di Gabriele Segre
La Stampa, 22 novembre 2025
La politica fallisce quando pensa di poter contabilizzare le emozioni. È ciò che accade oggi nel dibattito europeo sui flussi migratori, dove una questione profondamente umana viene trattata come una delle tante pratiche amministrative che si risolvono con un timbro e una tabella, invece che con un’idea di società. Con il nuovo meccanismo di solidarietà introdotto dall’Unione, ogni Paese membro dovrà contribuire in uno dei due modi previsti: accogliendo una quota di richiedenti asilo oppure versando un contributo economico per ogni persona che decide di non ricollocare. La formula dell’”accogli o paga” appare come un rimedio ordinato e immediato, ma finisce per riproporre la stessa illusione di sempre: che dati, competenza e pragmatismo siano da soli sufficienti a governare la vita delle persone, trasformando un fenomeno di portata storica in una variabile contabile.
di Micaela Frulli e Triestino Mariniello
Il Manifesto, 22 novembre 2025
La risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza del 17 novembre 2025, letta dal punto di vista del diritto internazionale, rivela criticità profonde e contraddizioni che ne compromettono validità e legittimità. Il limite più grande consiste nell’implicita violazione del diritto di autodeterminazione del popolo palestinese. La risoluzione subordina qualsiasi “percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese” al completamento di un programma di riforme dell’Autorità nazionale palestinese, ente che amministra la Cisgiordania, che nella risoluzione peraltro non è mai menzionata. Questa condizionalità trasforma un diritto inalienabile, riconosciuto dalla Carta dell’Onu, ribadito a più riprese dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e che ha valore di norma di carattere cogente, in una meta da raggiungere in un futuro indefinito: si sospende a tempo indeterminato la possibilità di costruire uno Stato palestinese.
di Andrea Molteni
caritasambrosiana.it, 21 novembre 2025
Una recente circolare del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, a firma di Ernesto Napolillo, Direttore generale dei detenuti e del trattamento, sta facendo molto discutere. Si tratta di un’indicazione relativa alle autorizzazioni “degli eventi di carattere educativo, culturale e ricreativo” svolte negli istituti penitenziari italiani: attività proposte e realizzate, in gran parte, da organizzazioni e associazioni del terzo settore, molte cattoliche e legate alla Caritas e alla Diocesi ambrosiana, che danno forma e senso alla partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa prevista dall’articolo 17 dell’ordinamento penitenziario del 1975. Formazione, ascolto e accompagnamento socio-educativo, incontri culturali e con le scuole, musica, teatro, sport, laboratori artigianali e artistici: tutte attività che rendono viva e vitale la tensione rieducativa delle pene, scolpita nell’articolo 27 della Costituzione.
di Cesare Sposetti
aggiornamentisociali.it, 21 novembre 2025
La “controriforma” della giustizia minorile e i suoi possibili antidoti. “Mare fuori”, una serie televisiva lanciata nel 2020 e ambientata in un immaginario carcere minorile napoletano, ha incontrato una grande accoglienza in Italia e all’estero, specialmente tra i più giovani, e ha aperto una finestra su un mondo prima decisamente poco conosciuto e rappresentato, quello degli Istituti penali per minorenni (Ipm). Tale successo tuttavia stride con il modo in cui la società italiana si confronta con il disagio giovanile che sfocia in atti criminosi, che la narrazione mediatica spesso semplifica e riduce al fenomeno delle baby gang.
di Nello Rossi
L’Unità, 21 novembre 2025
La riforma costituzionale della magistratura è nata già vestita e armata di tutto punto - dalla testa di Meloni e Nordio - e io aggiungo - del sottosegretario Mantovano, come Minerva dalla testa di Giove. Era così perfetta da non aver bisogno di alcuna modifica, integrazione o correzione sulla base delle indicazioni dei tanti studiosi che hanno partecipato alle audizioni parlamentari o al dibattito pubblico nel Paese. E nessuna modifica è stata possibile - non c’è bisogno di dirlo - da parte dei parlamentari, chiamati solo a votare il testo predisposto dal Governo come se si trattasse della conversione di un decreto legge. La riforma presenta una pluralità di incognite e di grandi, a volte clamorose, lacune. Vuoti e lacune che producono un singolare effetto: nel referendum gli elettori - informati o meno che siano - dovranno fare una scelta in gran parte al buio.
di Simona Bonfante
linkiesta.it, 21 novembre 2025
In Italia serve più fortuna che fiducia in tribunale, è un paradosso per un Paese in cui vigono lo stato di diritto e la presunzione di innocenza. Il nostro sistema non può permettersi di infliggere pene ingiuste. “Non ho fiducia nella giustizia”. Così Massimiliano Fachini, celebre imputato dell’interminabile processo per la strage alla Stazione di Bologna, imputato assolto anche per Piazza Fontana a Milano, detenuto per oltre dieci anni in misura cautelare, ovvero senza alcuna condanna a suo carico, si rivolse al Presidente di Corte d’Assise che nel 1993 a Bologna celebrava il secondo appello - il precedente appello che lo assolveva, ribaltando l’ergastolo inflittogli in primo grado, era stato parzialmente annullato dalla Suprema Corte di Cassazione. Dunque si era al quarto grado di giudizio, l’imputazione era strage, in gioco l’ergastolo o l’assoluzione.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 21 novembre 2025
L’ex premier: “La separazione delle carriere mira a garantire piena terzietà al giudice. L’Anm? Non è possibile che i magistrati, che sono pubblici funzionari, abbiano un sindacato che agisce come soggetto politico”. “Al referendum voterò Sì. Approvo la riforma della giustizia”. La posizione di Lamberto Dini è netta. Intervistato dal Foglio, l’ex presidente del Consiglio, già ministro del Tesoro e direttore generale della Banca d’Italia, giudica positivamente la riforma costituzionale targata Nordio, a partire dalla separazione delle carriere, che “mira a garantire la piena terzietà del giudice rispetto al pubblico ministero, senza ridurre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”.
La giustizia riparativa: “Così nasce un dialogo. Non solo per reati gravi. Anche i furti fanno male”
di Jessica Muller Castagliuolo
Il Giorno, 21 novembre 2025
Il criminologo Adolfo Ceretti coordinò il gruppo di lavoro per il decreto “A Milano attivata per risse, revenge porn, omicidi: si potrebbe usare di più”. Il dolore come “un elastico”. Cosa farne? “Continuerà a tendersi all’infinito e non potremo mai più essere liberi?”. Una domanda che si pone Agnese Moro, figlia dello statista ucciso dalle brigate rosse, tra gli intervalli del libro che testimonia il percorso di giustizia riparativa che si è tenuto dal 2009 al 2014 e che ha messo a confronto vittime e responsabili della lotta armata. Tra i mediatori, anche Adolfo Ceretti, professore di criminologia all’Università Bicocca di Milano e docente di mediazione reo-vittima. Il modello non era però ancora entrato nell’ordinamento giuridico. L’introduzione arriva con il decreto legislativo 150/2022, che attua la cosiddetta “riforma Cartabia”.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 21 novembre 2025
Diciotto anni dopo, suo figlio Rudra è ancora convinto che quel processo fu un porto delle nebbie. Lunedi scorso Rudra Bianzino ha depositato per la seconda volta alla Procura della Repubblica di Perugia la richiesta di riapertura delle indagini per omicidio volontario ai danni di suo padre, Aldo Bianzino, l’ebanista morto di carcere nel 2007 nella Casa circondariale di Capanne poco dopo il suo arresto dovuto al possesso di alcune piante di cannabis rinvenute nel giardino di casa. Passò nella prigione di Perugia solo qualche giorno mentre anche la sua compagna Roberta Radici era agli arresti. Ma quando lei uscì seppe che Aldo era morto. Come, quando, in che modo? Una vicenda piena di ombre, sotterfugi, silenzi, ritrattazioni e una marea di evidenze che dicevano tutt’altro da quanto stabilirono poi i magistrati: che Aldo era morto per un aneurisma, per morte naturale, e si poteva semmai parlare di omissione di soccorso. Non certo di omicidio.
di Matteo Lauria
cosenzachannel.it, 21 novembre 2025
Sulla base di video estratti dal suo telefono durante la richiesta d’asilo, Salem è accusato di propaganda jihadista. Associazioni e collettivi contestano l’uso estensivo del Ddl Sicurezza e chiedono trasparenza e garanzie. Salem, giovane palestinese, è rinchiuso da sei mesi nella sezione di alta sicurezza del carcere di Corigliano Rossano. La sua vicenda prende avvio durante la richiesta di asilo nel nostro Paese, quando il suo telefono viene sequestrato dagli investigatori. Spezzoni isolati di un filmato, nei quali invitava la società civile a sostenere la popolazione palestinese, sono stati giudicati dagli inquirenti materiale di “propaganda jihadista”.
- Como. Si suicida un detenuto: era rimasto ferito durante la rivolta
- Como. Rivolte e suicidi, il carcere del “Bassone” è sempre più una polveriera
- Torino. Ancora un suicidio in carcere: detenuto 50enne si impicca in cella
- Milano. Nelle celle di San Vittore dell’Ipm Beccaria tre persone vivono in nove metri quadri
- Milano. La “stanza dei suicidi”, i laboratori di vita: il nostro viaggio a Bollate











