di dismettere o di ristrutturare un gran numero di carceri (si pensi a Sollicciano), ritenute oramai impraticabili.
di Giovanni Iacomini*
Il Fatto Quotidiano, 22 agosto 2024
È innegabile che gli istituti penitenziari versino in condizioni preoccupanti. I ripetuti appelli del Presidente della Repubblica e del Papa, le sanzioni europee, le proteste in forme più o meno contenute, il numero crescente dei suicidi non solo tra i detenuti ma anche tra gli agenti di Polizia penitenziaria, non sono che sintomi di una situazione di profondo disagio. Nessun giovamento ha potuto apportare l’afa estiva che ha afflitto la gran parte delle città italiane per un periodo quanto mai lungo. E puntuale come la calura anche quest’anno è tornato il dibattito sul sovraffollamento e la necessità di un provvedimento deflattivo del numero dei detenuti. In poco più di 200 istituti sono recluse quasi 62 mila persone.
di Antonino La Lumia* e Elisabetta Brusa**
Il Riformista, 22 agosto 2024
Il dramma di oggi chiede risposte: non si può pensare di limitarsi a costruire nuovi istituti o ad assumere mille agenti nei prossimi due anni. Bisogna puntare su liberazione anticipata e su misure alternative. Il carcere è un tema scomodo, perché non crea consenso, e se ne continua a discutere in termini puramente ideologici: (presunta) certezza della pena o svuota-carceri, tertium non datur. È l’approccio più inutile, perché mette la propaganda davanti alle esigenze di assicurare un essenziale equilibrio in ambito penitenziario mantenendo l’azione politica nell’alveo dei valori costituzionali.
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