di Lorenza Cerbini
Corriere della Sera, 15 ottobre 2025
La Compagnia della Fortezza di Armando Punzo indaga l’utopia del quotidiano, dove l’individuo diventa una folla in cammino. Tre anni di lavoro. Settantadue gli attori coinvolti. Ventiquattromila gli euro raccolti attraverso il crowdfunding e usati per finanziare le scenografie e i costumi del maestoso apparato visivo. Sono questi i numeri di “Cenerentola”, l’ultima proposta del regista Armando Punzo e della Compagnia della Fortezza. Il sipario si alza all’interno del cortile del carcere di Volterra dove il regista partenopeo, premio Leone d’Oro alla carriera, ha iniziato la sua avventura trentasette anni fa. La sua Cenerentola è una metafora come la protagonista della favola di Charles Perrault. “Cenerentola è l’utopia”, dice Punzo, “è colui/colei che ha scelto di non rimanere relegato/a in un angolo e con audacia riesce a coronare il suo obiettivo”. Cenerentola è l’esempio, il motore propulsore per scelte di vita proprie. “Mi rivolgo all’uomo - dice Punzo -. Vorrei si interrogasse. Le persone pensano non sia più possibile influire sulla realtà per cambiarla. Quale mondo stanno immaginando? Può esistere qualcosa di diverso dallo status quo?”.
regione.basilicata.it, 15 ottobre 2025
Nelle Case Circondariali di Basilicata e Puglia il progetto della Compagnia Teatrale Petra che trasforma il carcere da luogo di esclusione a spazio di cultura condivisa, di libertà espressiva e di dialogo tra chi vive “dentro” e chi entra da “fuori”. Portare il teatro, la danza e i linguaggi del contemporaneo nelle Case Circondariali, dove reale e virtuale si fondono alla ricerca di nuovi concetti di umanità: questa è la missione di In_Out. Libertà Aumentata, il progetto della Compagnia Teatrale Petra, che trasforma il carcere da luogo di esclusione a spazio di cultura condivisa, di libertà espressiva e di dialogo tra chi vive “dentro” e chi entra da “fuori”.
di Fabrizio Barca
Il Domani, 15 ottobre 2025
Sorprendersi per la forte partecipazione di giovani di ogni sorta, età e parte alle manifestazioni di vicinanza e di solidarietà col popolo palestinese è prova di una diffusa incomprensione. Quella di pensare che le nuove generazioni siano in grande misura indifferenti alle gravi iniquità del nostro tempo, ripiegate sulla propria vita e il proprio disagio e soprattutto avverse all’idea stessa che la “politica” sia la chiave del cambiamento. A provarlo, starebbe il loro assenteismo al voto superiore alla media, il giudizio particolarmente duro sui partiti, la caduta della loro partecipazione ad attività volontarie (particolarmente grave nella fascia 18-19 anni, dal 16,6 per cento al 6,5 per cento del totale fra 2015 e 2023, misura l’Istat), o anche il loro esodo imponente dall’Italia.
di Chiara Sgreccia
Il Domani, 15 ottobre 2025
A lanciare la protesta il Tavolo nazionale per la scuola democratica, un insieme di persone di tutto il Paese unite del rifiuto delle Nuove indicazioni nazionali 2025 e dalla voglia di costruire la partecipazione in classe. “Vogliamo una scuola che educhi alla libertà e alla cooperazione, una scuola contraria a ogni forma di nazionalismo e chiusura identitaria, una scuola che guardi al futuro”. A sostenerlo è il Tavolo nazionale per la scuola democratica. Un insieme di persone sparse in tutta l’Italia, docenti, studenti, genitori, educatori, sindacati e organizzazione del terzo settore che hanno deciso di unirsi per mostrare che è possibile costruire un sistema d’istruzione diverso da quello, autoritario e repressivo, che Giuseppe Valditara, il ministro dell’Istruzione e del merito, prova a imporre.
di Federico Cella
Corriere della Sera, 15 ottobre 2025
Terza tappa del progetto CampBus, a Milano: dopo Catania e Roma, nuovo appuntamento di educazione all’affettività. Mercoledì 15 ottobre, dalle ore 11, sarà possibile seguirlo sul sito del Corriere: un invito rivolto a studenti e studentesse, ai loro docenti e anche alle loro famiglie. A Catania, liceo classico (il Cutelli) c’era molta partecipazione, diversi ragazzi e ragazze si sono presentati con il libro Cara Giulia in mano, alcuni si sono commossi, molti hanno fatto domande a Gino Cecchettin. Una studentessa, la voce un po’ rotta dall’emozione, chiude: “Grazie per l’esempio che ci porta, la forza di darsi obiettivi per andare avanti, oltre il dolore e la rassegnazione. Ci spieghi come ha fatto, io ne ho bisogno, noi ne abbiamo bisogno”.
di Paola D’Amico
Corriere della Sera, 15 ottobre 2025
Dal 1990 ad oggi è più che raddoppiato il numero dei migranti in tutto il mondo (304 milioni) in fuga da conflitti e carestie. In Italia gli stranieri sono oltre 5,4 milioni (9,2% del totale), nel 2024 oltre 217 mila hanno ottenuto la cittadinanza. In aumento il disagio tra le giovani generazioni. In cinque lustri, dal 1990 all’inizio di quest’anno, il numero dei migranti internazionali è più che raddoppiato: da 153 a 304 milioni di persone, donne, uomini, adolescenti, bambine e bambini, hanno dovuto lasciare le terre dove sono nati in cerca di speranza.
di Marika Ikonomu
Il Domani, 15 ottobre 2025
“Il governo blocchi l’intesa”. Martedì in aula alla Camera si è discussa la mozione con cui Pd, Avs, +Europa e Iv chiedono al governo “a non procedere a nuovi rinnovi automatici”. Mercoledì il voto. Schlein: “Il nostro impegno a fermarlo sarà totale”. Ong: “Un accordo con cui i governi italiano ed europei hanno delegato i respingimenti alla guardia costiera libica”. Le opposizioni sono unite per dire “basta al memorandum Italia-Libia” sui flussi migratori, accordo firmato nel 2017 che si rinnoverà il prossimo 2 novembre. Unite o quasi, dopo che il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte si è sfilato da una mozione (la numero 1-00498) che è stata discussa martedì 14 ottobre in aula alla Camera e che verrà votata mercoledì. “C’è bisogno di una revisione seria”, ha detto il capogruppo M5s in commissione Esteri Francesco Silvestri, “se uno strumento non funziona, lo si cambia. Va aggiornato”.
di Albertina Sanchioni
Il Manifesto, 15 ottobre 2025
“Ribadiamo ancora una volta che questo accordo deve finire: le cicatrici sulla nostra pelle sono testimoni delle violenze della cosiddetta guardia costiera libica, finanziata dal governo italiano”. “Ribadiamo ancora una volta che questo accordo deve finire: le cicatrici sulla nostra pelle sono testimoni delle violenze della cosiddetta guardia costiera libica, finanziata dal governo italiano”. A parlare nella Sala Berlinguer della Camera è Hassan Zakariya, co-fondatore dell’associazione Refugees in Libya, oggi rifugiato in Canada. Si riferisce al memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 dall’allora governo Gentiloni. Partito Democratico, Avs, +Europa e Italia Viva - i partiti di opposizione a eccezione del Movimento 5 Stelle - voteranno oggi alla Camera una mozione che chiede lo stop agli accordi che hanno permesso al nostro governo di fornire armi e finanziamenti alla cosiddetta guardia costiera libica nei passati sette anni. Mancano poco più di due settimane al rinnovo automatico del patto: se al 2 novembre Roma o Tripoli non porranno modifiche o abrogazioni, si prolungherà per altri tre anni.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 15 ottobre 2025
Medio Oriente, nessuno combatte per sempre: un percorso inizia con il riconoscimento reciproco. Il precedente di Belfast. Gli “ismi” talvolta ci confondono. A fronte di tanti modi d’essere del pacifismo - nobile, ambiguo, perfino menzognero - c’è in fondo un solo modo per fare la pace. Il silenzio delle armi a Gaza e lo scambio tra ostaggi e detenuti, imposti da Donald Trump, appaiono primi passi preziosi e necessari ma non ancora sufficienti. In un articolo sul New York Times che potrebbe fare da bussola ai protagonisti del processo di guarigione in divenire nella Striscia, Megan Stack suggerisce una formula per la composizione di conflitti dall’apparenza irresolubili: perseveranza; dialogo con chi più si disprezza; costante pressione internazionale, soprattutto di marca Usa; preminenza della leva politica sulla soluzione militare, senza forzare per un disarmo immediato.
di Guido Salvini
Il Dubbio, 15 ottobre 2025
È stato il giorno della liberazione degli ostaggi a Gaza e con essa della tregua, non della pace. La storia degli ultimi due anni comporterebbe scrivere un libro, tanti sono i giudizi, le riflessioni e i sentimenti, anche contraddittori, che si sono accavallati in ciascuno di noi. Non basta un semplice articolo. Lascio quindi su questa storia coinvolgente qualche proposizione e riflessione sparsa in forma di promemoria, su parte delle quali molti possono non essere d’accordo ma possono usarle come punti di partenza per riflettere. Avere la consapevolezza che Hamas non concepisce la pace ma solo una tregua temporanea con gli infedeli che osano stare nelle terre dell’Islam. Così detta anche il Corano. La tregua serve per riorganizzarsi in silenzio prima di riprendere la Jihad. Ai fanatici in divisa verde e occhiali neri, che sembrano dei marziani cattivi, nei confronti dei quali il mondo progressista si è mostrato purtroppo sempre più indulgente, il messianesimo religioso che li abita non lascia spazio a ripensamenti. Israele deve essere cancellato con una lotta che non si pone limiti di tempo, irrorata dal sangue dei martiri. Questo significa, senza essere poi troppo pessimisti, che il conflitto ricomincerà quando i loro capi lo decideranno. Ricordare il popolo di Gaza e le sue vittime. L’ultima una bambina di nove anni di nome Rasil colpita quando la tregua era già iniziata. Nella consapevolezza che quel popolo è insieme schiavo e scudo umano ma anche sostenitore di Hamas, sarebbe ipocrita tacerlo. Senza libertà politiche, libertà di parola, libertà di stampa e di informazione, libertà religiosa non si formano una opinione pubblica e una società civile e mancando queste non si forma nemmeno una classe dirigente, una condizione senza la quale uno Stato non può esistere. Possono esserci solo bande di predoni al comando, in un territorio, di una massa indistinta di sudditi. Ricordare i quasi mille soldati dell’esercito di Israele caduti a Gaza per ridare la libertà ai loro connazionali. L’ultimo, il sergente Michael Nachmani, colpito da un cecchino e spirato anch’egli quando la tregua era già è stata firmata. Ricordare, non è un dettaglio, che in cambio dei 20 ostaggi israeliani sono stati liberati quasi 2000 detenuti palestinesi tra cui molti condannati all’ergastolo per decine di omicidi e altri delitti efferati contro civili. Dopo il massacro del 7 ottobre è un’altra estorsione, consumata con successo. In questo scambio, simile per rapporto numerico ad altri del passato, è contenuta però una verità paradossale: la vita di un cittadino israeliano vale quella 200 palestinesi e non c’è per i terroristi di Hamas da farne gran vanto. Ricordare i morti “altri”, le quasi mezzo milione di vittime della guerra civile in Siria e i civili morti e che continuano a morire in Sudan, non meno che a Gaza, e il numero enorme di rifugiati che sta provocando ancora il conflitto tra le fazioni in quel paese. I morti in Sudan non sono mai stati sulle prime pagine dei giornali perché non hanno fatturato “politico”, non si possono attribuire ai propri avversari ideologici, quindi non servono. Ricordare che anche in Ucraina sono morti e continuano a morire migliaia di civili ma non sono una bandiera colorata nelle strade. Le pagine dei giornali sulla guerra in quel paese non le legge quasi nessuno.
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