di Tullio Padovani*
L’Unità, 27 febbraio 2025
La protesta dell’Anm di oggi è diretta a contrastare la riforma della giustizia. Ma per la Consulta non si può ostacolare il libero esercizio di un potere legittimo. L’art. 40 della Costituzione garantisce a tutti - come è noto - il diritto di sciopero secondo le leggi che ne regolano l’esercizio: tutti, compresi ovviamente i magistrati, che legittimamente possono astenersi dal prestare la propria opera per le più diverse rivendicazioni, al pari di qualsiasi altro lavoratore. Ma, al pari di qualsiasi altro lavoratore, non proprio per tutte le rivendicazioni. In proposito, occorre ricordare che, quando la falcidia della Corte costituzionale calò sul cespuglio dei delitti di sciopero a suo tempo inseriti nel codice Rocco, la potatura non fu integrale; in particolare, non lo fu nel caso dell’art. 504 c.p., che contempla la “coazione alla pubblica autorità mediante serrata o sciopero”.
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 27 febbraio 2025
La ragione dello sciopero dei magistrati: “L’Anm esprime un giudizio fortemente negativo sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario che non è una riforma della giustizia, che non sarà né più veloce né più giusta, ma una riforma della magistratura che produrrà solo effetti negativi per i cittadini”. L’astensione è disciplinata dal Codice di autoregolamentazione adottato dall’Associazione Nazionale Magistrati e approvato dalla Commissione di garanzia. I magistrati hanno dettato in questo Codice un catalogo molto ampio dei “servizi essenziali” da salvaguardare. Per di più: “In ogni caso l’Anm invita tutti i magistrati ad attuare l’astensione non solo salvaguardando i servizi essenziali, ma adoperandosi inoltre per ridurre al minimo i disagi per i cittadini”. Gli “scioperi” proclamati dall’Anm negli ultimi cinquant’anni si contano sulle dita di una mano.
di Lorenza Pleuteri
giustiziami.it, 27 febbraio 2025
I giudici civili hanno sancito la corresponsabilità dell’apparato penitenziario, condannando il ministero della Giustizia a risarcire madre e vedova di un ragazzo tossicodipendente deceduto a Regina Coeli. Ventidue anni per avere giustizia. Lo Stato ha il dovere di garantire la tutela della vita delle persone che tiene chiuse in carcere, anche di quelle che in cella riescono a procurarsi sostanze stupefacenti e si espongono a rischi. E se non lo fa, e la droga arriva in cella e uccide, deve risarcire chi perde un figlio o un marito. Sembra un principio sacrosanto, scontato, declinato concretamente in automatico. Ma la Cassazione lo ha dovuto ribadire, chiudendo un caso dopo più di 22 anni, per dare giustizia e ristoro economico ad una madre e una vedova.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 27 febbraio 2025
L’amministrazione penitenziaria e il giudice di sorveglianza investito del reclamo devono appurare la sussistenza di un diritto fondamentale della persona e valutare se ragioni di sicurezza ne giustifichino la compressione. Negare al detenuto al 41-bis di poter avere una pianola e materiale per dedicarsi all’apprendimento della musica viola il suo diritto allo studio se il possesso dello strumento non lede diritti riconosciuti all’amministrazione penitenziaria e quindi il diniego risulta ingiustificato. A fronte di una simile richiesta da parte della persona internata in carcere, l’amministrazione penitenziaria prima e il magistrato di sorveglianza poi in caso di reclamo del richiedente si devono chiedere se il detenuto stia agendo al fine di vedersi riconosciuto un diritto soggettivo e se vi siano interessi contrapposti meritevoli di tutela e operare una comparazione tra essi per decidere.
di Sara Gatti
gaeta.it, 27 febbraio 2025
La Camera penale del Piemonte occidentale lancia un appello urgente per affrontare la crisi della salute mentale nelle carceri italiane, evidenziando l’allarmante aumento dei suicidi tra i detenuti. La salute mentale nelle carceri sta diventando un argomento sempre più urgente di discussione in Italia, dopo un altro tragico episodio che ha colpito il sistema penitenziario del Paese. La Camera penale del Piemonte occidentale ha alzato la voce, sottolineando che fermare i suicidi nelle carceri deve diventare una priorità per chi governa. Arrivando al quindicesimo suicidio dall’inizio dell’anno, i penalisti torinesi hanno deciso di avviare una campagna di sensibilizzazione, e hanno affisso un manifesto significativo presso il Palazzo di giustizia di Torino. La società civile e le istituzioni non possono più ignorare questa drammatica situazione.
di Francesca Morandi
Corriere della Sera, 27 febbraio 2025
Aveva 40 anni ed era originario di un paese della Bergamasca il detenuto che due giorni fa si è tolto la vita nel carcere di Cremona, il secondo suicidio a Cà del Ferro dall’agosto di un anno fa, il 13esimo dall’inizio dell’anno nei penitenziari italiani. Il quarantenne si è impiccato in una cella della sezione colloqui, probabilmente mentre era in attesa di parlare con il comandante della Polizia penitenziaria. Accusato di violenza sessuale, alcuni mesi fa dal carcere di via Gleno era stato trasferito a Cremona nella sezione “protetti”, quella in cui si trovano le persone accusate di reati di quella tipologia. Condivideva la cella con altro un detenuto bergamasco.
di Valeria Terranova
Corriere di Viterbo, 27 febbraio 2025
“Hassan Sharaf aveva paura di morire”, ha affermato ieri il garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, chiamato a testimoniare nell’ambito del processo per la morte del detenuto egiziano di 21 anni. Imputati per omicidio colposo E.N. e M.R., rispettivamente medico del reparto di medicina protetta di Belcolle e assistente capo coordinatore della polizia penitenziaria del carcere di Mammagialla, difesi dagli avvocati Giuliano Migliorati e Fausto Barili. Partecipano al dibattimento in qualità di responsabili civili il ministero dell’Interno e l’Asl. Parti civili, invece, con gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, i parenti del detenuto egiziano di 21 anni, deceduto nel nosocomio del capoluogo il 30 luglio 2018, dopo aver tentato il suicidio mentre si trovava nella cella di isolamento della casa circondariale sulla Teverina.
di Liborio La Mattina
giornalelavoce.it, 27 febbraio 2025
Un Consiglio comunale trasformato in passerella, mentre il carcere di Ivrea è al collasso: detenuti abbandonati, attività cancellate, rieducazione inesistente e un’ennesima rivolta ignorata dalle istituzioni. Il secondo consiglio comunale della storia di Ivrea tenutosi all’interno della casa circondariale. Il secondo per il sindaco Matteo Chiantore e per l’assessora Gabriella Colosso. Del tutto inutile, a giudicare dai risultati. Meglio sarebbe stato non farlo o farne uno nella solita assise. Sulla carta un modo per dare un segnale di attenzione verso la realtà carceraria, nella pratica sono mancate le persone e i contenuti. Solo tre detenuti presenti. Tutti e tre soddisfatti e contenti, o almeno così hanno dichiarato. Assenti i sindacati di Polizia penitenziaria, presente il medico dell’Asl, una rappresentanza della Casa di Carità e del Cpia, che però a ben vedere avrebbero potuto essere incontrata ovunque. Lo ha detto sotto tono, ma con amarezza, la consigliera comunale Vanessa Vidano: “Mi aspettavo di ascoltare e vedere un pubblico diverso”.
di Niccolò Gramigni
La Nazione, 27 febbraio 2025
Duro affondo di Fanfani sulle condizioni del penitenziario, il dibattito s’infiamma. E intanto manca il referente fiorentino per i detenuti e un direttore definitivo. È stato un mercoledì teso quello relativo al tema del carcere. In Toscana la situazione è complessa - tra suicidi, aggressioni e condizioni delle strutture -, nel carcere fiorentino di Sollicciano a una situazione di evidente precarietà si aggiungono due aspetti ad ora mancanti. Non c’è un direttore definitivo, dopo l’addio di Antonella Tuoni. E non c’è un garante fiorentino dei detenuti, ruolo al momento vacante. Così è stato il garante dei detenuti toscano Giuseppe Fanfani a prendere in mano la situazione.
veneziatoday.it, 27 febbraio 2025
Venerdì la delegazione di Radicali e associazioni insieme ad Andrea Martella e Paolo Ticozzi (Pd): “L’unica funzione della pena è quella rieducativa”. Nel pomeriggio dibattito nella sede di Emergency. Il 28 febbraio l’associazione Nessuno Tocchi Caino, insieme ai Radicali di Venezia, al senatore Andrea Martella (Pd) e il consigliere comunale Paolo Ticozzi (Pd) visiteranno la casa di reclusione femminile di Venezia con alcuni esponenti della Camera Penale di Venezia. Si tratta della prima delle visite nelle carceri di Venezia e del Veneto, organizzate dai radicali con Nessuno Tocchi Caino e le associazioni che operano all’interno degli istituti in questo 2025.
- Cagliari. Ospedale Santissima Trinità, dopo 15 anni apre il reparto per i detenuti
- Cuneo. Elettricisti o meccanici, assunzioni in carcere: “Troveremo spazi e un percorso per tutti”
- Brescia. A Sant’Alessandro, dove i detenuti ritrovano la strada verso la libertà
- Monza. Stop all’isolamento del carcere: la Provincia chiede una fermata dell’autobus
- Alessandria. Il Quirinale premia “Idee in fuga”, il buono che esce dalle carceri









