di Luna Casarotti*
napolimonitor.it, 24 gennaio 2026
Vittorio Rallo aveva trentadue anni. Fin da giovane è stato soggetto a una grave forma di tossicodipendenza che lo ha accompagnato per anni e che ha condizionato la sua vita. A causa della dipendenza ha commesso piccoli reati che nel tempo gli sono costati condanne anche molto pesanti. Più di quindici anni della sua vita li ha trascorsi in carcere, entrando e uscendo, senza mai riuscire a trovare una stabilità. Cinque anni fa era tornato in libertà dopo aver scontato sette anni consecutivi di detenzione, ma quella possibilità è durata solo tre mesi. Quando è rientrato in carcere, la sua salute mentale e fisica era diventata sempre più precaria.
di Biagio Salvati
Il Mattino, 24 gennaio 2026
Il poliziotto si scusa in udienza per la forza nella perquisizione del reparto Nilo del 2020. Un altro dei 105 agenti imputati nel maxi processo sui pestaggi - avvenuti ai danni di diversi detenuti nel penitenziario sammaritano nell’aprile del 2020 - fa ammenda e si scusa in aula per aver alzato qualche schiaffo in un momento concitato come quello della rivolta nel periodo della pandemia. Michele Vinciguerra, agente penitenziario in pensione sotto esame all’ultima udienza, ha ammesso di aver picchiato i detenuti, di aver ecceduto in alcuni momenti con l’uso della forza e di vergognarsene. “Il 6 aprile 2020 - racconta - misi in atto azioni di contenimento brutte nonché azioni di attacco pessime verso i detenuti. Non voglio giustificarmi. Datemi la punizione che merito”.
La Repubblica, 24 gennaio 2026
La testimonianza di un giovane detenuto del Minorile al processo a carico di 41 persone per i pestaggi e i maltrattamenti. “Uno mi ha preso la testa, ha iniziato a spaccarla contro il gabinetto (...) dopo dei pugni in faccia, calci dappertutto (..) dopo avermi trattato così mi hanno abbassato i pantaloni, mi hanno fatto una puntura, mi hanno ammanettato da dietro (...) tutto insanguinato, mi hanno lasciato così per terra, per quattro ore (...) nessuno mi dava retta, mi guardavano e andavano via come se fossi una cosa”.
ansa.it, 24 gennaio 2026
Realizzare un nuovo istituto penitenziario che “accolga correttamente le persone detenute” e “restituisca maggiore dignità al lavoro degli operatori penitenziari, anch’essi sofferenti di un ingiusto disagio”, e nelle more varare un “provvedimento clemenziale di amnistia (non di indulto) che determini il rilancio del sistema penitenziari”. È la necessità (e la proposta) rilevata dal Garante Regionale dei diritti persona, Enrico Sbriglia, definita al termine di una visita, in delegazione, nella Casa Circondariale “Ernesto Mari” di Trieste, dove sono state riscontrate forti criticità in “un sistema che rischia di collassare”.
di Francesco Petronzio
ilnuovogiornale.it, 24 gennaio 2026
Da sedici anni don Adamo Affri è cappellano del carcere di Piacenza. “C’è un grosso lavoro di supporto da mettere in atto, ma mancano le risorse umane per farlo”. I detenuti sono persone come noi, hanno una storia da raccontare e un bisogno di sentirsi accolti al di là del reato commesso. Solo così la speranza che è dentro di loro può rinascere. Lo sa bene don Adamo Affri, 56 anni, da sedici cappellano del carcere delle Novate. Membro della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, da pochi mesi collabora nel servizio pastorale nella Comunità pastorale 2 del Vicariato val d’Arda.
di Manuela Marziani
Il Giorno, 24 gennaio 2026
Sbloccati i protocolli d’inclusione, accordi per proporre ai reclusi attività culturali e di pubblica utilità. L’assessore all’Ambiente del Comune di Pavia: sistema al collasso, lo dimostrano anche le aggressioni. Non solo privazione della libertà, ma anche rieducazione che può avvenire attraverso varie attività da svolgere in carcere. Tecnicamente si chiamano “protocolli d’inclusione” che finalmente, per la casa circondariale di Pavia, sono stati sbloccati. Le convenzioni riguardano lo svolgimento di attività culturali, artistiche, di pubblica utilità e di cura degli animali, strumenti concreti e qualificanti per il percorso rieducativo dei detenuti, in linea con i principi costituzionali.
di Elisa Calamari
laprovinciacr.it, 24 gennaio 2026
In provincia oltre 1.400 persone seguite nel reinserimento nei primi 10 mesi dell’anno. Una delle principali strategie contro il sovraffollamento delle carceri, le recidive e le marginalità sociali è rappresentata dalle misure alternative alla detenzione, gestite dagli Uepe: Uffici per l’esecuzione penale esterna. Perseguono innanzitutto l’obiettivo di recupero e reinserimento sociale, come prevede la Costituzione italiana, e sono in aumento un po’ dovunque. A Cremona, stando ai dati diffusi dal Ministero della giustizia tramite il Siepe-Sistema informativo esecuzione penale esterna, al 15 ottobre scorso risultavano in carico all’Uepe 947 persone, di cui 835 uomini e 112 donne.
di Francesco Ramella*
Il Domani, 24 gennaio 2026
Dopo l’accoltellamento dello studente di La Spezia si torna a parlare di generazione delle lame e si invocano risposte dure. Si tratta di una narrazione semplice e rassicurante, ma profondamente fuorviante. I dati dicono che non c’è nessuna emergenza sulla violenza giovanile. Il problema tuttavia esiste e non va sottovalutato. Ma va affrontato con politiche adeguate. L’accoltellamento il 16 gennaio di Youssef Abanoub, studente diciottenne, da parte di un suo coetaneo all’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia ha riattivato quasi automaticamente un copione già visto. Da un lato il dibattito sul “disagio giovanile” e la cosiddetta generazione delle lame; dall’altro una reazione politica e mediatica che legge questi episodi come la prova di una deriva delle nuove generazioni e della necessità di risposte più dure e repressive.
di Vanna Iori
Avvenire, 24 gennaio 2026
Bullismo, cyberbullismo, aumento dell’abuso di sostanze e dei coltelli sono il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi, solitudini, fragilità non riconosciute. Abbiamo bisogno di recuperare una genitorialità diffusa. Nell’emergenza emotiva che si manifesta nei comportamenti adolescenziali e giovanili ci sono criticità sociali, relazionali, gesti di aggressività e di violenza riportati quotidianamente dalla cronaca. Siamo di fronte a una ferita collettiva, che interroga profondamente il mondo adulto. L’aggressività che esplode tra adolescenti non nasce nel vuoto. Bullismo, cyberbullismo, aumento dell’abuso di sostanze e dei coltelli sono il punto di arrivo di una lunga catena di silenzi, solitudini, fragilità non riconosciute che si traducono in gesti estremi, come quelli più recenti.
di Estefano Tamburrini
Il Fatto Quotidiano, 24 gennaio 2026
L’allarme delle ong. I parenti di chi è rimasto dietro le sbarre si sono accampati dinanzi a El Rodeo I, l’Helicoide, Boleíta e altri centri di detenzione. Secondo la Farnesina, sono 24 gli italiani in attesa di rilascio. I conti non tornano: la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato la scarcerazione di 406 prigionieri politici ma Ong come Foro Penal e altre fonti indipendenti registrano appena 167 scarcerazioni nel corso del 2026, inclusi gli italiani Alberto Trentini e Mario Burlò. Il rilascio più recente: Rafael Tudares, genero dell’ex-candidato presidenziale Edmundo González Urrutia. “È stata una lotta dura, lunga più di un anno”, dice la moglie, Mariana González, chiedendo “piena libertà” per suo marito. Tudares è quindi scarcerato, ma non libero: deve “astenersi di rilasciare dichiarazioni sui media o commenti sui Social”, si legge nell’ordine di scarcerazione. Era sicuramente il caso di Alberto Trentini, che è stato comunque messo a rischio con il video inviato dalla Farnesina al Tg1.
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