di Dominique Simonnot*
Il Dubbio, 18 dicembre 2025
Dal mese di ottobre 2024, in Francia cinque detenuti sono stati uccisi da un compagno di cella, in circostanze atroci. Tra loro, un giovane uomo incarcerato alle Baumettes, a Marsiglia, terrorizzato dal suo compagno di cella che egli stesso definiva “folle”. Ha parlato, urlato, scritto, chiamato al citofono. Invano. In un’interrogazione al governo, la senatrice Valérie Boyer (Les Républicains, Bouches-du-Rhône) ha ricostruito la scena: “Il suo carnefice si è servito di una scodella rotta per ucciderlo, arrivando quasi a decapitarlo”. Il ministro della giustizia le ha risposto: “Entrambe le procedure, giudiziaria e amministrativa, sono tuttora in corso. Pertanto, come lei ben sa, non posso esprimermi sul caso. Quando le conclusioni saranno rese note, adotteremo le misure necessarie affinché un simile dramma non si ripeta”.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 18 dicembre 2025
Violazioni su violazioni che hanno riguardato il diritto alla libertà di associazione, quello di candidarsi alle elezioni, il diritto di proprietà e il diritto al rispetto della vita privata di Aleksei Navalny, dei suoi collaboratori, dei loro familiari e di tre organizzazioni riconducibili al dissidente politico. È quanto ha constatato la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato la Russia. Nella sentenza di 115 pagine emerge che nei confronti del principale oppositore di Putin, morto nella colonia penale “Po lar wolf” il 16 febbraio 2024, e della Fondazione anticorruzione le autorità di Mosca hanno attuato una vera e propria persecuzione. Come? Con misure che “facevano parte di uno sforzo concertato, di portata senza precedenti, volto a eliminare l’opposizione democratica organizzata incentrata su Aleksei Navalny”.
di Ghazal Afshar
Il Riformista, 18 dicembre 2025
In occasione della Giornata internazionale dei diritti umani, il Parlamento europeo è stato teatro di una forte denuncia contro la drammatica escalation delle violazioni dei diritti umani in Iran. Due conferenze di alto profilo hanno lanciato un appello urgente all’Unione europea affinché adotti una linea più decisa contro il regime di Teheran, denunciando l’aumento senza precedenti delle esecuzioni e la repressione sistematica del dissenso. Nel 2025 l’Iran ha consolidato il suo primato mondiale per numero di esecuzioni. Secondo organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, nei primi undici mesi dell’anno sono state giustiziate almeno 1.791 persone. La pena di morte continua a essere utilizzata come strumento politico e intimidatorio, colpendo in modo sproporzionato minoranze, oppositori e detenuti politici.
di Antonella Di Pietro
leggilanotizia.it, 17 dicembre 2025
Se la tendenza è quella di nascondere e chiudere i problemi dietro le sbarre, il malessere dilaga e si riverbera drammaticamente in tutto il contesto, esasperando detenuti e operatori. Il 2024 ha registrato 91 suicidi tra i detenuti e 7 nella Polizia penitenziaria. Anche il 2025 è stato un anno contrassegnato da tensioni, disordini e episodi di suicidio che hanno portato a 76 il numero dei “morti di pena”. Lo scorso novembre, alla Casa circondariale di Cremona si è tolto la vita un educatore, aggiungendo la sua morte ad altri 3 suicidi di operatori, due della penitenziaria e un altro delle funzioni centrali. Vicende che hanno riacceso i riflettori sulle difficoltà di questo lavoro che comporta uno stress emotivo elevatissimo un forte rischio di burnout.
di Fabio Falbo
Il Dubbio, 17 dicembre 2025
Il 5 dicembre 2025, tra le mura del Carcere di Rebibbia Nuovo Complesso a Roma, si è consumato un momento di cruda verità che ha riacceso i riflettori su un universo spesso dimenticato: quello penitenziario. Promosso dalla Camera Penale di Roma e dalla Commissione Carcere, il convegno “Cinquant’anni di Ordinamento Penitenziario. Una riforma dietro le sbarre” doveva essere un momento di riflessione istituzionale, ma si è trasformato in un’occasione di denuncia corale. Dopo l’intervento di tutti i relatori, anche Gianni Alemanno ha contribuito a squarciare il velo dell’indifferenza, raccontando la realtà delle condizioni carcerarie, riferite al caldo soffocante d’estate, freddo gelido d’inverno a causa di infrastrutture fatiscenti, e una sensazione opprimente di abbandono da parte delle istituzioni. Denunce che, a quanto pare, hanno suscitato il malcontento della direzione carceraria, alimentando tensioni che fanno temere il rischio inaspettato di possibili ritorsioni disciplinari.
di Angela Calvini
Avvenire, 17 dicembre 2025
Presentata in Senato l’iniziativa “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore” che si svolgerà il 18 dicembre. Per un giorno le sbarre diventano soglia, i corridoi si riempiono di voci, le mense si trasformano in luoghi di incontro. Anche quest’anno il Natale entra nelle carceri italiane con “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’Amore”, l’iniziativa promossa da Prison Fellowship Italia, insieme al Rinnovamento nello Spirito Santo e alla Fondazione Alleanza del RNS, in collaborazione con il Ministero della Giustizia e con il patrocinio del CONI Comitato Regionale Lazio. Un evento che si conferma come il più grande appuntamento natalizio del sistema penitenziario italiano e che, per qualche ora, “contamina” di festa e di vita gli spazi asettici della detenzione.
di Piero Sansonetti
L’Unità, 17 dicembre 2025
Il titolo di prima pagina, a tutta pagina, del più filogovernativo dei giornali della destra (“Libero”), francamente mi ha lasciato senza respiro. Lo trascrivo: “Il governo arresta, il giudice libera”. È una rivendicazione. Di tipo cileno. Il titolo del “Giornale” è simile e appena un po’ meno sfacciato: “I giudici di Allah”. Il “Secolo” è un po’ più attento: “Toghe libera tutti”. Poi c’è la dichiarazione di Giorgia Meloni: “Così sicurezza impossibile”. Stiamo parlando della decisione della Corte di appello di Torino di disporre la liberazione dell’Imam Mohamed Shahin dal Cpr di Caltanissetta dove era detenuto per ordine del prefetto, cioè del ministro dell’Interno. La Corte ha deciso la liberazione dell’Imam avendo accertato che non aveva commesso nessun reato e dunque che non esiste nessun motivo per revocargli il permesso di soggiorno, né tantomeno per rinchiuderlo in un Cpr lontano mille chilometri da dove vivono sua moglie e i suoi bambini.
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 dicembre 2025
Se è vero che le idee non hanno genere, è altrettanto vero che i volti che le rappresentano hanno un significato. E se il dibattito sempre più polarizzato e asfittico sul referendum per la riforma della magistratura sta dimostrando qualcosa è che la giustizia è ancora cosa da uomini. Per scelta dei media, ma soprattutto degli stessi comitati per il Sì e per il No alla riforma, che ormai quotidianamente si danno battaglia. Un paradosso, se si pensa al forte attivismo messo in campo dall’avvocatura, dalla magistratura e dall’accademia e al fatto che le prime due categorie sono composte rispettivamente per il 47 per cento e il 57 per cento di donne (per la terza non esistono numeri esatti ma una stima di professoresse in materie giuridiche è del 35 per cento).
di Antonello Cosentino*
Il Dubbio, 17 dicembre 2025
Il nucleo della riforma costituzionale non è la separazione delle carriere (realizzabile con legge ordinaria) bensì il depotenziamento del Csm, che verrà sdoppiato e privato della potestà disciplinare e risulterà composto da magistrati non più eletti ma sorteggiati. Il sorteggio è il vulnus più grave: non solo perché affida al caso la selezione delle persone investite di una funzione di rilevanza costituzionale e priva il governo autonomo della magistratura dell’apporto della riflessione collettiva che emerge dal pluralismo degli orientamenti associativi dei magistrati; ma, soprattutto, perché, trasforma la componente togata del/ dei Csm in una casuale adunata di singoli, spogliati della forza derivante dal mandato elettorale. Con il sorteggio gli istituendi Csm saranno ridotti ad organi di natura tecnico- amministrativa, meri uffici del personale, privi della capacità di (e della legittimazione ad) esprimere orientamenti valoriali che rappresentino sintesi democratica di diverse sensibilità e visioni della giurisdizione.
di Tiziana Roselli
Il Dubbio, 17 dicembre 2025
C’è un filo rosso che, negli ultimi anni, attraversa molte decisioni della Cassazione in materia di indagini tecnologiche: la crescente consapevolezza che sequestrare uno smartphone o un computer non equivale a mettere le mani su un semplice oggetto, ma su un frammento di vita privata. La sentenza n. 38331 della Sesta sezione ribadisce questo punto con particolare chiarezza, richiamando il principio di proporzionalità come cardine della legittimità di ogni ingerenza nei diritti fondamentali. In un’epoca in cui le investigazioni digitali sono sempre più estese e automatiche, la Corte fissa un limite: l’attività di ricerca della prova non può oltrepassare ciò che è davvero necessario. È un richiamo che riguarda non solo le procure, ma anche il legislatore, spesso incline a introdurre strumenti sempre più penetranti senza misurarne l’impatto sulle garanzie individuali.
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