di Lorenzo D’Agostino
Il Manifesto, 10 luglio 2025
Da quando è entrato in Italia ad agosto 2018 sulla nave Diciotti, Mohammed Ezet Al Jezar ha conosciuto solo la detenzione. In tre forme diverse. La prima senza neanche una parvenza di legalità. Da quando è entrato in Italia ad agosto 2018 sulla nave Diciotti, Mohammed Ezet Al Jezar ha conosciuto solo la detenzione. In tre forme diverse. La prima senza neanche una parvenza di legalità: bloccato per nove giorni a bordo sull’unità della guardia costiera, con altri 177 naufraghi, per ordine dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. A marzo la Cassazione ha certificato che fu un atto di puro arbitrio, condannando lo Stato italiano a risarcire i migranti.
di Marco Bresolin e Ilario Lombardo
La Stampa, 10 luglio 2025
Il Governo italiano in allarme per i flussi di migranti dall’Egitto verso la Libia. Mentre il governo italiano punta apertamente il dito contro i diplomatici dell’Unione europea per il pasticcio di Bengasi e la Commissione risponde che “noi non partecipiamo alla scaricabarile perché si trattava di una missione organizzata congiuntamente”, le conseguenze del clamoroso “respingimento” da parte delle autorità libiche del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, dei colleghi greco e maltese e del commissario Magnus Brunner iniziano già a produrre i primi effetti sul fronte migratorio. Con l’Italia che teme una nuova ondata di sbarchi nei mesi estivi.
di Gigi Riva
Il Domani, 10 luglio 2025
L’11 luglio del 1995 la catena di comando al Palazzo di Vetro di New York non diede l’ordine di muovere l’aviazione per fermare i carri armati in marcia. Solo fuori tempo massimo i raid vennero autorizzati, i serbi erano già dentro la città. Da Srebrenica in poi l’Onu ha confermato la sua assoluta inconsistenza. L’irrilevanza a Gaza come in Ucraina è la coda di un processo irreversibile. Eppure il pianeta ha bisogno di un’Onu o di qualunque suo surrogato. In un luogo fuori rotta, tra montagne ricoperte da folti boschi, nelle case di un borgo bucolico dal nome antico che richiama fin dalla radice del nome, Srebrenica, i fasti perduti di una miniera d’argento (srebro) di epoca romana, si consumò definitivamente, trent’anni fa, l’11 luglio del 1995, la distruzione di un modo di stare al mondo come l’avevamo conosciuto. Chi scrive aveva appena consegnato all’editore un libro, scritto con Zlatko Dizdarevic, che avrebbe avuto come titolo L’Onu è morta a Sarajevo. Ci fu il tempo di aggiungere nel testo, prima che andasse in stampa, “ed è stata sepolta a Srebrenica”.
di Riccardo Noury*
Il Domani, 10 luglio 2025
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato l’11 luglio come giornata del ricordo, ma sarebbe stato più giusto definirla della vergogna verso chi andava protetto. Possono le parole “protezione” e “genocidio” stare in un’unica frase? Sì. Ci sono state nel modo più tragico trent’anni fa in Bosnia, in piena Europa. Sono unite, e lo resteranno per sempre nella memoria dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime, dal genocidio più veloce della storia: oltre 10.000 morti nel giro di una settimana, a partire dall’11 luglio 1995.
di Marco Colombo
Il Domani, 10 luglio 2025
Ma gli economisti difendono la relatrice Onu. In una lettera indirizzata all’Onu undici economisti internazionali, tra cui Thomas Piketty, Yanis Varoufakis e Nassim Taleb, si schierano a difesa della relatrice speciale sui territori palestinesi occupati, dopo gli attacchi di Usa e Israele che ne hanno chiesto la rimozione per aver denunciato le responsabilità di decine di aziende che traggono profitto dall’occupazione. “Sentiamo il bisogno di esprimere il nostro fermo sostegno a Francesca Albanese e di incoraggiare le Nazioni unite a respingere le insistenti richieste dei governi statunitense e israeliano”.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 10 luglio 2025
Una “persecuzione sistematica delle donne”. La Corte penale internazionale (CPI) ha spiccato per la prima volta due mandati di arresto contro due alti papaveri del regime dei talebani in Afghanistan, il leader politico del movimento Hibatullah Akhundzada e il presidente della Corte suprema Abdul Hakim Haqqani accusati di crimini contro l’umanità. I giudici dell’Aja ritengono che entrambi abbiano promosso, ordinato o incoraggiato atti di repressione contro le donne e le ragazze afghane. Oggi a Kabul le donne non possono frequentare la scuola secondaria, accedere all’università, esercitare un’attività professionale, passeggiare in un parco, andare in una palestra, in un bagno pubblico, in un salone di bellezza, recitare, cantare e persino recitare il Corano ad alta voce. Un dispositivo di segregazione totale e un “apartheid di genere” per impiegare le parole dell’Onu. Dal loro ritorno al potere nell’agosto 2021, i talebani hanno costruito un regime fondato su un’interpretazione inflessibile quanto artificiosa della legge islamica, imponendo divieti sempre più severi e punizioni feroci per chi trasgredisce, come la lapidazione nei casi di adulterio. le parole delle Nazioni Unite La Cpi documenta migliaia di episodi di privazione del diritto all’istruzione, di attentato alla privacy, alla libertà di movimento, di espressione, di pensiero, di coscienza e di religione, avvenuti tra il 2021 e il 2024.
di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 9 luglio 2025
Furono anni di violenza cieca, ma anche di forti ideali. Anni di terrore, come di speranze. E in quell’ampia stagione di riforme al centro ritornò il cittadino, compreso quello recluso, con la sua dignità. Dignità richiamata fin dalla prima frase del primo articolo dell’Ordinamento penitenziario, approvato il 26 luglio di cinquant’anni fa. Dignità che è più del divieto a trattamenti “degradanti”, per usare il lessico delle norme; è restituzione dei diritti fondamentali. E “dignità” nelle carceri è tornato ad evocare il Presidente della Repubblica, sollecitando “interventi urgenti e lungimiranti”.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 9 luglio 2025
Il 10 luglio a Roma una giornata di studi per denunciare l’emergenza penitenziaria. Al centro del dibattito: suicidi, mamme detenute, affettività negata e diritti costituzionali. Carceri affollate e condizioni di detenzione insostenibili. Con il problema più grande: dimenticarsi di chi è ospitato negli istituti penitenziari. A questi temi è dedicata la giornata di studi organizzata dall’Organismo congressuale forense. Appuntamento il 10 luglio a Roma, nella sede del Cnel di viale Lubin. La scelta dell’Ocf di organizzare un convegno presso il Cnel, per affrontare in modo strutturato l’emergenza carceraria italiana, nasce dalle considerazioni emerse in numerosi incontri pubblici e dalla necessità di dare risposte concrete a una situazione che si aggrava quotidianamente.
di Annachiara Valle
Famiglia Cristiana, 9 luglio 2025
Temperature insopportabili e sovraffollamento. Avvocati e magistrati chiedono di intervenire per difendere la salute dei condannati. Un giorno senza cibi solidi per tutelare la dignità di tutti. Un digiuno a staffetta per richiamare l’attenzione sulla situazione insopportabile patita dai detenuti nelle carceri italiane. Dopo la drammatica lettera dei giorni scorsi di Gianni Alemanno, ex ministro dell’Agricoltura dei governi Berlusconi ed ex sindaco di Roma, oggi agli arresti a Rebibbia, che denunciava le precarie condizioni dietro le sbarre, arriva l’iniziativa di avvocati e giudici che, in questo caldo torrido, mettono l’accento su come oggi “in Italia, si marcisce in galera”. Per farlo, dall’8 luglio e fino a metà agosto si alterneranno - e con loro chiunque voglia prendere parte alla proposta - rinunciando per un giorno a tutti i cibi solidi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 luglio 2025
Essere garantisti nel processo penale, ma spietati con i detenuti, significa solo non aver risolto l’anomalia del 1992. Ci siamo, giorno più giorno meno: la separazione delle carriere è vicina al primo giro di boa, a completare la prima navetta. Poi il secondo round da settembre, più svelto, quindi il referendum, se tutto fila liscio, a marzo o aprile 2026. Dopo 34 anni la politica si prenderà la rivincita. Non una vendetta per Mani pulite, ma un ritorno alla normalità, al Parlamento che rivendica il proprio primato sull’ordine giudiziario al punto da riformarlo, senza temere che la magistratura insorga o si vendichi. Perché nelle democrazie, nelle democrazie vere, ognuno sta al proprio posto ed esercita il proprio potere nei limiti e con l’ampiezza consentita dalla Costituzione.
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