di Federico Berni
Corriere della Sera, 30 gennaio 2024
Ilaria Salis, insegnante 39enne detenuta a Budapest da quasi un anno, è comparsa davanti ai giudici in catene, con le manette ai polsi e alle caviglie. È accusata di aver aggredito due estremisti di destra. Entra in aula sorridendo. Jeans, maglione a righe e capelli lunghi. A vederle solo il volto, ispira quasi serenità. È quando lo sguardo si allarga su tutta la sua figura, il corpo minuto ma atletico di una donna che ha sempre fatto sport, che l’immagine si fa molto più dura. Ilaria Salis, imputata davanti all’autorità giudiziaria ungherese, detenuta a Budapest da quasi un anno, compare infatti davanti ai giudici in catene. Ha le manette ai polsi e alle caviglie. I ceppi, a loro volta, sono legati fra loro a un cinturone, attaccato ulteriormente a una sorta di guinzaglio, tenuto dalle guardie penitenziarie.
di Flavia Perina
La Stampa, 30 gennaio 2024
Manette e guinzaglio a catena, saldamente tenuto in mano da un agente: le immagini del processo ungherese a Ilaria Salis dovrebbero scandalizzare l’Italia e l’Europa più degli abbracci di Victor Orban a Vladimir Putin e delle sue intemerate contro “l’Unione stupratrice”. Sono la prova provata che nello spazio di libertà che immaginiamo di abitare, nel Continente dello Stato di diritto che celebriamo ogni giorno, esiste un’area franca in cui una militante coinvolta nei tumulti contro una manifestazione neonazista può essere trattata così. Come un animale da tenere al laccio.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 30 gennaio 2024
La procura ha formalizzato una richiesta a undici anni di carcere di fronte a lesioni personali lievissime. Qualche graffio o poco più. L’arretramento dello Stato di diritto ungherese è da ieri sotto gli occhi di tutti. E a tutti è sbattuto in faccia con quelle immagini di Ilaria Salis ammanettata mani e piedi tra due poliziotti incappucciati e in tuta mimetica. È la più esplicita rappresentazione di sé che potesse fare la giustizia penale ai tempi di Viktor Orbàn. È una iconografia poliziesca da regime. Una fotografia che le autorità ungheresi, per nulla preoccupate della presenza di osservatori esterni e di telecamere, hanno voluto ostentare al mondo per raccontare ciò che a loro dire dovrebbe incutere la giustizia penale: terrore, sfiducia, umiliazione, vergogna.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 30 gennaio 2024
La Farnesina convocherà l’ambasciatore ungherese a Roma Adam Kovacs per protestare contro le condizioni di detenzione di Ilaria Salis e parallelamente si farà sentire presso le autorità magiare a Budapest. La Farnesina convocherà l’ambasciatore ungherese a Roma Adam Kovacs per protestare contro le condizioni di detenzione di Ilaria Salis e parallelamente si farà sentire presso le autorità magiare a Budapest. La mossa arriva dopo la diffusione delle immagini che ritraggono la concittadina trascinata in tribunale con guinzaglio e catene nell’udienza che si è tenuta ieri.
di Pasquale Pugliese*
Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2024
L’apparente cortocircuito della storia che ha fatto sì che alla vigilia del Giorno che le Nazioni Unite dedicano alla memoria dell’Olocausto, la Corte internazionale di giustizia rendesse pubblica la sentenza che riconosce la plausibilità delle accuse di genocidio dei palestinesi rivolte dal Sudafrica ad Israele - chiedendone di interrompere immediatamente tutte le violenze che possono renderlo effettivo - è in realtà un inveramento della funzione pedagogica e programmatica, non solo celebrativa, del 27 gennaio.
di Nathalie Tocci
La Stampa, 30 gennaio 2024
Una milizia della Resistenza islamista in Iraq uccide tre soldati americani in una base militare della coalizione anti-Isis in Giordania, ferendone altri 34. Il presidente americano Joe Biden punta il dito contro l’Iran, in quanto sostenitore della milizia irachena, e promette una risposta. Al tempo stesso la diplomazia si intensifica nella ricerca di una via di uscita dalla guerra sanguinosa di Israele nella Striscia di Gaza. Come spiegare l’apparente schizofrenia tra deterrenza militare e diplomazia e quale delle due forze è messa meglio in questo momento? Che siamo nel vortice dell’escalation regionale è noto da tempo.
di Giulia Pompili
Il Foglio, 30 gennaio 2024
Giorgia Meloni promette concretezza ai leader africani e ingaggia un duello con la Francia. L’endorsement dell’Unione europea. I corridoi di Palazzo Madama sono tutto un brulichio di commessi, capi delegazione, funzionari che corrono a occupare stanze e a posizionare le bandiere per i bilaterali - “quella che è, São Tomé e Príncipe?”, “me serve Mozambico di là!”. Il Vertice Italia-Africa, per la prima volta trasformato da Meloni in un vertice a livello di capi di stato e di governo, è un po’ una prova generale del G7 a guida italiana, confuso quanto basta per essere un vertice di 12 ore (domenica sera c’è stata soltanto la cena al Quirinale), senza alcun tavolo di lavoro collettivo ma solo un’esposizione da parte dei singoli ministri di governo di potenziali progetti intervallati da interventi dei rappresentanti africani. Tutto quasi perfetto, però, nella sua funzione di vetrina internazionale. Fuori programma compresi: l’apertura del vertice, che avrebbe dovuto essere tutta una celebrazione della nuova strategia africana di Meloni e del Piano Mattei che porta la sua firma, è stata offuscata dall’intervento di Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione Africana (per la cronaca, in scadenza di mandato). Faki, l’uomo che impersonava il duo di comici russi nella famigerata telefonata, nel suo discorso d’apertura dice che sul Piano Mattei “avremmo auspicato di essere stati consultati”, e che l’Unione africana è pronta a discuterne ma “non vuole tendere la mano, non siamo mendicanti”.
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 30 gennaio 2024
È una buona cosa sostenere lo sviluppo dell’Africa. Il fatto che se ne discuta seriamente, insieme ai leader africani, che si elabori un piano di aiuti pluriennale, che si preveda di stanziare risorse sostanziose: tutto questo va nella giusta direzione. Purché si tenga conto della preoccupazione delle Ong: rispettare l’impegno di dedicare alla cooperazione internazionale lo 0,70% del Pil, senza dirottare risorse dalla cooperazione alle imprese private.
di Mariano Giustino
Il Riformista, 30 gennaio 2024
Alla fine li hanno impiccati i quattro prigionieri politici curdi in Iran che avevano lanciato un disperato appello ai leader dell’Unione europea, al mondo libero, affinché ponessero fine alle loro relazioni diplomatiche e commerciali con la Repubblica Islamica, per fermare il boia che quotidianamente, all’alba, nell’ora della prima preghiera del mattino, impicca gli oppositori e i pacifici manifestanti del movimento “Donna, Vita, Libertà”. Pejman Fatehi (28 anni, di Kamyaran), Mohsen Mazloum (27 anni, di Mahabad), Vafa Azarbar (26 anni, di Bukan) e Mohammad Hajir Faramarzi (28 anni, di Dehgolan), quattro giovani curdi accusati di essere stati spie del Mossad. Hanno subito un processo sommario.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 30 gennaio 2024
Vogliamo iniziare una riflessione sulla situazione nelle carceri a partire dalla sentenza della Corte Costituzionale 10/2024, che apre orizzonti nuovi, dichiarando l’illegittimità costituzionale dell’art. 18 dell’Ordinamento penitenziario “nella parte in cui non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa, nei termini di cui in motivazione, a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia”.
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