di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 26 giugno 2024
Dopo la morte del dissidente russo, i soliti noti hanno accusato l’occidente di “ipocrisia” e “doppiopesismo”. Ma in Occidente è ancora lecito manifestare, evidentemente anche con successo.Nei giorni successivi alla morte di Alexei Navalny avvenuta in circostanze misteriose in una colonia penale della Siberia, i soliti noti si sono prodigati nel paragonare il caso del dissidente russo a quello di Julian Assange, accusando l’opinione pubblica occidentale di “ipocrisia”, perché in fondo l’oppositore di Vladimir Putin e il fondatore di Wikileaks sarebbero due facce della stessa medaglia, entrambi vittime di un potere che non tollera e che punisce il dissenso, a Mosca come a Washington.
di Marina Castellaneta
Il Manifesto, 26 giugno 2024
Una saga legale che sembra chiusa, ma destinata ad avere effetti di lunga durata sulla libertà di stampa e sul diritto ad informare e a essere informati. Una detenzione durata 5 anni nel carcere di Belmarsh, ma molto più lunga se si considera la sostanziale reclusione nell’ambasciata ecuadoregna di Londra. La scarcerazione, anche se l’iter giudiziario non è concluso, è avvenuta ieri dopo il raggiungimento di un accordo tra il Dipartimento della giustizia statunitense e Assange. Un accordo a cui ha dato certamente un impulso decisivo il provvedimento dell’High Court di Londra che aveva concesso ad Assange la possibilità di presentare un nuovo appello contro il provvedimento di estradizione negli Usa deciso dalle autorità inglesi. Questo avrebbe significato per l’amministrazione americana un nuovo round nelle aule di giustizia inglesi con l’opinione pubblica sempre più mobilitata a favore di Assange. Non solo. Proprio nell’ultimo anno anche alcuni governi e organismi internazionali si sono attivati. Prima la Relatrice speciale Onu contro la tortura, Alice Jill Edwards, aveva chiesto, nei mesi scorsi, alle autorità inglesi di fermare l’estradizione di Assange e poi il governo australiano, dopo anni di silenzio rispetto a ciò che stava subendo Assange, si è risvegliato e grazie al premier Anthony Albanese ha iniziato a fare pressioni su Usa e Uk per il rilascio del proprio cittadino. Alle 18.36 del 24 giugno, quindi, Assange ha lasciato il carcere di massima sicurezza. Dal punto di vista giuridico, però, il cammino non è concluso anche se vicino alla fine. Queste le nuove tappe fissate dall’High Court of Justice che con l’ordinanza depositata il 25 giugno ha concesso la libertà condizionata ad Assange per consentirgli di recarsi presso il Tribunale distrettuale Usa di Saipan in base all’accordo di patteggiamento concluso il 19 giugno.
di Alessio Marchionna
Internazionale, 26 giugno 2024
Tra tutte le grandi crisi degli Stati Uniti ce n’è una che viene sistematicamente rimossa dal dibattito pubblico, soprattutto quando ci sono le elezioni. È quella che riguarda il sistema carcerario e penale. Succede per un motivo abbastanza ovvio: per mettere mano a un problema così grande - gli Stati Uniti sono il paese occidentale con il più alto numero di detenuti in rapporto alla popolazione - servirebbe una riforma radicale che implicherebbe necessariamente un approccio meno punitivo, ma nel paese non c’è un consenso politico abbastanza ampio per andare in questa direzione.
di Stefano Galieni
Left, 26 giugno 2024
Da tre anni il leader curdo non comunica direttamente con nessuno. È dal 1999 che si trova nella prigione-isola di Imrali. Dopo l’ennesimo divieto di visita indirizzato ai suoi avvocati, dall’Italia è stato inviato un appello a Alan Mitchell, presidente dell’organismo del Consiglio d’Europa, del quale fa parte anche la Turchia. La sorte del presidente Abdullah (Apo) Öcalan riguarda molto da vicino le responsabilità del nostro Paese, dove giunse in fuga dalla Turchia in quanto accusato, da leader del Partito dei lavoratori curdi (Pkk), di attività separatista. Il reato, considerato terrorismo non solo in Turchia, era allora punito con la pena di morte; per tale ragione dopo essere arrivato nel novembre 1998 a Roma, il governo italiano non poteva estradarlo ma, sia per i tempi allora necessari alla magistratura che per le pressioni ricevute, non poteva concedergli asilo politico. La storia poi è nota: Öcalan venne mandato in Kenia, dove, all’aeroporto di Nairobi venne preso in consegna da ufficiali dei servizi turchi che lo riportarono al Paese di provenienza. Era il 15 febbraio 1999. Da allora è rinchiuso nell’isola carcere di Imrali. Öcalan ha passato gran parte degli anni in isolamento, ha evitato la pena capitale ma è sepolto vivo in una cella. Tutto quanto gli è accaduto finora, viola la totalità delle norme del diritto internazionale che la Turchia, in quanto Stato membro dal 1949 del Consiglio d’Europa, l’organizzazione per i diritti umani, dovrebbe rispettare. E non è bastato nemmeno il fatto che sin da prima della sua cattura, il presidente kurdo abbia lanciato proposte per una soluzione pacifica del conflitto nell’area che non si è mai interrotto, ideando la proposta di un “confederalismo democratico”, in grado di superare ogni forma di nazionalismo e di separazione etnica.
di Mario Chiavario
Avvenire, 25 giugno 2024
Con il vertiginoso aumento del numero dei suicidi di persone detenute la questione carceraria è tornata prepotentemente all’attenzione generale, nella sua specificità e nel quadro del più complesso problema dei mali dell’intero sistema penale. Sembrava che della questione si dovesse occupare a fondo il Consiglio dei ministri di ieri, ma il tutto è stato rimandato. Staremo a vedere nelle prossime settimane se ci si finirà per limitare a qualche “svuota-carcere”, magari anche opportuno ma di corto respiro, o se si vorrà e potrà andare più a fondo, in particolare con il potenziamento concreto delle risorse umane ed economiche a disposizione degli uffici di esecuzione penale esterna per una gestione autenticamente responsabile di efficaci misure alternative: difficile, altrimenti, uscire dalla morsa tra l’uso spropositato di una detenzione sempre più pena-regina e smentita dalla proclamazione del suo essere extrema ratio riservata a delitti e soggetti di più spiccata pericolosità, e la rassegnazione a una sostanziale impunità anche per reati di delinquenza cosiddetta media o piccola ma generativi di non immaginari allarmi sociali tra gli appartenenti a strati “deboli” della popolazione.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 25 giugno 2024
Si torna finalmente a parlare delle carceri in Parlamento, per merito del deputato Roberto Giachetti, Italia viva, che testardamente ha voluto portare nell’Aula della Camera un suo disegno di legge che prevede un super-sconto di pena per i detenuti che hanno osservato la buona condotta. Passando da uno sconto di 45 giorni a 60 giorni (ogni sei mesi di detenzione con buona condotta), ci sarebbe un’immediata fuoriuscita di detenuti da celle sovraffollate. Ma la prima sorpresa è il silenzio assoluto della maggioranza e del governo in merito. Nessuno interviene. Rinuncia a parlare il viceministro Francesco Paolo Sisto. Parlano solo le opposizioni.
di Ilaria Proietti e Giacomo Salvini
Il Fatto Quotidiano, 25 giugno 2024
Da settimane il decreto preparato dagli uffici di via Arenula non riesce ad approdare in Cdm: FdI è contraria. C’è chi dice che si tratti di una guerra di nervi per logorarlo, condito dalla cattiveria di fargli addirittura sapere che per il suo posto sarebbe già stato sondato un sostituto di lusso. Ma, per dirla tutta, c’è anche chi racconta un’altra storia: non c’è alcuna manina al lavoro per mandarlo a sbattere ma semmai “lui ci mette del suo”. È un fatto però che lo Svuotacarceri di Carlo Nordio rischia di diventare una barzelletta che non fa ridere: da settimane il decreto preparato dai suoi uffici di via Arenula non riesce ad approdare in consiglio dei ministri nonostante gli annunci a mezzo stampa: il piano carceri del Guardasigilli si è guadagnato fama di Sora Camilla, quella - secondo l’adagio alle latitudini della Capitale - che tutti vogliono ma nessuno si piglia.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 25 giugno 2024
Il testo sulla “liberazione anticipata” incontra l’opposizione del M5S (insieme alla destra). È arrivata alla Camera la proposta di legge di Roberto Giachetti, sostenuta da Nessuno tocchi Caino e dalla diaspora radicale nei diversi schieramenti, per elevare la detrazione di pena ai fini della liberazione anticipata da 45 a 60 giorni per ogni semestre di pena scontata. Il testo arriva senza relatore: in Commissione giustizia si sono svolte le audizioni ma non si è arrivati all’esame degli emendamenti. La presidenza della Commissione aveva chiesto un rinvio del termine entro cui riferire in assemblea, ma Giachetti ha respinto la proposta.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 giugno 2024
Il punto, sulle carceri, continua a essere la comunicazione. La soluzione normativa ci sarebbe, ma la priorità, per l’alleanza di governo, pare l’impatto sull’opinione pubblica piuttosto che sulla tragica emergenza negli istituti di pena. Così ieri il centrodestra ha optato per un elusivo silenzio nell’aula della Camera, durante la discussione generale sulla proposta Giachetti. Il deputato di Italia viva, promotore della legge sugli “sconti di pena” insieme con la presidente di Nessuno Tocchi Caino Rita Bernardini (ora in sciopero della fame), non si è trattenuto dal dire che “arrivare in Aula senza il mandato al relatore per responsabilità della maggioranza”, come in effetti è avvenuto, “manderà questo provvedimento a morire, ed è la cosa più vergognosa che questa maggioranza potrebbe fare”.
di Angela Stella
L’Unità, 25 giugno 2024
Quarantacinque suicidi nelle carceri. Però Nordio, la scorsa settimana, annunciava sul “Sole 24 Ore” un provvedimento sulle carceri e veniva smentito lo stesso giorno dall’odg del Cdm di Palazzo Chigi. La figuraccia è fatta e a metterci la pezza ci pensa il sottosegretario Ostellari: ci siamo presi tempo per definire meglio l’Albo delle case di comunità. Il Ministro ha il controllo del Ministero?
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