di Anna Grazia Stammati*
cobas-scuola.it, 30 gennaio 2024
Il 2024 sembra essere iniziato, in carcere, sotto i peggiori auspici, con un andamento molto vicino all’annus horribilis, ovvero il 2022, caratterizzatosi per l’alto numero di suicidi tra la popolazione detenuta (circa 87 in un solo anno). Al 25 gennaio, infatti, sono 29 i morti nelle carceri italiane, di cui ben 11 per suicidio, mentre, proprio in questi stessi giorni, l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per aver violato il divieto di tortura e trattamento inumano o degradante (articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo), in quanto non ha garantito le cure mediche necessarie a un detenuto, pur avendo stabilito che la prigione era compatibile con il suo stato di salute.
di Enrico Sbriglia*
L’Opinione, 30 gennaio 2024
Chissà quante volte, verso le sei del mattino, mentre era inseguito dai pensieri, accucciato sotto la coperta di lana cotta dell’amministrazione penitenziaria, ruvida, così come lo sono le lenzuola e la federa che corredano il letto, meglio dire la branda ancorata alla parete, di acciaio, verniciata di un arancione spento, dove al posto della rete o delle doghe di legno, c’è una lamiera d’acciaio bucherellata, con sopra il materasso di una mescola antincendio spugnosa, avrà sentito il clangore della pesante chiave che ruota all’interno della serratura del blindato della sua cella.
di Enrico Netti
Il Sole 24 Ore, 30 gennaio 2024
Oggi la firma del protocollo tra Fipe, il ministero della Giustizia e Seconda Chance. I reclusi vicini al fine pena possono lavorare all’esterno per poi rientrare in carcere. Viene firmato oggi il protocollo tra Fipe-Confcommercio, il Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) presso il ministero della Giustizia e l’associazione Seconda Chance per creare percorsi di inserimento nel mondo del lavoro di detenuti.
ansa.it, 30 gennaio 2024
400 pc e 1.800 ore di video-lezioni in 190 istituti penitenziari. Quattrocento PC, con oltre 1.800 ore di video-lezioni destinati dalla Rai ai 20mila studenti detenuti presenti nei 190 istituti penitenziari. Sarà presentato giovedì 1 febbraio, alle ore 11 nella casa circondariale di Civitavecchia (Via Aurelia nord km 79,500 Roma), il programma “Scuola esercizio di libertà”, accordo tra Rai e ministero della Giustizia, che si inserisce nell’ambito del progetto quadro “La Cultura rompe le sbarre” di Rai Per la Sostenibilità-ESG.
di Liana Milella
La Repubblica, 30 gennaio 2024
È l’unico provvedimento firmato solo dal Guardasigilli: contiene anche la prima stretta sulle intercettazioni e impone l’interrogatorio dell’indagato prima dell’arresto. Subito in aula il no all’abuso d’ufficio e la prima stretta sulle intercettazioni. Se la maggioranza la spunta, potrebbe arrivare già questa settimana in aula al Senato il primo e unico disegno di legge del Guardasigilli Carlo Nordio. Quello che cancella il reato di abuso d’ufficio e comincia a vietare la possibilità di pubblicare le intercettazioni che vedono coinvolte terze persone.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 30 gennaio 2024
Il più grave errore giudiziario di sempre. L’incredibile vicenda dell’ex pastore sardo, assolto dopo oltre 32 anni passati in carcere da innocente. Il depistaggio nelle indagini, i giudici che hanno fatto carriera, l’assoluzione nel processo di revisione- Quando lo scorso 27 novembre è stato scarcerato dopo oltre 32 anni, in attesa della sentenza del processo di revisione, Beniamino Zuncheddu si è avviato a piedi per tornare a casa. Una casa che era stato costretto a lasciare all’età di 26 anni, distante quaranta chilometri dal carcere da cui stava uscendo, quello di Cagliari Uta.
di Glauco Giostra*
Il Dubbio, 30 gennaio 2024
Era innocente. Beniamino Zuncheddu ha scontato più di 32 anni di dura detenzione perché ritenuto colpevole dell’uccisione di tre pastori e del ferimento di un quarto. All’epoca, il pastore superstite, dopo aver inizialmente negato la possibilità di individuare l’aggressore in quanto questi aveva il volto coperto da una calza, sollecitato più volte a riconoscere in Beniamino Zuncheddu l’omicida, sia mostrandogli una sua foto, sia precisando che aveva un movente e nessun alibi, se ne convinse (“io mi convinsi”) e puntò l’indice accusatore contro di lui in ogni grado del processo, che si concluse con la condanna all’ergastolo dell’imputato. Nell’odierno giudizio di revisione il testimone d’accusa, ritrattando la sua deposizione alla luce delle nuove emergenze, ha pronunciato una frase che dovrebbe far riflettere: “per tutto il processo ero convinto che a sparare fosse stato Zuncheddu (…). Se dovessi tornare indietro probabilmente farei lo stesso errore”.
di Mario Chiavario
Avvenire, 30 gennaio 2024
Qualche giorno fa le immagini di una sfilata di toghe rosse hanno evidenziato l’aspetto più spettacolare di un cerimoniale d’altri tempi: si trattava, come si sa, dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte di Cassazione, cui avrebbe fatto seguito, dopo beve tempo, quella nelle sedi delle 26 Corti d’appello. E ci si può domandare se, a prescindere dall’effetto scenico, non prevalga il rischio di ridurre tali eventi a “un rituale solenne nella forma, ma sostanzialmente ripetitivo e, quindi, inutile”, avente, come unica alternativa a sua volta negativa, il trasformarli in cahiers de doléances.
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 gennaio 2024
Il corpo di Beniamino Zuncheddu è stato piegato più dalla speranza che dal torto subito. Una speranza che ha risvegliato in lui il pensiero, tenuto a bada per 33 anni, di poter vedere riconosciuta quell’innocenza che ha sempre urlato, ma che nessuno ha mai voluto ascoltare. Perché la sua non è una semplice storia di errore giudiziario: quello a suo danno assomiglia più a un complotto, una macchinazione che ha stritolato la vita di un uomo privandolo di tutto. Zuncheddu è entrato in carcere da giovane, a 27 anni, accusato per una strage, quella del Sinnai, che non ha mai compiuto. E ne è uscito da vecchio, come ha riassunto lui stesso. Una frase semplicissima e insieme devastante per chi crede nella giustizia. Come Mauro Trogu, l’avvocato che lo ha salvato da quel dramma. Che con l’ingiustizia subita da Zuncheddu aveva perso la fiducia in quel sistema che oggi, anche grazie a lui, può dirsi - in parte - riabilitato.
di Francesca Scopelliti*
Il Dubbio, 30 gennaio 2024
È la storia di un italiano, uno di noi: si chiama Beniamino Zuncheddu, nel 1991 ha 27 anni, è un bel giovanotto sardo, fisico asciutto, una curata chioma nera, un bel sorriso che mostra tutti i suoi denti, e nessuna ruga. Ma soprattutto ha mille aspettative per il suo futuro: una moglie, dei figli, un importante allevamento di pecore. Tutto può sognare e programmare tranne che di venire accusato di un triplice omicidio, essere condannato all’ergastolo e farsi 33 anni di galera: innocente! Nel momento del fattaccio, Beniamino è da un’amica, lontano dal luogo del delitto ma il tronfio protagonismo delle forze dell’ordine supportato da avvocati sciattoni e giudici superficiali lo condannano senza uno straccio di prova, valorizzando l’accusa di un teste e rinunciando alla verifica dell’alibi.
- Campania. I Garanti dei detenuti: “Di troppe speranze deluse in carcere si muore”
- Imperia. Suicidio in carcere. La Uil-Pa: “Celle piene e violenze di ogni genere”
- Verona. Oussama Sadek, morto nel carcere di Montorio: la famiglia vuole vederci chiaro
- Ivrea (To). Processo per le botte nel carcere, sparisce il reato di tortura: restano le lesioni
- Cuneo. “Liberi di coltivare”, prodotti agricoli dal carcere al ristorante









