di Giancristiano Desiderio
Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Le chat: così belle, così comode, così pericolose. Le più incontrollabili sono le chat di gruppo. Qui si annidano pericoli e insidie a volte fatali per il lavoro, le amicizie, l’amore, la politica. Nessuno ne è immune. Che cosa ci ha cambiato (in peggio) la vita? La messaggistica. Certo, ci sono tanti vantaggi: comunicazioni rapide, immediate, in tempo reale. “Per piacere, puoi prendere il pane?”. “Ok”. Semplice. Concreto. Istantaneo. Ma ci sono effetti collaterali disastrosi: invadenza, controllo, raggiungibilità. C’è bisogno di stoicismo per non ritrovarsi in balia delle chat: non più le chat al tuo servizio ma tu al servizio delle chat. È necessario prendere le distanze. Il governo delle chat è diventato indispensabile per conservarsi libero e indipendente. Più facile a dirsi che a farsi. Perché le chat sono, ormai, strumenti di lavoro: non solo chat personali ma familiari, aziendali, scolastiche, redazionali, partitiche, rionali, mediche, sportive e ancora e ancora.
di Chiara Saraceno
La Stampa, 22 maggio 2026
Certo, siamo un paese con una forte incidenza di popolazione anziana, e questo rende più difficile l’innovazione, tecnologica ma non solo, oltre a provocare squilibri nella spesa sanitaria e pensionistica. Ma, forse, continuare a guardare alla demografia come fonte di tutti i nostri problemi rischia di diventare un alibi per non vedere lo spreco di risorse umane, giovani e meno giovani, che si continua a fare e che è anche una delle cause della persistente bassissima fecondità: lo scarso investimento nei giovani di entrambi i sessi, sia in quelli ad alta formazione, sia in quelli che invece vengono abbandonati precocemente dal sistema formativo, nelle donne, negli stranieri che vorrebbero dare forma al proprio futuro in Italia.
di Eleonora Camilli e Irene Famà
La Stampa, 22 maggio 2026
Gli avvocati del team Adalah: “Violenze estreme, è tortura”. Esposto per sequestro di persona. Un unico obiettivo: umiliare, sottomettere, punire gli attivisti della Flottila. E farlo con ogni strumento a disposizione, in ogni modo possibile, fisico e psicologico. Scariche di taser, proiettili di gomma, molestie, almeno dodici aggressioni sessuali. Oltraggi che si susseguono. Gli avvocati di Adalah, team di legali volontari che sino all’altra sera ha fornito consulenza a centinaia di partecipanti della Flottila rinchiusi ad Ashdod, quelle brutalità le hanno appuntate tutte in una sorta di dossier degli orrori. “I soldati israeliani mi hanno strappato l’hijab. Mi hanno lasciata lì, con il capo scoperto e hanno fatto lo stesso con tante altre donne”, racconta agli avvocati un’attivista musulmana. Un altro ricostruisce l’assalto all’imbarcazione: “Hanno sparato proiettili di gomma. Poi ci hanno trascinato su una nave militare e infine al porto. I soldati israeliani ci hanno costretti a camminare completamente piegati in avanti, mentre premevano con violenza sulle nostre schiene”. E ancora. “Hanno usato il taser”, “ci hanno obbligato a restare inginocchiati, con i polsi legati, per diverse ore”. Il capo? “Dovevamo tenerlo chino, occhi fissi sul terreno”.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 22 maggio 2026
Parla la storica e saggista: “Su Ben-Gvir, Netanyahu ha agito timidamente. Ha rimproverato al suo ministro non l’umiliazione inflitta ma la pubblicità delle sparate nel centro di detenzione. L’elenco di provocazioni e smargiassate del ministro della Sicurezza interna israeliano, Itamar Ben-Gvir, è lungo. L’ultimo episodio ha riguardato le parole di disprezzo lanciate nei confronti di decine di attivisti della Global Sumud Flotilla, arrestati dalle forze speciali di Tel Aviv in acque internazionali, derisi e maltrattati nel porto di Ashdod. “Le umiliazioni subite dagli attivisti della Flotilla - dice al Dubbio la storica Anna Foa - sono infinitamente minori rispetto a quello che accade tutti i giorni nelle carceri israeliane. Ricordiamocelo. Non basta scandalizzarsi solo quando vengono torturati degli europei, non israeliani e non palestinesi. Dovremmo scandalizzarci sempre di fronte a certi fatti gravissimi, ormai sotto gli occhi di tutti”. Foa è autrice di due fortunati saggi, entrambi pubblicati da Laterza: “Il suicidio di Israele” (Premio Strega per la saggistica nel 2025) e “Mai più”.
di Chantal Meloni
Corriere della Sera, 22 maggio 2026
Un “processo storico”, una “pietra miliare”, addirittura un “momento Norimberga” per la Libia. Nei commenti di chi ha assistito all’udienza predibattimentale nei confronti di El-Hishri all’Aia trapela tutta la soddisfazione e l’importanza del caso. 17 i capi di imputazione, tra crimini di guerra e contro l’umanità. Il lavoro della Procura, che per tre giorni ha delineato contorni e dettagli del caso in modo meticoloso e approfondito, è stato davvero impressionante. Impressionante anche per i contenuti - le descrizioni dei crimini che i detenuti subivano nella prigione di Mitiga, un inferno dove le vittime, libiche e non, erano torturate brutalmente, violentate, umiliate, denigrate e rese veri e propri schiavi. Talvolta per mesi. Talvolta per anni. Molte sono morte, uccise dalle violenze.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 maggio 2026
Nel 2025, nelle carceri italiane, si sono tolte la vita almeno 82 persone. Dall’inizio del 2026, altre 24. Tra loro c’è un ragazzo di 17 anni, arrivato dalla Tunisia come minore straniero non accompagnato, morto nell’istituto penale per minorenni di Treviso dopo poche ore di detenzione. Il tasso di suicidi si attesta a 13 ogni 10.000 detenuti: se la stessa proporzione valesse fuori dal carcere, in Italia si conterebbero 78.000 suicidi l’anno. Sono i dati con cui si apre il XXII Rapporto di Antigone, intitolato “Tutto chiuso”, frutto di 102 visite di monitoraggio svolte nel 2025 dagli osservatori dell’associazione nelle carceri di tutta Italia. Il quadro che emerge non è frutto del caso. Dal 2022, il sistema penitenziario si è chiuso progressivamente per effetto di circolari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 21 maggio 2026
Un dramma che si consuma “nel silenzio generale”. È la denuncia di don Paolo Selmi, presidente di Fondazione Casa della Carità a Milano, unita a un forte appello alla politica contro “chi pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri”. Il progetto sperimentale tra Fondazione e carcere di San Vittore. “Una società che pensa di risolvere tutto aumentando la repressione o costruendo nuove carceri non si interroga sulle cause profonde dell’esclusione sociale e del disagio. Ogni suicidio in carcere è una sconfitta per lo Stato e per la comunità, e il silenzio sul cercare non fa bene alla democrazia”.
di Matteo Prioschi
Il Sole 24 Ore, 21 maggio 2026
Esenzione se l’interruzione del rapporto di lavoro è collegata a cause esterne alla volontà dell’azienda e del lavoratore. Se un datore di lavoro, diverso dall’amministrazione penitenziaria, licenzia un detenuto suo dipendente non deve versare il ticket di licenziamento se l’interruzione del rapporto di lavoro è dovuta a eventi esterni e non riconducibili alla disponibilità delle parti. È il caso, ad esempio, della revoca, al detenuto, del permesso al lavoro esterno oppure il trasferimento in un altro istituto penitenziario.
di Frank Cimini
L’Unità, 21 maggio 2026
Alfredo Cospito e l’Indonesia. Cosa c’entrano? La fantasia e l’immaginazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio e delle sue teste d’uovo non hanno limiti. Tra i motivi per i quali hanno prorogato di altri due anni l’applicazione dell’articolo 41 bis del regolamento carcerario ci sono delle cose assolutamente surreali. Dicono e scrivono dal ministero di attentati incendiari fatti in Indonesia da una cellula anarchica tra il 2024 e il 2025 che dimostrerebbero la pericolosità tuttora attuale di Cospito. Come faccia un detenuto ristretto in un carcere di massima sicurezza con il regime più duro possibile a essere messo in relazione con quanto accade in un paese lontano dall’altra parte del mondo non si capisce.
di Simona Musco
Il Dubbio, 21 maggio 2026
Le linee guida resistono alle pressioni esterne: solo piccoli emendamenti per evitare ricadute organizzative. Voto finale in plenum il 3 giugno. “Sulla protezione reputazionale non arretriamo”. Le pressioni esterne non hanno funzionato. Il Csm non ha alcuna intenzione di riscrivere le regole anti-gogna, né di rinunciare all’obbligo di rettifica contestato da diversi procuratori. Magistrati che, stando a quanto trapela, si sarebbero lamentati soprattutto a mezzo stampa, e non direttamente coi consiglieri togati, gettando comunque una parte di Palazzo Bachelet nel panico. Una reazione passeggera: alla fine è bastato proporre cinque emendamenti mirati per lasciare il testo intatto nella sostanza, correggendo il tiro esclusivamente laddove si rischiavano cortocircuiti organizzativi. Nessun “autobavaglio”, dunque, ma regole che consentano di non trasformare la doverosa comunicazione giudiziaria in una sentenza prima del processo, mentre i giornalisti continueranno a ricevere gli atti come sempre è accaduto, persino laddove si era tentato di evitarlo con leggi specifiche.
- Il Fatto grida al “bavaglio” inesistente e il Csm batte in ritirata
- “Queste regole sono pura demagogia. Le leggi ci sono, basterebbe rispettarle”
- Intercettati tutti (o quasi) i difensori. La wikileaks del carcere di Perugia
- Carcere e ordine pubblico, la Cassazione amplia il “peso” delle offese a pubblici ufficiali
- Chi accetta la sfida violenta non può poi invocare la legittima difesa









