di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 17 novembre 2023
Le sentenze hanno stabilito che le indagini per una percentuale enorme erano fasulle perché i pubblici ministeri volevano scrivere a modo loro la storia d’Italia. Ogni italiano deve augurarsi che la sentenza della Cassazione sulla trattativa Stato-Mafia ponga fine alla lunga telenovela di mafiopoli e deve constatare con soddisfazione che da un po’ di tempo è finita anche la telenovela di Tangentopoli.
di Irene Famà
La Stampa, 17 novembre 2023
Parlano Monica e Carlo Gaffoglio, i genitori del 24enne suicida in cella. “Il carcere è sordo con le persone fragili”. Mamma Monica e papà Carlo riflettono su due parole: abbandono e accoglienza. Il loro dramma e la loro missione sono racchiusi tutti lì dopo che il figlio, Alessandro Gaffoglio, ventiquattro anni, è morto suicida in cella al Lorusso e Cutugno.
di Simona Lorenzetti
Corriere Torino, 17 novembre 2023
Il dolore dei genitori: lottiamo perché non capiti ad altri detenuti. La psichiatra del Lorusso e Cutugno indagata per omicidio colposo. “La storia di mio figlio è la storia di un abbandono. Era un ragazzo fragile che andava protetto e aiutato”. C’è amarezza nelle parole di Carlo Gaffoglio e Monica Fantini, i genitori di Alessandro: il 24enne che a Ferragosto dello scorso anno si è suicidato in carcere con una busta di nylon. Per la sua morte, la Procura di Torino ha indagato per omicidio colposo la psichiatra dell’istituto penitenziario Lorusso e Cutugno.
di Elisa Sola
La Repubblica, 17 novembre 2023
Michele Pepe, 48 anni, era stato condannato per camorra. Era obeso grave con problemi di cuore. È arrivato senza vita al Lorusso e Cutugno. Sotto processo chi diede il via libera alla “traduzione”. Una tirata unica, da Parma a Torino. Tre mezzi che sfrecciano senza sosta sull’autostrada. Due auto della polizia penitenziaria e al centro l’ambulanza che trasporta un detenuto in barella: Michele Pepe, 48 anni. Condannato per camorra, obeso grave con problemi di cuore. Doveva essere un servizio di “traduzione” ordinario, quello di Pepe. Invece il carcerato, partito dall’istituto penitenziario di Parma il 3 dicembre 2018, arriva morto al Lorusso e Cutugno di Torino. Sull’ora del decesso e su eventuali responsabilità non ci sono dati certi. Il processo è iniziato ieri a Parma. Alla sbarra c’è il medico penitenziario del carcere lombardo che firmò il nulla osta per il viaggio. L’ipotesi di reato è omicidio colposo. L’inchiesta, coordinata dal pm Giovanni Caspani, era stata lunga e complessa. Nessun agente è alla fine stato indagato, perché il magistrato aveva ritenuto che la causa della morte di Pepe fosse il comportamento del medico. Lui avrebbe dato l’ok per un viaggio infattibile per un detenuto con gravi problemi di salute. E gli avrebbe somministrato dei farmaci, forse sedativi, che sarebbero stati dannosi.
viterbotoday.it, 17 novembre 2023
Morte del detenuto Hassan Sharaf, chiesta la condanna dell’ex direttore di Mammagialla e di due agenti della penitenziaria. Tutti e tre hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato, che in caso di condanna prevede lo sconto di un terzo della pena.
di Davide Fiorani
rainews.it, 17 novembre 2023
Il 30 novembre prossimo il tribunale si pronuncerà sull’archiviazione del caso. Sono tornati a chiedere giustizia la madre, il padre e i familiari di Mimmo D’Innocenzo. Non si arrendono e dopo i presidi davanti al tribunale di Cassino, sono venuti a Roma per rivolgere il proprio appello direttamente al ministro della Giustizia. È davanti al dicastero di via Arenula che si sono trovati per un nuovo presidio, con uno striscione che dice: “Vogliamo un processo”. A coordinare le indagini sul caso è la sostituto procuratore Francesca Fresch che ha chiesto l’archiviazione. Il prossimo 30 il tribunale si pronuncerà sull’opposizione all’archiviazione avanzata dai familiari.
di Giulio De Santis
Corriere della Sera, 17 novembre 2023
Il pm ha chiesto l’archiviazione per 3 medici, fra cui il responsabile del reparto, indagato anche per sequestro di persona. Il giovane migrante era ricoverato perché affetto da schizofrenia psicoaffettiva. Due medicinali, dati senza alcuna prescrizione, avrebbero provocato la morte di Wissem Ben Abdel Latif, il 26enne tunisino deceduto il 28 novembre 2021 al San Camillo dove era ricoverato in Psichiatria.
di Barbara Morra
La Stampa, 17 novembre 2023
Due giorni di full immersion per avvocati, giudici e pubblici ministeri in tribunale, a Cuneo, per l’indicente probatorio sull’inchiesta delle presunte torture nel carcere del Cerialdo. Le udienze di mercoledì e ieri sono servite per ascoltare le versioni dei detenuti che hanno raccontato di essere stati picchiati, vessati e insultati ripetutamente dagli agenti di polizia penitenziaria. In particolare si tratta di quattro persone di origini pakistane presunte vittime di un blitz in cella nella notte tra il 20 e 21 giugno di quest’anno. Mercoledì le audizioni sono durate dalle 10 alle 19 e ieri un po’ meno ma sempre per un tempo considerevole.
di Ilaria Dioguardi
vita.it, 17 novembre 2023
Un incontro dedicato alla condizione dei detenuti transgender, che si è svolto a Roma, è stato l’occasione per riflettere sullo stato della detenzione in Italia. Tante le carenze e le difficoltà: assenze strutturali, mancanza di un dibattito pubblico serio, vuoto istituzionale sul post carcere. Secondo l’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, che dalla fine degli anni Ottanta si occupa di diritti e garanzie nel sistema penale, sono soltanto sei dei 189 istituti penitenziari presenti nel nostro paese quelli che accolgono le 72 persone transgender attualmente detenute. “Per loro la reclusione diventa l’espiazione di una colpa verso una società che a oggi non si è ancora rivelata capace di tutelare i loro diritti. Malgrado le convenzioni internazionali impongano alle autorità penitenziarie la tutela della salute dei detenuti, sono ancora troppe oggi le mancanze oggettive e assolutamente insufficienti le soluzioni messe in atto per compensarle”, ha detto Flavia De Gregorio, membro della Commissione Politiche sociali di Roma che ha organizzato Qui non finisce tutto: più diritti nelle carceri, terzo di un ciclo di convegni dedicato alla comunità transgender.
di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 17 novembre 2023
I social network finiscono per fare da detonatore di malessere e intolleranza. Ricominciamo dalla cura delle parole. Una realtà odiante sta corrodendo le nostre democrazie. Online e offline. Abbiamo smesso di ascoltarci, anche di parlarci. Perché noi, ormai, gridiamo. E più le cose sono complesse, più semplifichiamo con un gesto: alziamo il volume. L’ebbrezza dei decibel ci mette al riparo dalla fatica delle obiezioni degli altri come dai vizi nel nostro stesso discorso. Ci protegge dal dolore che bussa al muro degli slogan, ci scherma dalla paura di non riuscire a intravedere che cosa verrà “dopo”. Oppure - al capo opposto della fune - ammutoliamo, se possibile andiamo a dormire presto la sera. Il linguaggio d’odio - scrive Marilisa D’amico, costituzionalista e prorettrice dell’Università degli Studi di Milano, nel suo Parole che separano (Raffaello Cortina Editore) - sta conquistando spazi sempre più vasti nel perimetro della nostra società e il ricorso incessante ai social network agisce da “detonatore di malessere e intolleranza”.
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