varesenews.it, 10 novembre 2024
A Glocal un approfondimento su carcere e media con Susanna Ripamonti e don David Maria Riboldi. Stiamo facendo bene il nostro lavoro? Diamo al nostro lettore una informazione precisa sul mondo del carcere, puntando i riflettori sui problemi delle strutture carcerarie e le condizioni di vita dei detenuti? I relatori del panel “Fuori e dentro le sbarre, la narrazione del carcere”, intervenuti sabato 9 novembre a Glocal, il Festival del giornalismo di VareseNews, hanno risposto di no. Susanna Ripamonti, direttice di “Carte Bollate” - rivista del carcere di Bollate scritta dai detenuti - e Don David Maria Riboldi, cappellano del carcere di Busto Arsizio e fondatore della onlus La Valle di Ezechiele, hanno dialogato con la giornalista di VareseNews Santina Buscemi, approfondendo proprio questi temi.
di Daniela Solito
La Repubblica, 10 novembre 2024
Un premio per l’impegno nel difendere i diritti civili e nell’offrire alle persone detenute opportunità di reinserimento nella società, con un’attenzione particolare al mondo della detenzione femminile. Per questi motivi la Fondazione Severino, organizzazione no profit che offre supporto a persone svantaggiate e principalmente a detenuti, è stata premiata con il riconoscimento ‘Be the hope - RFK Human Rights Italia Awards 2024’, durante la serata che si è svolta ieri a Milano, presso ‘La Pelota’ di Brera.
di Roberta Amoruso
Il Messaggero, 10 novembre 2024
La presidente della Fondazione premiata agli RFK Human Rights Italia Awards: “Siamo in prima linea nel sostegno soprattutto alle donne strappate alla famiglia”. Professoressa Paola Severino, il premio “Be the hope - RFK Human Rights Italia Awards 2024” appena ricevuto da Kerry Kennedy, presidente onoraria della Robert F. Kennedy Human Rights Italia, è un riconoscimento prestigioso dell’impegno nella difesa dei diritti civili profuso dalla Fondazione Severino da lei presieduta. Poter tendere la mano a un detenuto deve essere però un premio quotidiano. Com’è nata l’idea della Fondazione.
di Diego De Silva
La Stampa, 10 novembre 2024
Giovani armati e pronti a sfidare chi li affronta. È una cultura mafiosa vecchia e ridicola ma difficile da estirpare che sporca una delle città più belle del mondo. Penalisticamente parlando, la futilità o l’abiezione di un motivo è un’aggravante. La parificazione delle due categorie serve alla legge per definire inequivocabilmente la gravità di un atto doloso (cioè compiuto con l’intenzione di nuocere) e dunque sanzionarlo con una pena maggiorata. A ben vedere, però, fra un motivo futile e uno abietto c’è una differenza non da poco. Se stupro e poi uccido per soddisfare una perversione, il motivo che fonda l’omicidio è sicuramente abietto, perché mescola morale e crudeltà (il piacere venuto dall’infliggere una sofferenza). Anche se stupro e poi uccido per assicurarmi che la vittima non mi denunci sono mosso da un motivo abietto (quello di garantirmi l’impunità), che non ha una connotazione patologica ma bassamente egoistica, e tuttavia la legge assoggetta alla stessa riprovazione, utilizzando una definizione estesa.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 10 novembre 2024
Giovanissimi ossessionati dall’aspetto fisico e dai gioielli diventano criminali: tre vittime in 17 giorni. La Camorra lascia fare, tutto le torna utile. Servono scuole sempre aperte e insegnanti che diventino maestri di strada. Emanuele ammazzato il 24 ottobre, Santo ammazzato il 2 novembre, Arcangelo ammazzato il 9 novembre. Emanuele aveva 15 anni, Santo 19, Arcangelo 18. È questa l’età in cui si muore ammazzati. Non vi stupisce il silenzio del governo? Del governo comunale, regionale, nazionale? Non mi stupisce, la risposta del resto quale dovrebbe essere, la solita: “Più polizia, più posti di blocco”.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 10 novembre 2024
Nell’esprimere solidarietà alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente ungherese Viktor Orban ha dichiarato che non si può lasciare che i giudici decidano la politica migratoria dello Stato. E si è riferito in particolare alla Corte di giustizia dell’Unione europea, della quale una recente sentenza è stata posta a base di alcune decisioni dei giudici italiani. Si trattava della convalida del trattenimento di migranti per essere oggetto di una procedura semplificata di esame della richiesta di protezione internazionale, sul presupposto che provengono da Paesi sicuri. Se la procedura semplificata (un po’ alla svelta?) si conclude nel senso dell’esclusione del migrante dalla protezione che richiede, esso può essere espulso. La novità della restrizione nei centri in Albania riguarda l’applicazione della procedura semplificata riservata a migranti provenienti da Paesi dichiarati sicuri: se tali non fossero, sarebbe illegittima la “procedura albanese”.
Tra i migranti salvati dalla Life Support. “La deportazione in Albania? Mi spaventa meno di al Sisi”
di Chiara Sgreccia
Il Domani, 10 novembre 2024
A bordo dell’imbarcazione della ong fondata da Gino Strada, i racconti dei migranti scappati dall’Egitto. L’effetto deterrente del cpr voluto da Meloni sembra nullo: “Siamo disposti a tutto pur di avere una vita”. Amir, Fakhir, Hassan, Ibrahim e Farid siedono in cerchio. Scalzi per non sporcare le coperte ignifughe color cammello che riempiono il pavimento della “shelter area”, la zona della nave di Emergency, la Life Support, dedicata all’accoglienza delle persone salvate in mare. Sono 72 quelle soccorse durante la 25ª missione, mentre la nave dell’organizzazione fondata trent’anni fa da Gino Strada si dirige verso il porto di Livorno, il luogo sicuro di sbarco assegnato dalle autorità italiane. A quasi quattro giorni di navigazione dalle coordinate dei due salvataggi, avvenuti nelle acque Sar maltesi il 31 ottobre.
di Luca Bottura
La Stampa, 10 novembre 2024
Tra chi minimizza la portata degli scontri di Amsterdam, quelli che Netanyahu ha definito un Pogrom, qualcuno li derubrica a una “questione tra ultras”. Ma c’è un problema: è vero. E ce n’è un altro: constatarlo, non significa minimizzare. Perché gli ultras, nello specifico, non erano lì a menarsi. Spiego. In rete girano diversi video dell’accaduto. Alcuni documentano le provocazioni dei tifosi israeliani, i cori a favore della strage di bambini, le bandiere palestinesi strappate. Altri, la caccia all’uomo che ne è seguita, di cui non possiamo identificare con certezza un rapporto causa-effetto. Gli ebrei sono sempre stati un nemico comodissimo, non è dato sapere se la gazzarra innescata dal pallone figliasse dalla cronaca di Israele o dalla Storia, infinita, dell’antisemitismo.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 10 novembre 2024
Laboratori per i giovani, Talent campus per futuri ingegneri, patto con Unicef fino al 2030. Qual è il futuro di un bambino che nasce in un Paese con 180mila morti ammazzati negli ultimi cinque anni, senza essere in guerra? Dipende. Siamo in Messico. Il piccolo Carlos fa le elementari e non risponde a domande noiose tipo quanti anni ha: sta dipingendo una macchinina coi suoi acquerelli e nessuno è concentrato quanto un bambino che gioca. In un’aula accanto c’è Valentina, poco più grande, che illustra il test con cui lei e il suo gruppo hanno confrontato l’aderenza di un modellino su differenti superfici. Uno dei suoi compagni ha appena accompagnato alla chitarra (“sì, con la dodici corde ho iniziato qui”) un coro di giovanissimi in una canzone sull’amicizia. Forse un giorno saranno anche loro come Nancy Hernandez che oggi di anni ne ha 21 e con una borsa di studio in ingegneria dei materiali ha inventato un affarino di gomma - semplicissimo, ma è facile dirlo dopo - per velocizzare di alcuni secondi l’assemblaggio di un motore: se vi paiono pochi moltiplicateli per le 450 auto al giorno prodotte nell’impianto in cui quell’aggeggio è stato poi adottato, tra 700 robot che fan volteggiare intere scocche come foulard, e capirete che la faccia fiera di Nancy qualche ragione ce l’ha.
di Giovanni Maria Flick
Il Dubbio, 9 novembre 2024
Questo disegno di legge si giudica prima di tutto dal vestito. Dalla complessità e dalla disorganicità. Dalla mancanza di una relazione introduttiva, quasi come se fosse la vergogna di riassumere quello che è contenuto nel disegno di legge. Che poi si snoda in tutta una elencazione di novità. Il disegno di legge non tocca nulla per quanto riguarda depenalizzazione e interventi migliorativi per rendere il carcere più umano. In questo senso è fondamentale il discorso del dovere di contenere la violenza, che purtroppo diventa l’unica via di fuga a un certo momento da questa realtà per chi vi è costretto, senza violare la dignità e l’integrità della persona. E senza un discorso di proporzione, un discorso cioè vendicativo a carattere collettivo rispetto a ciò che capita nel carcere. La risposta penale alla resistenza passiva non risolve, certamente, il sovraffollamento. Di fatto, cancella ogni possibile riferimento a un trattamento individuale e alla libertà di disobbedienza civile, che è uno dei residui di libertà fondamentale che rimane anche nel carcere.
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