di Simone Innocenti
La Lettura - Corriere della Sera, 10 agosto 2025
Costruita dai Medici a Montelupo Fiorentino a fine Cinquecento, l’Ambrogiana versa in abbandono. Manca la firma del ministro perché entri nel circuito del museo diffuso: “la Lettura” l’ha visitata. Qui continuano a chiamarlo manicomio perché “avranno pure tolto la targa ma tanto noi altri siamo un po’ tutti matti”, dice Andrea Ragionieri che, nato da queste parti, porta avanti la tradizione bottegaia di famiglia. Qui è Montelupo e più precisamente Villa dell’Ambrogiana che il 7 febbraio 2017 ha smesso di essere “ospedale psichiatrico giudiziario” quando l’ultimo paziente ha lasciato la struttura di proprietà del Demanio.
di Vittorio Pelligra
Avvenire, 10 agosto 2025
Ci piace l’idea che il successo sia il riflesso del talento e della fatica, la giusta ricompensa per chi ha saputo impegnarsi. Ma quando le disparità crescono, il racconto vacilla. C’è un racconto che amiamo sentirci ripetere. Un racconto che accarezza il nostro orgoglio e ci solleva dal peso della sorte. È il mito del merito: l’idea che il successo sia il riflesso limpido del talento e della fatica, la giusta ricompensa per chi ha saputo impegnarsi, l’esito naturale di un gioco equo dove le regole valgono per tutti allo stesso modo. Questo racconto è radicato a fondo nelle società occidentali, ma con differenze significative. Negli Stati Uniti, per esempio, il mito fiorisce come un vero e proprio dogma laico: chi ha, ha meritato; chi non ha, non ha fatto abbastanza. Nell’Europa nordica, invece, il merito convive con un senso più ampio di giustizia: anche chi è caduto merita cura, e chi ha corso più veloce, spesso, lo può fare perché c’è qualcun altro che gli ha spianato la strada.
di Roberto Contessi*
Corriere della Sera, 10 agosto 2025
In realtà siamo fermi ai metodi del passato: lezioni, compiti, interrogazioni. La narrazione corrente attribuisce alla scuola progressista i pessimi risultati degli studenti. Ma la maggior parte dei docenti ancora oggi insegna come facevano i prof quando loro erano alunni. Più e più volte ritorna nella discussione intorno ai mali della scuola italiana, la tesi secondo la quale a partire dagli anni Sessanta e Settanta si sarebbe diffuso tra i docenti di ogni grado scolastico un metodo di insegnamento, definito “progressista”, che si sarebbe concentrato sulle attività pratiche più che su quelle teoriche. Fa parte di questa narrazione, la tesi secondo la quale le aule delle scuole elementari, medie e superiori si sarebbero riempite di maestri e docenti portatori del verbo di un prete toscano, Lorenzo Milani, e di uno studioso campano, Tullio De Mauro, che avrebbero indotto a trasformare l’istruzione in una diffusione di tecniche pratiche e di attività di apprendimento collettivo, con il risultato nefasto di abbassare le capacità astrattive dei ragazzi e tollerare comportamenti di ribellione, in una sorta di permissivismo e buonismo generalizzato. Se le cose stessero così, i sostenitori di questa tesi auspicano il ritorno di un apprendimento dagli aspetti teorici e astratti più spiccati, condotto, se possibile, attraverso la centralità delle ore di lezione svolte in classe, o, al massimo, in un laboratorio scolastico. Insomma, bisognerebbe mettere al bando i fronzoli di metodi di apprendimento partecipato (qualsiasi cosa questa espressione voglia dire), restituendo dignità al maestro o al professore in cattedra. In sostanza, il metodo aureo sarebbe: libro, appunti, spiegazione, studio a casa, interrogazione o verifica scritta. Agli eventuali studenti ribelli, oppure a disagio, bisogna applicare strumenti di contenzione: note disciplinari, uso del voto di condotta come strumento di controllo, prova orale obbligatoria all’Esame di Stato.
di Eleonora Camilli
La Stampa, 10 agosto 2025
Sui permessi di soggiorno la Questura di Torino si difende: “Da mesi adottate migliorie”. Il Viminale è pronto a fare appello contro la sentenza di Torino sui migranti: “Il contenuto è al vaglio, daremo mandato all’Avvocatura di Stato”. Parte l’effetto “emulazione”, pronti a fare ricorso collettivo anche in altre città. Come anticipato su La Stampa, il Tribunale civile del capoluogo piemontese ha condannato il Ministero dell’Interno per le code e le attese di chi vuole chiedere protezione internazionale: il giudice ha parlato di “prassi discriminatoria” e “condizioni mortificanti”, oltre che di “criteri” di ingressi agli sportelli “oscuri”.
di Caterina Stamin
La Stampa, 10 agosto 2025
Dopo la bocciatura del tribunale che ha definito “discriminatorie” le file davanti all’ufficio stranieri, Siulp, Siap e Fsp difendono la questura condannata. I sindacati di polizia reagiscono alla sentenza del Tribunale di Torino, che ha condannato la questura cittadina e il Ministero dell’Interno per la gestione delle cosiddette “code della vergogna” e delle procedure relative alle richieste di asilo e rinnovo dei permessi di soggiorno.
di Gianfranco Pasquino*
Il Domani, 10 agosto 2025
“Si vis pacem, para bellum”. Crediamo tutti di sapere che cosa significa questa frase latina. È il chiaro invito ad armarsi per rendere noto e evidente a tutti i potenziali aggressori che il nostro paese, pardon, la nostra nazione è pronta, forse non solo militarmente, a difendersi. Qualcuno pensa, a mio parere correttamente, che prepararsi alla guerra non voglia dire preparare la guerra, che la difesa richieda non solo armamenti, ma convinzioni, condivisioni e motivazioni, che, concretamente, più di quarant’anni (1946-1989) di preparazione alla guerra sul continente europeo abbiano garantito la pace. Certo, l’equilibrio del terrore fu il prodotto della (rin)corsa agli armamenti fra le due superpotenze: Usa e Urss, e anche della consapevolezza di entrambe che un bellum nucleare avrebbe significato il loro reciproco annientamento. Insomma, in qualche modo, prepararsi alla guerra in maniera visibile contribuì a mantenere la pace (almeno sul continente europeo). Che in materia di preparazione attiva e consapevole si possa scrivere molto altro è pacifico (sic), another time another place. Ma queste considerazioni mi paiono sufficienti a delineare in maniera non fumosa il problema e la soluzione che viene proposta.
di Pasquale de Sena
Avvenire, 10 agosto 2025
Dibattere sulla qualificazione dei massacri in corso non è inutile, ma neppure è sufficiente. Va ribadito che tali massacri restano comunque il frutto di crimini gravissimi. Divampa, da qualche giorno, essenzialmente sulle pagine di Repubblica, ma non solo, una discussione sulla questione se i massacri di civili, in corso a Gaza, siano qualificabili come genocidio. Tutti oramai conoscono le posizioni di Grossman e Segre. Posizioni contrastanti, a questo riguardo, ma sostanzialmente coincidenti nel derivare da un peculiare punto di vista; ossia, quello proprio della comune appartenenza al popolo ebraico di chi le ha espresse. Su di esse non voglio qui tornare, anche se, dinanzi all’enormità di quanto è già accaduto, e di quel che ancora si prospetta (con la ripresa annunciata dell’occupazione militare della striscia), forti perplessità si sono diffuse, nell’opinione pubblica, sull’”utilità” di questo dibattito.
di Davide Varì
Il Dubbio, 10 agosto 2025
La dichiarazione congiunta firmata dai ministri degli Esteri denuncia la “catastrofe umanitaria” nella Striscia. Al via la consegna degli aiuti italiani. Anche i ministri degli Esteri di Canada, Francia, Austria e Norvegia si sono uniti alla dichiarazione congiunta firmata da Italia, Australia, Germania, Nuova Zelanda e Regno Unito per respingere “fermamente la decisione del Gabinetto di Sicurezza israeliano dell’8 agosto di lanciare un’ulteriore operazione militare su larga scala a Gaza”. Al momento i Paesi che hanno aderito alla dichiarazione sono nove. Intanto è decollata questa mattina la seconda fase dell’iniziativa umanitaria ‘‘Solidarity Path Operation’’, missione della Difesa italiana volta alla realizzazione di un ponte aereo tra la Giordania e la Striscia di Gaza con l’obiettivo di garantire la consegna di aiuti umanitari vitali per la popolazione civile. Il primo aviolancio è stato effettuato oggi da velivoli militari italiani, carichi di generi di prima necessità destinati alle aree più isolate e difficilmente raggiungibili della Striscia.
di Eleonora Chioda
La Stampa, 10 agosto 2025
Nicolò Govoni, 32 anni, cresciuto a Cremona, bocciato due volte a scuola, vive in Kenya dove ha fondato la prima scuola al mondo certificata IB in una delle baraccopoli più difficili dell’Africa. Attivista, imprenditore sociale, fondatore di Still I Rise, Govoni ha costruito un modello educativo gratuito e d’eccellenza per i bambini più poveri. “Cambiare il mondo si può. Basta smettere di chiedere il permesso” dice. Ha fondato una scuola rivoluzionaria nel cuore di Mathare, una delle baraccopoli più difficili e sovraffollate dell’Africa, alla periferia di Nairobi, in Kenya. La prima scuola al mondo certificata IB (International Baccalaureate) nata in un contesto simile. Istruzione d’eccellenza che ovunque è privata e riservata a chi può pagare migliaia di dollari. Qui è gratuita e aperta a bambini profughi ed emarginati.
di Marina Corradi
Avvenire, 9 agosto 2025
Il suicidio in carcere di Stefano Argentino, che aveva ucciso Sara Campanella a marzo, contiene una cupezza straordinaria. Chi ne risponderà, se tutti sembrano aver già dimenticato? Scivola lentamente verso il basso sui siti dei quotidiani il suicidio in carcere di Stefano Argentino, assassino a marzo, a Messina, di Sara Campanella, 22 anni, studentessa di Medicina. Lui, innamorato non corrisposto, ne era ossessionato. 27 anni, da mesi era recluso a Messina. Evidentemente soggetto a rischio suicidio - proposito già espresso ai genitori la sera dell’omicidio -, era stato in regime di sorveglianza speciale. Poi, sembrando più tranquillo, Argentino era stato rimesso in cella con due compagni. Martedì alle cinque di sera è rimasto solo, e si è impiccato.
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