di Allegra Ferrante
Corriere della Sera, 20 novembre 2025
Figlio unico di un notaio del centro, nipote di una delle famiglie storiche della borghesia milanese, ora è in cura psichiatrica. A maggio è stato incastrato da due minorenni che aveva istigato a rapinare un passante. Il coltello brilla un istante sotto i neon in via di Tocqueville. Non gli serve toccarlo. Ne misura la geometria: “Questo no. Te lo portano via alla prima perquisa”. Si muove con sicurezza. “È lui, il milanese”, lo annunciano. Filippo (nome di fantasia) è l’istruttore di un piccolo branco di maranza: li aggancia, li fa sentire scelti, li addestra a scippi e rapine. Ha vent’anni, studia Ingegneria gestionale al Politecnico, media del 28. Figlio unico di un notaio del centro, nipote di una delle famiglie storiche della borghesia milanese, quelle con il cognome inciso sulle targhe di ottone e sugli inviti della Triennale. “La psichiatra dice che sono un curatore della violenza altrui”. Il Corriere ha ascoltato il suo racconto.
di Federico Berni
Corriere della Sera, 20 novembre 2025
I magistrati: “Disumana indifferenza”. Il calcio, la palestra per rafforzare un fisico ancora mingherlino, la scuola. E quel vizio di “alzare le mani” e darsi pose da “maranza”, da “gente dei quartieri difficili”, che sembra stridere con il loro retroterra di ragazzi cresciuti giocando a “Fortnite” e frequentando l’oratorio estivo nella periferia tranquilla di Monza. Eppure sarebbero stati pronti a “colpire di nuovo”, dopo aver quasi ucciso un ragazzo poco più grande di loro, “indifferenti all’altrui sofferenza” secondo quanto emerso dalle ultime novità investigative. Chi li ha visti dopo che la polizia ha bussato a casa loro per eseguire un ordine di carcerazione per tentato omicidio, ha notato in alcuni di loro un’evidente vulnerabilità, pelle e ossa in tuta e ciabatte, lo sguardo basso.
di Mauro Covacich
Corriere della Sera, 20 novembre 2025
L’uscita di scena delle gemelle e le domande sulla vita che riguardano tutti. La scelta delle gemelle Kessler ci offre un dono a cui è difficile rinunciare, la possibilità di parlare di un vero tabù, il suicidio. A ben vedere, nel caso delle due signore quasi novantenni, non si tratta infatti di suicidio assistito, anche se tecnicamente viene definito così, bensì della decisione che Ellen e Alice hanno preso ritenendo di aver vissuto abbastanza e di potersi accordare una fine volontaria. Due donne sane, agiate e soddisfatte della lunga esistenza condotta fin lì. Niente a che vedere con le persone afflitte da una grave malattia che chiedono un fine vita dignitoso perché costrette a sofferenze inaudite, documentate da cartelle cliniche, oltre che dalle loro dichiarazioni disperate. Ma niente a che vedere nemmeno con chi compie il cosiddetto gesto estremo per una delusione amorosa, un senso profondo di fallimento, una grave depressione, o una più impalpabile inconciliabilità con la vita, inconciliabilità che magari con l’assistenza e le cure adeguate di uno psicoterapeuta si sarebbe potuta attenuare, se non proprio risolvere.
di Lorenzo D’Avack
Il Dubbio, 20 novembre 2025
Il loro caso mostra quanto sia urgente una legge in Italia. Le gemelle Alice ed Ellen Kessler hanno avuto, come trovo scritto, una vita meravigliosa nel mondo della danza e poi la loro storia diviene un “drammatico errore”, (Ansa) perché hanno deciso di restare unite nella “danza della morte”. Nulla, invece, di “drammatico”. Le gemelle Kessler insieme e nel rispetto delle condizioni della Corte costituzionale tedesca hanno voluto fare l’ultimo percorso della vita, essere pienamente consapevoli di quel tratto terminale che non poteva avvenire casualmente, ma di cui dovevano essere pienamente proprietarie.
di Marco Bresolin
La Stampa, 20 novembre 2025
Nicosia guiderà la presidenza dell’Unione da gennaio e punta a chiudere i negoziati sul Patto. Il ministro Ioannides: “Non basta pagare, l’onere dell’accoglienza va condiviso”. Parte tutto in salita il negoziato tra i governi Ue per mettere in pratica il piano della Commissione, che ha chiesto agli altri Stati membri di aiutare l’Italia, la Spagna, la Grecia e Cipro, vale a dire i Paesi che secondo Palazzo Berlaymont si trovano ad affrontare una pressione migratoria “spropositata”. Il primo incontro a livello tecnico tra gli esperti delle 27 capitali ha visto emergere una netta resistenza all’ipotesi di redistribuire i richiedenti asilo (almeno 30 mila) dai quattro Paesi mediterranei. E il muro non riguarda soltanto gli Stati Visegrad, che avevano manifestato pubblicamente la loro indisponibilità: nessuno, per il momento, ha offerto la disponibilità ad accogliere i richiedenti asilo che si trovano nei Paesi Ue più esposti ai flussi.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 20 novembre 2025
Il disegno di legge che vuole introdurre in Israele la pena di morte per i terroristi “che uccidono ebrei in quanto ebrei” con un’esecuzione prevista entro novanta giorni dalla condanna e senza alcuna possibilità di appello, segna un punto di non ritorno nella deriva autoritaria che sta attraversando lo Stato ebraico. È una rottura profonda con la cultura giuridica democratica nel suo complesso, che considera il diritto al ricorso un cardine irrinunciabile e una tutela minima contro l’arbitrio dello Stato. Il fatto che la misura sia promossa apertamente dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit e figura simbolo della nuova destra radicale israeliana, mostra la direzione politica verso cui si sta cercando di spingere il paese: una giustizia più rapida, più dura, meno verificabile, fondata su un’idea di sicurezza che prevale su quella di garanzia.
di Estefano Tamburrini
Avvenire, 20 novembre 2025
I numeri choc del Gruppo di lavoro Onu. Lia, bimba di un anno e due mesi, è nata per miracolo dopo aver patito - mentre in era in grembo - la prigionia della mamma, l’attivista cubana Lisdani Rodríguez Isaac, scarcerata in extemis, sotto libertà condizionata, dal regime ereditato da Miguel Díaz Canel. Lisdani, arrestata per presunti oltraggi e disordini pubblici, viveva una gravidanza a rischio causa “placenta previa”. Rimaneva però sotto condizioni detentive inadeguate, senza cure e sotto pressioni, anche se sottili, affinché abortisse, secondo l’ong Prisoners defenders. Lia però è nata sana, quando sua madre godeva già di libertà condizionata, detta Licencia extrapenal. Per poter restare fuori dalla cella Lisdani “esegue lavori forzati”, è “perennemente sorvegliata”, e “non può uscire dalla città”. La sorella, Lisdiani, anche lei attivista, nelle medesime condizioni. La loro Licencia è appesa a un filo, sotto costanti minacce di reclusione, e potrebbe essere revocata in qualsiasi momento. Quello di Lisdani è uno dei 93 casi di detenzioni arbitrarie registrati a Cuba dal 2019 al 2025 e denunciati dall’apposito Gruppo di lavoro istituito presso le Nazioni Unite, nelle Opinions 46/2025 e 57/2025, sottolineando la carenza di un “giusto processo”, oltre a “violazioni di diritti umani” e “reati di lesa umanità”, tra cui “torture”, “persecuzioni” e “sparizioni forzate”.
di Priscilla Rucco
L’Identità, 19 novembre 2025
Il carcere italiano non è solo sovraffollato: è totalmente lontano dal significato di umanità. Le celle sono piccole, condivise da più persone, con un tempo minimo all’aria aperta e un accesso ridotto alle attività. Secondo “Antigone”, nel 2024 la capienza regolamentare delle carceri italiane è di circa 51 mila posti, ma i detenuti sono oltre 61 mila. Una compressione che uccide e nemmeno troppo lentamente. I numeri dei suicidi sono in costante crescita, ma restano un dramma comunque inascoltato: 74 morti in meno di un anno, un dato mai così alto. In media, quasi uno ogni settimana. Eppure questi dati non fanno notizia, ma riempiono la cronaca. Le carceri non sono solo luoghi di detenzione, ma anche specchi che riflettono il nostro grado di in-civiltà. E se dentro le celle si muore così tanto, vuol dire che qualcosa nel sistema deve cambiare e anche rapidamente.
di Antonella Cortese*
Ristretti Orizzonti, 19 novembre 2025
Il mese di novembre si è annunciato burrascoso per le persone detenute delle carceri italiane. Ci avviciniamo a dicembre, il mese più lungo e disperante dell’anno per chi vive in detenzione pari quasi ai mesi estivi, in particolare al temuto caldo agosto. Normalmente durante le festività le associazioni, in accordo con la direzione del carcere, organizzano incontri, spettacoli, pranzi e cene anche stellate, colloqui, feste con le famiglie con l’obiettivo di stemperare la solitudine e il senso di abbandono che qualsiasi visitatore può percepire anche solo entrando in carcere per poche ore. Quest’anno ci avviciniamo alle feste natalizie con ancora più timori che qualcosa possa accadere tra chi vive nelle “camere di pernottamento” in quegli istituti penitenziari in cui sia presente l’AS, la sezione dell’Alta Sicurezza. La circolare che ha scosso le coscienze di chi conosce il carcere, delle persone che lo vivono direttamente, di coloro che lo frequentano a vario titolo (avvocati, volontari, personale interno, ministri di culto, ecc.) emanata il 21 ottobre e firmata dal direttore Ernesto Napolillo, centralizza le autorizzazioni allo svolgimento delle attività gestite da persone esterne al carcere adducendo ad una necessità di sistematizzazione e di controllo.
adnkronos.com, 19 novembre 2025
Assuefatto all’idea di una esistenza senza speranza. Youssef, marocchino di 43 anni, è morto a fine ottobre dopo aver inalato troppo gas nella sua cella nel cercare di Bollate. Le ipotesi sono due: che abbia voluto ‘farsi’, stordirsi, ma abbia esagerato, oppure che abbia cercato - con successo - di suicidarsi. In entrambi i casi, la sua storia rimanda alla mancanza di prospettiva che spesso accomuna chi vive recluso, raccontata dalla giornalista Francesca Ghezzani nel suo libro ‘Il silenzio dentro’: un’inchiesta costruttiva e non pietosa, realista ma non disfattista, della complessa situazione delle carceri italiane. Youssef, infatti, è solo uno dei tantissimi ‘episodi’ che attraversano le cronache, destinati a non lasciare traccia, né nell’opinione pubblica né sulle politiche dedicate ai penitenziari.
- Nordio: “Molti suicidi quando si sta per uscire”
- Sempre più giovani in carcere: “Colpa del decreto Caivano”
- Nelle carceri ci sono 26 bambini con le loro mamme. Il Garante: “Possibile non ci sia alternativa?”
- Separazione delle carriere: le ragioni del sì, le ragioni del no
- Un referendum tra le luci delle carriere separate e le ombre del sorteggio al Csm











