di Angelo Zaccone Teodosi*
Il Manifesto, 8 aprile 2026
Il sostegno negato al doc sullo studente ucciso impone una revisione. L’opposizione presenta un’interrogazione, lasciano Mereghetti e Galimberti. Riemerge prepotente, a seguito dell’esclusione del documentario su Giulio Regeni, ritenuto dagli esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli non meritevole di ricevere alcun finanziamento pubblico, il tema dell’eccesso di discrezionalità e del deficit di trasparenza nella gestione della res publica culturale italiana. La “meritocrazia” tanto invocata dalla presidente del consiglio Giorgia Meloni svanisce sempre più in decisioni che appaiono influenzate dal “capitale relazionale” piuttosto che dalla valutazione di professionalità.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 8 aprile 2026
Lo scivolone è di quelli che lasciano il segno, senza speranza di redenzione. Il riferimento è alle scelte davvero incredibili fatte dall’apposita commissione del Ministero della cultura (Mic) in merito ai cosiddetti contributi selettivi per film e documentari. Sono tutti film, aggiungerebbero gli esperti. Se si guardano le scelte, viene spontaneo un urlo sdegnato accompagnato da rabbia e incredulità. Per chiunque viva nel nostro benedetto Paese il caso di Giulio Regeni è in cima all’elenco dei misfatti che hanno attraversato la storia italiana, con acclarata subalternità dei governi alla logica dei rapporti commerciali con l’Egitto oppressore del giovane ricercatore torturato e ucciso. La difesa delle persone e dei diritti umani è lasciata al dì di festa, per sparire nel resto delle giornate. Come non cogliere l’abnormità dell’esclusione di un notevole film, fortissimo nel messaggio e altrettanto rilevante sotto il profilo estetico grazie ad una regia molto attenta e alla passione dei produttori.
di Leonardo Becchetti
Avvenire, 8 aprile 2026
Dalle rivolte urbane alle scelte energetiche, ci sono segnali di risveglio collettivo contro le élite e i conflitti. La diplomazia e le rinnovabili come svolta possibile e concreta. “Ninna nanna, tu nun senti li sospiri e li lamenti de la gente che se scanna per un matto che commanna”. La famosa poesia di Trilussa scritta agli inizi dalla Prima guerra mondiale sembra straordinariamente attuale. Trilussa coglieva con lucidità amara un tratto ricorrente della storia: i conflitti nascono spesso dai capricci e dagli interessi di pochi potenti, mentre i popoli che non li vogliono ne pagano il prezzo. A distanza di un secolo, questa intuizione riemerge nelle tensioni contemporanee, dalle proteste di Minneapolis fino alle narrazioni musicali di Bruce Springsteen, che raccontano fratture sociali e disillusione. In questo contesto, il “No Kings Day” appare come una risposta dal basso, civile e politica, a quella stessa dinamica: una reazione collettiva contro la concentrazione del potere e contro decisioni imposte senza consenso. Non ancora un progetto compiuto, ma un segnale chiaro. Come direbbe Polanyi, sono gli “anticorpi sociali” che si attivano quando l’equilibrio tra società e potere si rompe.
di Elisa Sola
La Stampa, 8 aprile 2026
La procura apre un fascicolo dopo la denuncia di un recluso poco prima di Natale. La presunta vittima è un tunisino liberato qualche settimana dopo. Dopo tre mesi dalla presunta aggressione denunciata da un uomo trattenuto nel Cpr, la procura ha indagato il direttore. Il funzionario è stato sospeso dal ruolo, temporaneamente. L’ipotesi di reato, per ora, sono le minacce aggravate. Ma l’inchiesta, coordinata dal pm Francesco La Rosa, potrebbe allargarsi. Sia relativamente alle contestazioni ipotizzate, sia riguardo al numero delle persone indagate. Ci sono altre figure, che hanno lavorato nel Cpr insieme al direttore, su cui il faro degli inquirenti è puntato. Si valuta. Ma è presto per tirare le somme. L’indagine è in corso. Sono molti i testimoni che sono stati sentiti negli ultimi giorni per verificare cosa davvero sia accaduto a metà dicembre dentro al centro definito, come gli altri in Italia e in Albania, illegale e incostituzionale da molti giuristi e rappresentanti delle istituzioni.
di Elisa Sola
La Stampa, 8 aprile 2026
“Non ho mai minacciato quell’uomo. Ma l’ho sgridato, con veemenza, perché aveva avuto un atteggiamento sbagliato. Vivere e lavorare dentro al Cpr non è affatto facile”. Si è presentato spontaneamente davanti al pm Francesco La Rosa per farsi interrogare, il direttore del Centro di permanenza per i rimpatri di Torino. Si chiama Vincenzo Salvo e per 18 anni, prima di fare il direttore, ha lavorato come ispettore di polizia superiore in corso Brunelleschi. “Dunque, è un professionista che conosce molto bene quel posto”, afferma il suo avvocato difensore, Giuseppe Portigliotti, che precisa: “La scelta della sospensione temporanea di Salvo dal suo incarico non è stata da lui subita, ma è stata presa dal mio assistito insieme all’ente che gestisce la struttura per garantire che, in attesa della fine dell’indagine, non si creasse un clima ancora più ostile verso i lavoratori all’interno dello stesso Centro”.
di Paolo Nencini
Il Manifesto, 8 aprile 2026
Il fallimento del proibizionismo sulle droghe è descritto da una vasta letteratura scientifica e riconosciuto, spesso solo a fine carriera, anche da autorevoli esponenti politici. Le alternative fin qui avanzate si possono ricondurre a tre filoni: la liberalizzazione, nella sua versione neoliberista o individualista; la legalizzazione regolata di alcune sostanze; la decriminalizzazione, che mantiene l’illecito ma rinuncia alla sanzione penale del consumo. Le ultime due opzioni si presentano come compromessi pragmatici tra proibizionismo e laissez faire, ma proprio per questo faticano a consolidarsi, spesso percepite come soluzioni provvisorie. In questo stallo teorico e politico acquista interesse la proposta avanzata dai giuristi statunitensi David Pozen e Matthew Lawrence in due articoli su Harvard Law Review e Science. Il loro ragionamento parte dal fallimento del Controlled Substances Act del 1970, la legge federale americana che ha prodotto milioni di arresti e un bilancio devastante di morti per overdose. Pur nascendo nel contesto USA, la proposta ha un valore generale perché non si concentra tanto sulle singole sostanze quanto sul meccanismo che regge l’intero impianto repressivo: il sistema tabellare.
di Maurizio Delli Santi
La Notizia, 8 aprile 2026
Le giustificazioni offerte dal governo si sono rivelate fallaci. Il fermo del ricercato andava comunque eseguito. Il caso della liberazione del l caso della liberazione del torturatore libico Almasri colpito da un mandato di arresto della Corte penale internazionale è destinato ad alimentare altre polemiche. È stata formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio per ‘false dichiarazioni al pm’ del responsabile della struttura tecnica del Ministero della Giustizia, mentre è stata anticipata la contestuale sollevazione di un conflitto di attribuzione alla Corte Costituzionale: la maggioranza di governo ritiene che la sua posizione debba essere equiparata a quella dei ritiene che la sua posizione debba essere equiparata a quella dei ministri, per i quali segue un altro procedimento e potrebbero essere evocate eccezioni di procedibilità e immunità.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 aprile 2026
Nel report non c’è quasi nessuna buona notizia, ma la lunga campagna dell’associazione per denunciare gli effetti devastanti che il Decreto sicurezza avrebbe avuto sulle carceri è stata recepita nel giugno scorso dalla relazione della Corte Suprema di Cassazione. Un primo passo verso politiche carcerarie meno populiste? “Celle senza respiro e dignità calpestata”. Il giorno prima di Pasqua è stato presentato il lodevole e drammatico report annuale di Antigone intitolato “In difesa dello Stato di diritto”, dedicato al lavoro di monitoraggio che l’associazione svolge quotidianamente sulle condizioni di detenzione in Italia. Nel 2025, i volontari dell’Osservatorio di Antigone hanno visitato 118 istituti penitenziari per adulti su 190 esistenti, e tutti i 19 istituti penali per minorenni. Per ogni visita rimane accessibile e a disposizione del pubblico una scheda di relazione. Buone notizie quasi nessuna.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 aprile 2026
Marco Leandro Bondavalli ha 48 anni, una pena da scontare fino al 3 marzo 2048 (pena lunghissima dovuta al cumulo di piccoli reati) e un corpo che, stando alle valutazioni di più medici, non regge il carcere. Eppure in carcere ci è finito lo stesso, a poche ore da un intervento chirurgico. Oggi è ricoverato in ospedale a Piacenza con una sepsi in corso, infezioni sistemiche da candida e stafilococco, febbre alta, pressione molto bassa e un’infezione del catetere venoso centrale. Il quadro è critico e continua a peggiorare. A raccontare questa storia è l’associazione Yairaiha Ets, che segue il caso da anni. E ora c’è anche un’interrogazione parlamentare.
di Sergio D’Elia
L’Unità, 7 aprile 2026
Dicono che l’ergastolo in Italia non esiste. Ma io conosco l’ergastolano forse più ergastolano di tutti. Ed è detenuto ininterrottamente dal 1977. Quasi tutte le malattie dei carcerati si sono concentrate in un corpo solo, il suo. Mentre scrivo è ricoverato in ospedale, le sue condizioni si aggravano di giorno in giorno, gli avvocati hanno chiesto il differimento della pena. “L’ergastolo non esiste in Italia, sconti massimo trent’anni e poi esci”, è il luogo comune che circola non solo tra gli avventori dei bar di periferia e dei salotti televisivi, circola anche tra i giuristi nelle aule universitarie della “culla del diritto”. Non perché l’ergastolo comminato “in astratto” sia concettualmente più tollerabile di quello applicato “in concreto”.
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