di Mario Di Vito
Il Manifesto, 27 febbraio 2025
Al Csm la destra spacca il plenum davanti a Mattarella. Che poi parla di “irrinunciabile indipendenza”. Gaeta nuovo pg della Cassazione. Oggi incontri e manifestazioni in tutta l’Italia. Una vigilia agitata per lo sciopero dei magistrati che andrà in scena oggi: l’elezione del nuovo procuratore generale della Cassazione al plenum del Csm presieduto dal presidente Mattarella è stata particolarmente complicata. Prima di tutto perché non si è arrivati a una decisione unitaria come auspicato dal Colle, e poi perché la spaccatura non è stata generata solo dai laici di destra, ma anche da quattro dei sette consiglieri di Magistratura indipendente. E così se i numeri del vincitore annunciato Pietro Gaeta sono notevoli (20 voti), quelli dello sfidante Pasquale Fimiani sono stati migliori del preventivato (9). Il vicepresidente Fabio Pinelli, come da prassi, si è astenuto. “Non c’è dubbio che Gaeta avesse molti più titoli di Fimiani - spiega al manifesto un togato che nota la divisione interna ma pensa che non vada enfatizzata troppo -, comunque parliamo di due figure di altissimo profilo”.
di Simona Musco
Il Dubbio, 27 febbraio 2025
Ancora divisioni interne alla magistratura in vista dello sciopero di oggi contro la separazione delle carriere. E i penalisti criticano il sindacato. “Noi magistrati componenti del Consiglio superiore della magistratura manifestiamo l’adesione alle ragioni dello sciopero dell’Associazione Nazionale Magistrati. Invero si tratta di uno sciopero che la magistratura associata ha indetto non per tutelare interessi di categoria, ma per porre con forza all’attenzione dell’opinione pubblica il tema della garanzia dell’autonomia e indipendenza dell’ordine giudiziario e, dunque, della tutela dei diritti di tutti”. Con queste parole, 19 consiglieri togati su 20 di Palazzo Bachelet aderiscono, idealmente, alla protesta indetta dall’Anm contro la separazione delle carriere.
di Stefano Musolino e Giovanni Zaccaro*
Il Manifesto, 27 febbraio 2025
Sciopero dei magistrati. Decine di incontri con la cittadinanza organizzati per spiegare che la riforma Nordio non renderà i processi più veloci o le decisioni più giuste, ma separerà i pubblici ministeri dal potere giudiziario, con il pericolo che vengano attratti nella sfera di influenza del potere esecutivo. Lo sciopero è vissuto dai magistrati come una specie di tradimento della loro essenza. Abituati come sono a rendere il loro servizio, nonostante le pessime condizioni di lavoro e anzi supplendo all’inefficienza e all’inadeguatezza delle strutture che il ministero della giustizia dovrebbe garantire, scioperano mal volentieri. E, infatti, non protestano per difendere privilegi, né per chiedere migliori condizioni di lavoro, nonostante ce ne sia un gran bisogno. Piuttosto, scioperano per tutelare il diritto dei cittadini ad avere giudici e pubblici ministeri autonomi e indipendenti, all’interno di quell’assetto di delicati equilibri istituzionali che la Costituzione ha previsto e che la riforma Nordio vorrebbe destrutturare.
di Oliviero Mazza
Il Dubbio, 27 febbraio 2025
È indiscutibile l’elevato tasso di democraticità della riforma, ben lontana dai cupi fantasmi illiberali evocati anche nelle ragioni dell’Astensione. Il dibattito sulla riforma costituzionale della separazione degli ordinamenti si intensifica e si inasprisce proprio in vista dello sciopero nazionale dei magistrati, fatto, quest’ultimo, di per sé indicativo di un’obiettiva patologia. In una democrazia compiuta non può essere ritenuto fisiologico che l’ordine giudiziario si sollevi contro la volontà espressa dal Parlamento e, prima ancora, dal popolo sovrano nel momento elettorale. Non va dimenticato, a titolo di premessa, che la separazione delle carriere non è stata solo oggetto di una legge di iniziativa popolare, promossa da Ucpi e sostenuta da oltre 72.000 firme di cittadini, ma era parte integrante e qualificante dei programmi sui quali l’attuale maggioranza parlamentare ha ottenuto un largo consenso elettorale e, addirittura, dei programmi di alcuni importanti partiti dell’opposizione.
di Tullio Padovani*
L’Unità, 27 febbraio 2025
La protesta dell’Anm di oggi è diretta a contrastare la riforma della giustizia. Ma per la Consulta non si può ostacolare il libero esercizio di un potere legittimo. L’art. 40 della Costituzione garantisce a tutti - come è noto - il diritto di sciopero secondo le leggi che ne regolano l’esercizio: tutti, compresi ovviamente i magistrati, che legittimamente possono astenersi dal prestare la propria opera per le più diverse rivendicazioni, al pari di qualsiasi altro lavoratore. Ma, al pari di qualsiasi altro lavoratore, non proprio per tutte le rivendicazioni. In proposito, occorre ricordare che, quando la falcidia della Corte costituzionale calò sul cespuglio dei delitti di sciopero a suo tempo inseriti nel codice Rocco, la potatura non fu integrale; in particolare, non lo fu nel caso dell’art. 504 c.p., che contempla la “coazione alla pubblica autorità mediante serrata o sciopero”.
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 27 febbraio 2025
La ragione dello sciopero dei magistrati: “L’Anm esprime un giudizio fortemente negativo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario che non è una riforma della giustizia, che non sarà né più veloce né più giusta, ma una riforma della magistratura che produrrà solo effetti negativi per i cittadini”. L’astensione è disciplinata dal Codice di autoregolamentazione adottato dall’Associazione Nazionale Magistrati e approvato dalla Commissione di garanzia. I magistrati hanno dettato in questo Codice un catalogo molto ampio dei “servizi essenziali” da salvaguardare. Per di più: “In ogni caso l’Anm invita tutti i magistrati ad attuare l’astensione non solo salvaguardando i servizi essenziali, ma adoperandosi inoltre per ridurre al minimo i disagi per i cittadini”. Gli “scioperi” proclamati dall’Anm negli ultimi cinquant’anni si contano sulle dita di una mano.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 27 febbraio 2025
I giudici civili hanno sancito la corresponsabilità dell’apparato penitenziario, condannando il ministero della Giustizia a risarcire madre e vedova di un ragazzo tossicodipendente deceduto a Regina Coeli. Ventidue anni per avere giustizia. Lo Stato ha il dovere di garantire la tutela della vita delle persone che tiene chiuse in carcere, anche di quelle che in cella riescono a procurarsi sostanze stupefacenti e si espongono a rischi. E se non lo fa, e la droga arriva in cella e uccide, deve risarcire chi perde un figlio o un marito. Sembra un principio sacrosanto, scontato, declinato concretamente in automatico. Ma la Cassazione lo ha dovuto ribadire, chiudendo un caso dopo più di 22 anni, per dare giustizia e ristoro economico ad una madre e una vedova.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2025
L’amministrazione penitenziaria e il giudice di sorveglianza investito del reclamo devono appurare la sussistenza di un diritto fondamentale della persona e valutare se ragioni di sicurezza ne giustifichino la compressione. Negare al detenuto al 41-bis di poter avere una pianola e materiale per dedicarsi all’apprendimento della musica viola il suo diritto allo studio se il possesso dello strumento non lede diritti riconosciuti all’amministrazione penitenziaria e quindi il diniego risulta ingiustificato. A fronte di una simile richiesta da parte della persona internata in carcere, l’amministrazione penitenziaria prima e il magistrato di sorveglianza poi in caso di reclamo del richiedente si devono chiedere se il detenuto stia agendo al fine di vedersi riconosciuto un diritto soggettivo e se vi siano interessi contrapposti meritevoli di tutela e operare una comparazione tra essi per decidere.
di Sara Gatti
gaeta.it, 27 febbraio 2025
La Camera penale del Piemonte occidentale lancia un appello urgente per affrontare la crisi della salute mentale nelle carceri italiane, evidenziando l’allarmante aumento dei suicidi tra i detenuti. La salute mentale nelle carceri sta diventando un argomento sempre più urgente di discussione in Italia, dopo un altro tragico episodio che ha colpito il sistema penitenziario del Paese. La Camera penale del Piemonte occidentale ha alzato la voce, sottolineando che fermare i suicidi nelle carceri deve diventare una priorità per chi governa. Arrivando al quindicesimo suicidio dall’inizio dell’anno, i penalisti torinesi hanno deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione, e hanno affisso un manifesto significativo presso il Palazzo di giustizia di Torino. La società civile e le istituzioni non possono più ignorare questa drammatica situazione.
di Francesca Morandi
Corriere della Sera, 27 febbraio 2025
Aveva 40 anni ed era originario di un paese della Bergamasca il detenuto che due giorni fa si è tolto la vita nel carcere di Cremona, il secondo suicidio a Cà del Ferro dall’agosto di un anno fa, il 13esimo dall’inizio dell’anno nei penitenziari italiani. Il quarantenne si è impiccato in una cella della sezione colloqui, probabilmente mentre era in attesa di parlare con il comandante della Polizia penitenziaria. Accusato di violenza sessuale, alcuni mesi fa dal carcere di via Gleno era stato trasferito a Cremona nella sezione “protetti”, quella in cui si trovano le persone accusate di reati di quella tipologia. Condivideva la cella con altro un detenuto bergamasco.
- Viterbo. Il Garante regionale dei detenuti: “Sharaf aveva paura di morire”
- Ivrea (To). Consiglio comunale in carcere: farsa e rivolta
- Firenze. Sollicciano, ancora polemiche. Il Garante attacca la politica: “Il carcere non porta voti”
- Venezia. “Nel carcere della Giudecca abbiamo visto bambini, sovraffollamento e carenze”
- Cagliari. Ospedale Santissima Trinità, dopo 15 anni apre il reparto per i detenuti











