di Chiara Sgreccia
Il Domani, 11 novembre 2024
A un anno dal femminicidio della 22enne di Vigonovo gli studenti fanno di nuovo sentire la loro voce per contrastare la violenza di genere e decostruire il patriarcato. Un minuto di rumore, altro che di silenzio. Anche quest’anno gli studenti delle scuole italiane preferiscono far sentire la loro voce invece che tacere. Per ricordare il femminicidio di Giulia Cecchettin, uccisa l’11 novembre del 2023 perché “in quel momento volevo tornare insieme a lei. Lei non voleva e mi faceva arrabbiarle che non volesse. Però io in quel momento incolpavo lei di non riuscire a portare avanti la mia vita. Volevo che il nostro destino fosse lo stesso per entrambi. Se soffro io, devi soffrire anche tu, cose di questo tipo”, ha detto Filippo Turetta nell’aula del tribunale di Venezia lo scorso 25 ottobre.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 11 novembre 2024
Il quindicenne che ha ucciso la fidanzatina di tredici. È lui che ha imparato e scelto la violenza, è il mondo attorno a lui che ha ignorato, trattato male o coltivato il suo crescendo di aggressività. Ci siamo dimenticati in fretta di Aurora. Un volto come un altro da archiviare nell’elenco dei femminicidi. Il più classico dei casi: lei non ne può più di quel ragazzo prevaricatore e violento, vuole lasciarlo; lui non sa come mettersi in tasca la paura di un addio e nella sua testa crescono i pensieri di vendetta, nei suoi piani c’è l’assedio, nelle sue parole trovano spazio le minacce. Fino all’irreparabile. A lui che la uccide. È una storia già sbiadita, quella di Aurora, morta a Piacenza il 25 ottobre. Eppure è una storia unica. Perché di ragazzine uccise purtroppo è piena la cronaca, come tutti sanno, ma non era mai successo che un’adolescente di 13 anni - 13! - finisse stritolata dal meccanismo possesso-gelosia-omicidio messo in moto da un quindicenne.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 11 novembre 2024
Sisto: “No a critiche personali ai magistrati”. La giudice Albano: “La legislazione nazionale è subordinata a quella europea”. Francesco Paolo Sisto e i ringraziamenti al Guardasigilli Carlo Nordio in videocollegamento dal Veneto, la giudice Silvia Albano torna a mettere le cose in chiaro. Dal suo punto di vista di magistrato della sezione immigrazione del Tribunale di Roma e di presidente di Magistratura democratica, la corrente della cosiddette “toghe rosse” riunite per celebrare i sessant’anni di vita. “Il giudice italiano è anche giudice europeo - afferma - e firmando i trattati l’Italia ha ceduto una parte della sua sovranità. La legislazione nazionale è subordinata rispetto a quella europea e se il giudice nazionale ritiene che una norma sia in contrasto quelle dell’Unione, o nutre dei dubbi, ha due strade: disapplicarla o rivolgersi alla Corte di giustizia europea. Non è opposizione al governo, ma il nostro lavoro”.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 10 novembre 2024
L’autocritica per i silenzi sul “protagonismo” di alcuni magistrati. Landini: “L’attacco alla dipendenza della magistratura è un problema per tutti i cittadini”. “Vorrei rassicurare tutti che le nostre fonti non sono né Lenin né Mao, bensì la Costituzione italiana e le pronunce della Corte costituzionale”. Davanti una non affollatissima platea di giovani e anziani giudici e pubblici ministeri (tra cui molti ex) che celebrano i sessant’anni di vita di Magistratura democratica, l’ottantatreenne Gianfranco Viglietta illustra le radici della corrente più radicale della sinistra giudiziaria.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 10 novembre 2024
Il sessantennale a Roma, tra la storia delle toghe rosse e gli attacchi del governo. Il clima è quello di una festa, del resto parliamo di una festa di compleanno. Ma tre le decine di toghe rosse accorse ieri alla sala della Protomoteca del Campidoglio, a Roma, per il sessantennale di Magistratura democratica il sottofondo era inevitabilmente tutto un riflettere sul momento in corso, cioè sulla guerra che il governo ha deciso di combattere sul terreno della giustizia. Per la forma, comunque, la mattinata è trascorsa con una serie di interventi sulla storia di Md, dagli anni eroici dei pretori d’assalto e della “giurisprudenza alternativa” fino al caso 7 aprile, con Riccardo Palombarini, nel 1979 istruttore a Padova, che combatté sul piano del diritto il teorema del procuratore Calogero, secondo il quale l’Autonomia operaia era la centrale della lotta ormata. Lo scontro giudiziario fu meno duro solo dello scontro politico (per molti una ferita ancora aperta), ma, con una certa eleganza, Palombarini ha deciso di glissare sugli attacchi che gli arrivarono dalle colonne dell’Unità e anche dalla frangia di Md più vicina al Pci, che nell’occasione mise in mostra uno dei suoi lati più oscuri.
di Carlo Melzi d’Eril e Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 novembre 2024
Diritto e informazione. Dalla politica una serie di interventi per rafforzare privacy e presunzione d’innocenza. Inviti del Parlamento a inasprire le misure a carico di editori e giornalisti. Se lo stato della libertà di espressione si misura anche dal punto di equilibrio di volta in volta raggiunto fra i diritti di cronaca e alla riservatezza, lo scorcio finale della passata legislatura e il tratto iniziale dell’attuale segnano un indubbio arretramento dello spazio lasciato dalla politica all’informazione. Così, già l’amministrazione Cartabia aveva aperto la strada, con il decreto legislativo a tutela della presunzione d’innocenza, accentuando la gerarchizzazione della comunicazione degli uffici giudiziari, condizionandone le modalità (comunicati a detrimento delle conferenze stampa) e subordinandola comunque alla presenza di specifiche ragioni di interesse pubblico odi necessità per le indagini.
di Manuela Bergamonti
La Repubblica, 10 novembre 2024
L’avvocato di Surinder Pal ha presentato istanza per ingiusta detenzione. Ha trascorso in carcere 569 giorni, poi è stato assolto dall’accusa di aver ucciso il professor Cosimo Errico in una cascina di Entratico, provincia di Bergamo. Ora Surinder Pal, indiano di 66 anni, chiede un risarcimento di 150mila euro allo Stato per ingiusta detenzione. L’omicidio era avvenuto il 3 ottobre 2020 all’interno della Cascina dei Fiori, di proprietà della vittima. Il corpo semicarbonizzato di Errico, docente di microbiologia in un istituto superiore, era stato trovato dal figlio in cucina. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la vittima era accovacciata davanti al frigorifero quando era stata raggiunta da 23 coltellate, sferrate alle spalle. Il cadavere era stato poi cosparso di benzina e bruciato nell’intento di nascondere le prove.
di Attilio Nettuno
casertanews.it, 10 novembre 2024
Ci sarebbe un video dell’audizione del Magistrato di sorveglianza, Marco Puglia, con Hakimi Lamine, il detenuto morto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere un mese dopo i pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020. Le immagini sarebbero state trasmesse alla Procura ma quel video manca nel fascicolo. Si tinge di giallo il processo a carico di 105 imputati - tra agenti, funzionari del Dap e due medici - che si sta celebrando nell’aula bunker a Santa Maria Capua Vetere dinanzi alla corte d’assise presieduta dal giudice Roberto Donatiello. Il 10 aprile 2020, quattro giorni dopo la mattanza, il magistrato di sorveglianza Puglia ha effettuato dei colloqui attraverso l’applicativo Teams con i detenuti che dopo i fatti del 5 e 6 aprile erano stati trasferiti in isolamento al reparto Danubio. I colloqui sarebbero stati registrati dal magistrato che poi li ha trasmessi, nei giorni successivi, in Procura.
Il Secolo XIX, 10 novembre 2024
L’episodio è accaduto venerdì 8 novembre. La denuncia di Pagani, Uila: “Cinquanta detenuti si sono rifiutati di entrare nelle rispettive celle, dichiarando che non vi avrebbero fatto rientro se un detenuto ‘ndranghetista non fosse stato inviato al pronto soccorso”. “Dalle ore 11:30 di ieri cinquanta detenuti con reati di associazione a delinquere si sono rifiutati di entrare nelle rispettive celle, dichiarando che non vi avrebbero fatto rientro se un detenuto ‘ndranghetista non fosse stato inviato al pronto soccorso”. Lo afferma Fabio Pagani, segretario della Uilpa Polizia Penitenziaria.
di Alessandra Serio
tempostretto.it, 10 novembre 2024
Una fotografia della vita dietro le sbarre che evidenzia le maggiori criticità del penitenziario di Messina. È considerato un carcere “modello” quello di Messina Gazzi. O, meglio, dove i detenuti, grazie a un’ottima gestione e sforzi enormi degli operatori, vivono molto meno peggio rispetto ai detenuti di altri penitenziari, in particolare rispetto a quelli siciliani. Un dato non da poco, alla luce della piega drammatica presa dall’emergenza carceri in tante strutture italiane, dove rivolte e suicidi sono tragicamente sempre più frequenti.
- Messina. Quella città che ignora il carcere di Gazzi
- Cassino (Fr). Emergenza carceri, dal Comune l’impegno a migliorare le condizioni dei detenuti
- Sondrio. Una nuova vita dopo il carcere. Il Comune entra nella rete: “Sarà più mirato il reinserimento”
- Firenze. Carcere, nasce Casa Mimosa: “Qui gli ex detenuti iniziano a ricostruirsi una vita”
- Milano. La voce delle persone detenute scavalca le mura del carcere e arriva a BookCity











