di Pablo Fernández e José Bautista*
meltingpot.org, 21 novembre 2025
Dal 17 ottobre scorso la Mauritania dispone di due nuovi centri di detenzione per migranti, uno situato a Nouakchott, capitale del Paese, e l’altro a Nouadhibou, al confine con il Sahara occidentale occupato illegalmente dal Marocco. Entrambi i centri sono stati avviati dalla Fondazione per l’Internazionalizzazione delle Amministrazioni Pubbliche (Fiap), un’agenzia di cooperazione del governo spagnolo che dipende dal Ministero degli Affari Esteri. Le autorità spagnole affermano che questi spazi sono ispirati ai Centri di Assistenza Temporanea per Stranieri (Cate) delle Isole Canarie e ammettono che, a differenza della Spagna, priveranno della libertà anche i minori, compresi i neonati in fase di allattamento, cosa che la legislazione spagnola proibisce.
di Martina Marchiò*
La Stampa, 21 novembre 2025
Un modo per capire che mondo stiamo costruendo è misurare la distanza tra i diritti dei bambini sanciti dalle norme internazionali e la realtà di tutti i giorni nelle scuole e nelle pediatrie di molti angoli della Terra. Oggi questa è distanza è enorme. Tragica. Milioni di bambini in 56 Paesi con conflitti attivi vedono i loro diritti sistematicamente calpestati. Istruzione e salute chimere, sfruttamento e violenza routine. Solo nel 2025, ben 118 milioni di bambini hanno sofferto la fame, di questi 63 milioni a causa di conflitti armati. I bambini non sono solo vittime collaterali: sono diventati bersagli mirati.
di Adolfo Sansolini
Il Riformista, 21 novembre 2025
Negli Usa le esecuzioni aumentano, Cina e Iran al vertice. Strumento di deterrenza del crimine o vendetta? Nel dibattito sulla pena di morte una delle vittime continua a essere il buonsenso, sepolto sotto tumuli di populismo. Qualcuno sfugge a questa tentazione, dimostrando che le montagne si possono smuovere. Nata in Louisiana nel 1939 e divenuta suora a 18 anni, nel 1982 Helen Prejean iniziò a corrispondere con Elmo Patrick Sonnier, poco più che trentenne, condannato a morte per il brutale assassinio e lo stupro di una diciottenne e l’assassinio del suo ragazzo. Sonnier le chiese di incontrarlo nel carcere della Louisiana in cui era nel braccio della morte già da quattro anni.
di Eloisa Gallinaro
La Stampa, 21 novembre 2025
A Rocinha le gang dettano legge ma la gente non si arrende e prova a rinascere. Balli, street art, murales e cooperative di moto taxi: “Punteremo sul turismo per tornare liberi”. Helena ha 11 anni e una passione, la capoeira. Ma anche un sogno. Che l’antica lotta-danza degli schiavi diventi disciplina olimpica fra qualche anno, quando sarà cresciuta. Intanto, si allena al ritmo trascinante delle percussioni volteggiando leggera con gli altri ragazzini della sua squadra in un piccolo locale arrampicato alla fine di una serie quasi infinita di gradini sconnessi. “Due anni fa un nostro bravissimo allievo è venuto in Italia con un gruppo per far conoscere questa specialità”, ci tiene a sottolineare con orgoglio Marcelo, l’istruttore, mentre guarda soddisfatto le piroette acrobatiche dei suoi pulcini.
Siamo a Rocinha, area Sud di Rio de Janeiro, la più grande favela del Brasile dove la capoeira non è solo uno sport ma un modo per togliere bambini e ragazzi dalla strada insegnando loro a esprimersi anche con altre attività. Sono gli stessi ragazzi di questo centro sociale che hanno disegnato il murale della mini palestra dove si allenano: i suonatori di berimbau, strumento principe della capoeira, accanto a una montagna di case colorate, una sull’altra. È un’istantanea della favela, anzi della comunità, come preferiscono chiamarla qui.
Arrampicata sulla collina, un dedalo di vicoli bui tra case in muratura e baracche di lamiera unite da intrecci inestricabili di cavi elettrici quasi ad altezza d’uomo, Rocinha è cresciuta in maniera incontrollata ai margini della Tijuca, la più grande foresta urbana del mondo. Impossibile orientarsi da soli. Il moto taxi è il mezzo più rapido per arrivare in cima e anche una discreta fonte di reddito: sono in molti i ragazzi che ne hanno fatto il proprio lavoro, sfrecciando su e giù con passeggeri per lo più senza casco lungo la ripida strada principale tra montagne di spazzatura e cani randagi. Poi si può proseguire solo a piedi nel labirinto tra un viavai continuo e una miriade di micro lojas che vendono di tutto. “Per evitare guai è meglio non tirare fuori i cellulari e non fare foto”, ammonisce Milena, guida locale che qui è di casa. “Non è un problema di scippi. È solo che grandi e piccoli boss dei narcos girano tranquilli e non vogliono essere fotografati casualmente e magari postati sui social dove potrebbero essere riconosciuti e localizzati”. Per il resto, “qui si è al sicuro anche da stupri e rapine perché le regole stabilite da chi controlla la favela sono ferree e vengono fatte rispettare”, spiega ancora Milena, e traduce: “Sicurezza significa che c’è una sola fazione al comando e quindi non ci sono scontri e sparatorie tra bande diverse”.
In realtà, dopo l’arresto nel 2011 di Antonio Francisco Bonfim Lopes detto Nem, uno dei capi della fazione Amigos Dos Amigos (Ada) che aveva controllato per decenni la favela, la situazione si è fatta instabile per il comando di Rocinha, anche se tutti gli indizi portano a John Wallace da Silva Viana, alias Johnny Bravo, leader locale del Comando Vermelho (Cv), la più potente organizzazione criminale del Brasile che, oltre al narcotraffico, gestisce il racket delle estorsioni e il contrabbando di armi permeando l’intero tessuto sociale.
Secondo la Folha de Sao Paulo, perfino i ragazzi dei moto-taxi pagano al gruppo 150 reais (circa 25 euro) al mese - che qui non sono pochi - per poter operare ad altri livelli i leader della gang nel Mato Grosso danno ai vertici di Cv 80 mila reais (13.000 euro) al mese per nascondersi nelle favelas di Rio, tra le quali Rocinha e la vicina Vidigal. Attualmente non ci sono scontri, la polizia si fa vedere occasionalmente, in basso, all’entrata, ma non mette piede nei becos, i vicoli, e la comunità è stata finora considerata “pacificata”, una definizione molto in uso da queste parti per indicare il livello di sicurezza delle favelas. In luglio è stato anche demolito un complesso di edifici completo di bunker, tunnel sotterranei e attico con piscina che erano serviti da base ai narcos di Comando Vermelho e da rifugio ai latitanti provenienti da altri Stati brasiliani.
Una calma che sembra destinata a non durare. A quanto riferito dal quotidiano O Globo, il governatore dello Stato di Rio Claudio Castro avrebbe pianificato per dicembre 10 operazioni di polizia a Rocinha e in altre favelas - Cidade de Deus, Complexo de Israel, Marè - simili al controverso maxi blitz nelle baraccopoli Penha e Alemao contro Comando Vermelho che a fine ottobre ha provocato almeno 121 morti. Rocinha, scrive il quotidiano citando fonti del governo statale, è uno dei principali centri di distribuzione della droga e dà rifugio anche a criminali che vengono da fuori. La cosa triste, commenta amara Milena, è che “questa guerra politica uccide sempre i poveri delle periferie”.
Di poveri, a Rocinha, ce ne sono migliaia. Nessuno sa quanti, come nessuno sa quanta gente ci viva. Le cifre ufficiali parlano di oltre 70 mila persone, secondo altre stime gli abitanti arrivano a 200 mila. In condizioni sempre più precarie man mano che si sale verso la cima della collina, dove si affastellano tuguri senza fogne e spesso senz’acqua e dove i narcos hanno vita facile nel reclutare manovalanza a basso costo. Ma la rassegnazione non abita qui e la vivacità culturale di questa comunità è sorprendente. Oltre all’onnipresente capoeira, ci sono scuole di samba, centri di cultura afro-cubana, concerti improvvisati di funk carioca in locali sempre molto frequentati. Maria ci apre le porte della sua casa: una specie di antro buio e pieno di scale, una sorta di torre con una stanza sopra l’altra, qui un letto, là una vecchia credenza. In cima un’esplosione di luce. Maria e la sua famiglia hanno costruito una terrazza con una vista mozzafiato sulla baia di Rio e stanno attrezzando un piccolo bar: tè, caffè, brigadeiros (palline con cioccolato e latte condensato), una panca e qualche tavolino per i visitatori accompagnati dalle guide locali. Una risorsa che la gente sta imparando a sfruttare.
I giovani organizzano tour per far conoscere la realtà della favela approfittando anche degli straordinari panorami che si aprono improvvisi tra le case, dal Pan di Zucchero al monte del Corcovado con la statua del Cristo Redentore. Le moto taxi di Rocinha si spingono fino alla vicina favela di Vidigal - regno dei narcos ma anche imperdibile meta turistica - attraverso lo spettacolare percorso dell’Avenida Niemeyer lungo l’Atlantico e poi su per ammirare dall’alto e ancora più da vicino le iconiche viste di Rio. Sono queste immagini, assieme al sovraffollamento della favela, a ispirare i murales che nascondono gli intonaci scrostati e a dare linfa all’arte che non ti aspetti. Per esempio quella di Marcos, alias Wark Rocinha, che con il suo angelo, alter ego artistico simbolo di accoglienza e sicurezza, ha dato un’impronta non solo alla favela ma a tante parti di Rio ed è arrivato fino al Mausa Vauban, santuario della street art a Neuf-Brisach, non lontano da Strasburgo. Nella comunità ha fondato il Wark Institute con l’obiettivo di dare slancio alla formazione culturale dei giovani attraverso l’arte. Il risultato è la vita della favela raccontata a colori sui muri, narrazione visiva che inizia a vincere sul grigio della povertà.
di Livia Montagnoli
artribune.com, 20 novembre 2025
Il pasticcio del Governo che rischia di ostacolare le attività dei detenuti. È in vigore da poco meno di un mese la circolare del Dap che obbliga numerosi istituti penitenziari d’Italia a sottoporre l’organizzazione di attività ed eventi in carcere a un’autorizzazione centralizzata. Scoraggiando progetti portati avanti da anni da cooperative, associazioni, mondo dell’educazione e dal Terzo settore. Essenziali per i detenuti.
di Giunta e Osservatorio Carcere dell’UCPI
camerepenali.it, 20 novembre 2025
Gli accorgimenti burocratici non siano l’occasione per soffocare le istanze del trattamento rieducativo nel nome di una distorta concezione della sicurezza e della legalità. La circolare del 21 ottobre a firma del direttore generale detenuti e trattamento, Ernesto Napolillo, sulle attività educative della comunità esterna al carcere è stata al centro di un incontro tenutosi al Ministero della Giustizia. In quella sede, l’Unione delle Camere Penali Italiane ha ribadito le proprie critiche e riserve sulla circolare che, ponendosi in contrasto con l’art. 17 Ordinamento Penitenziario, che attribuisce il potere di autorizzare gli eventi culturali, ricreativi ed educativi, proposti dalla comunità esterna al carcere, al magistrato di sorveglianza, su parere favorevole del direttore, rischia, attraverso la centralizzazione dell’iter autorizzativo, di limitare gli ingressi nelle carceri per attività educative, culturali e ricreative, della società esterna
di Vincenzo Scalia
L’Unità, 20 novembre 2025
I tragici fatti di corso Como, a Milano, con un giovane accoltellato da un gruppo di altri ragazzi in seguito al furto di una banconota da 50 euro, sembrano essere la ciliegina sulla torta per chi, a destra e a sinistra, riscopre la vocazione securitaria. A maggior ragione, vista la giovane età degli aggressori, legittimerebbe il varo del decreto Caivano, che ha ampliato il ruolo della sfera penale nel trattamento della devianza minorile. A una riflessione più accurata, però, si approda ad altre conclusioni. In particolare, quella che il carcere e le altre misure contenitive, non rappresentano la soluzione, bensì il problema, in quanto rimuovono la necessità di sciogliere dei nodi che aggrovigliano la società italiana odierna. La messa in atto di comportamenti violenti viene ascritta ai giovani, che infrangerebbero la patina di una società pacificata e armoniosa, secondo i desiderata del mercato. In realtà, ci insegna Wolfgang Sofsky, la violenza, nella modernità, non scompare mai del tutto. Si rimuove, si occulta, ma si ripropone sotto altre forme in contesti diversi.
di Angela Stella
L’Unità, 20 novembre 2025
“I problemi non nascono con questo Governo ma in tre anni ha causato danni forse irreversibili. Continueremo a visitare le prigioni e a denunciare, gli anticorpi della nostra democrazia resistono. Oltre a me, ci sono diversi parlamentari a denunciare la situazione delle carceri e ugualmente la società civile, nonostante le difficoltà, fa un lavoro straordinario, varcando quel confine ogni giorno per portare un po’ di speranza. Il ministero può rendere le cose più complicate, faticose. Ma questa forza non la può spezzare nemmeno Delmastro”.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 20 novembre 2025
Ammesso il quesito sulle carriere separate, il voto non potrà andare oltre la Pasqua, fissata per il 5 aprile. E intanto è bagarre sulle parole di Nordio sulla P2. L’Ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte di Cassazione, ha ammesso le richieste di referendum da parte della maggioranza e dell’opposizione sulla riforma della separazione delle carriere. L’ordinanza, che porta la data del 18 novembre, verrà comunicata al Presidente della Repubblica, ai presidenti delle Camere, al presidente del Consiglio e al presidente della Corte costituzionale e verrà inoltrata entro cinque giorni dal deposito, “ai delegati dei parlamentari richiedenti” (Centro destra alla Camera: Simonetta Matone, Enrico Costa, Sara Kelany; centro desta al Senato: Marcello Pera, Pierantonio Zanettin, Enrika Stefani. Centro sinistra alla Camera: Luana Zanella, Chiara Braga, Riccardo Ricciardi; centro sinistra al Senato: Francesco Boccia, Francesco De Cristofaro, Stefano Patuanelli).
di Valentina Stella
Il Dubbio, 20 novembre 2025
Il presidente di Sezione della Cassazione critica la separazione delle carriere: “Riforma politica che riduce i controlli e rende i cittadini più fragili”. Giuseppe Santalucia, presidente di Sezione in Cassazione, già presidente dell’Anm, come spiegherebbe a un cittadino perché votare No? Lo farei offrendo il senso politico di questa riforma, così come illustrato dalla presidente Meloni e dal ministro Nordio: è una riforma che serve a ridimensionare il potere giudiziario e l’efficacia dei suoi poteri di controllo. Basti pensare alle dichiarazioni rese dalla premier sulla Corte dei Conti e a quelle del Ministro stupito “che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”.
- Intervista a Francesco Petrelli sul Sì delle Camere Penali alla riforma della giustizia
- Idillio a Montecitorio. Sì corale alla legge che riscrive il reato di stupro
- Torino. La Garante dei detenuti Diletta Berardinelli: “Il Cpr è peggio del carcere”
- Reggio Emilia. Bocchi (FdI): “Garantire un’assistenza sanitaria adeguata ai detenuti”
- Cassino (Fr). Il Garante: “Sovraffollamento del 175%: no all’ottava branda nelle celle”











