di Angela Stella
L’Unità, 19 giugno 2025
Nelle immagini un uomo inseguito dagli agenti. Interrogazioni di Avs e Pd, Serracchiani: “Condizioni estreme, il centro va chiuso”. Un uomo che corre disperato tra le celle del Cpr (Centro di permanenza per i rimpatri) di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), addosso solo un paio di slip azzurri, viene rincorso da agenti di polizia in tenuta antisommossa, lo raggiungono con i manganelli in mano, lo circondano e lo strattonano, poi di peso lo portano in una stanza attigua. Per la rete No Cpr - che ha diffuso video e immagini filtrati dal centro di detenzione amministrativa friulano - lo straniero sarebbe stato vittima di un pestaggio.
di isabella de silvestro
Il Domani, 19 giugno 2025
Autolesionismo, proteste, tentativi di suicidio. Almeno 45 episodi da quando il centro è entrato in funzione. Incrociando alcuni dati, si può stimare che il Cpr albanese abbia ospitato circa 80 persone negli ultimi mesi. Ma dati ufficiali non esistono e neppure i parlamentari possono averli. C’è un dettaglio ricorrente nelle testimonianze di chi ha visitato il centro per il rimpatrio di Gjader, in Albania: la domanda “che giorno è?” seguita, subito dopo, da “che ore sono?”.
di Vincenzo Imperitura
Il Dubbio, 19 giugno 2025
Stessa traversata, stesso reato contestato, ma verdetti opposti per Amir Babai e Marjan Jamali nel processo di Locri. Il racconto di una giustizia “salomonica”. Amir e Jamala: due storie simili, due posizioni processuali praticamente identiche, due destini diversi. Almeno in primo grado. È finito infatti con una sentenza “salomonica” il processo ai due presunti scafisti di uno dei tanti viaggi della speranza sulla rotta turca. I giudici del tribunale di Locri, al termine di un processo infinito e condito da numerose polemiche, hanno infatti disposto una condanna a sei anni di reclusione più una multa da 1,5 milioni di euro nei confronti di Amir Babai per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina mentre hanno assolto Marjan Jamali, giovane madre single arrivata in Italia assieme al suo bambino di otto anni, che rispondeva dell’identico reato e che in quell’aula di tribunale ci era finita, proprio come Amir, a causa della testimonianza di tre passeggeri, poi svaniti nel nulla.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 19 giugno 2025
I giudici ribadiscono: i libici non possono essere considerati autorità Sar, la Libia non è un porto sicuro. La Corte d’appello di Catanzaro dà un’altra mazzata alla legge anti-ong firmata Piantedosi. Confermando l’impianto della sentenza di primo grado, da un lato smonta le accuse mosse dal Viminale alla ong Humanity e dall’altro ribadisce che i libici non possono essere considerati autorità che partecipa legittimamente ai soccorsi. “Rispetto ad altre sentenze la Corte aggiunge che tale dato vale a prescindere dalle condotte concrete, dunque a prescindere dall’uso della violenza come nel caso in questione. Perché la Libia non può mai essere considerata un luogo sicuro di sbarco”, spiega Giulia Crescini, legale della ong.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 19 giugno 2025
Bush jr. aveva mentito alle Nazioni Unite Putin e Netanyahu invece le ignorano. Dalla notte dell’attacco israeliano fioccano sui social e nei talk show i paragoni con la spedizione contro l’Iraq del 2003, giustificata allora da inesistenti “armi di distruzione di massa” che sarebbero state in possesso del dittatore iracheno Saddam Hussein. Allo stesso modo Israele, gli Usa e l’Europa impugnano il progresso dell’Iran nella costruzione della bomba atomica, che sarebbe stata a un passo, per legittimare l’attacco di Israele.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 19 giugno 2025
Il prof. Giuseppe Paccione analizza lo jus ad bellum e spiega perché la Carta dell’Onu resta il pilastro dei rapporti tra Stati. Nella guerra tra Israele e Iran il diritto internazionale è morto? È una domanda che tanti giuristi si stanno facendo in questi giorni. Il dibattito sulla violazione delle norme internazionali che regolano i rapporti tra le nazioni è stato affossato dalle analisi di opinionisti, esperti di geopolitica e generali a riposo. Eppure, senza diritto neanche la geopolitica potrebbe esistere e reggersi su solide fondamenta. Ne è convinto Giuseppe Paccione, professore di Diritto internazionale umanitario dell’Università “N. Cusano”.
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 19 giugno 2025
Per schiacciare le rivolte del movimento “Donna vita e libertà” il regime ha moltiplicato arresti, condanne ed esecuzioni capitali: le denunce dell’Onu. Il 16 settembre 2022 è una data spartiacque per l’Iran. Quasi tre anni fa veniva uccisa a Teheran Mahsa Amini. La ventiduenne di origini curde è stata picchiata a morte dalle Guardie della moralità. La sua colpa? Avere una ciocca di capelli fuori posto, non coperta dal velo. Da quel giorno gli iraniani hanno iniziato a protestare, rischiando tutti i giorni il carcere e la pena di morte. La loro voce si è alzata nel nome di Mahsa, che potremmo definire sinonimo di libertà, diritti, democrazia.
di Dalia Ismail*
Il Fatto Quotidiano, 19 giugno 2025
In Italia, l’adesione al movimento Donne, Vita, Libertà è stata rapida, visibile, unanime. Celebrità, influencer, politici e media hanno amplificato slogan, condiviso post, organizzato eventi. Ma mentre in Iran si pagava con la vita, qui si raccoglievano applausi. Nessuno rischiava nulla. Anzi, sostenere quella battaglia era perfettamente compatibile con gli interessi del nostro Paese, utile a rafforzare la narrazione “giusta” del mondo: noi, paladini dei diritti; loro, il regime da abbattere. Eppure oggi, di fronte all’aggressione israeliana contro l’Iran, molti di quegli stessi nomi tacciono. Oppure parlano in modo ambiguo, cercando un equilibrio impossibile tra due lati che non sono equivalenti. Alcuni danno la colpa “a entrambi”, altri evitano il tema, altri ancora si schierano apertamente con Israele. Nessuno, o quasi, ha ricordato che anche in questo caso esiste un diritto internazionale, che un Paese aggredito - l’Iran - ha diritto alla difesa. Le stesse voci che ieri si proclamavano solidali con le donne iraniane oggi non osano nemmeno pronunciare la parola “illegalità” a proposito dei bombardamenti israeliani.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 giugno 2025
Una fotografia impietosa quella tracciata dal vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, ospite a Start su Sky Tg24. “Il sovraffollamento è drammatico: ci sono detenuti che vivono in 3 metri quadri”, ha denunciato, richiamando l’attenzione sulla stretta relazione fra politica giudiziaria e condizioni nelle carceri. Dalle sue parole emerge un invito al dialogo fra forze politiche: “Si può ragionare insieme, senza divisioni”, con l’impulso sottolineato anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Pinelli ha voluto smorzare ciò che considererebbe un falso mito: “È difficile dire che nuovi reati portino automaticamente al sovraffollamento”, ma nel contempo ha comunque riconosciuto l’equazione astratta tra stretta sulle pene e crescita dei detenuti.
di Angela Stella
L’Unità, 18 giugno 2025
Intervista al presidente di Antigone. Il sovraffollamento drammatico, le condizioni igieniche carenti e ad aggiungersi il caldo che rende ancora più insopportabili le condizioni di vita nelle prigioni italiane. Ed ecco che da nord a sud scoppia la protesta: Spoleto, Terni, Como, Aosta, Trapani. “II quadro entro cui queste proteste avvengono è un quadro disperato e disperante, che noi abbiamo raccontato nel recente rapporto, intitolato non a caso Senza respiro”, commenta il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, intervistato dall’Unità.
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