di Marco Randolo
polesine24.it, 30 ottobre 2024
Più detenuti? “Esplosione di fatti di sangue. E sono arrivati in Italia molti ragazzi senza famiglia”. Sono 540 i minorenni detenuti in Italia: quasi 150 in più rispetto a cinque anni fa. Anche per questo, il dipartimento per la giustizia minorile si sta adoperando per aprire nuovi istituti penali per minorenni. Compreso quello di Rovigo. La questione è sul tavolo del Provveditore alle opere pubbliche del Veneto, Tommaso Colabufo. “Da quanto mi risulta - rivela Andrea Ostellari, sottosegretario al Ministero della giustizia - l’inaugurazione si farà nei prossimi mesi, spero già a marzo”. La nuova struttura - spiega ancora Ostellari - “sarà un istituto all’avanguardia, sia per la sicurezza che per il trattamento e la rieducazione dei giovani utenti. Con spazi adeguati per la formazione e l’avviamento al lavoro. Stimiamo che, a pieno regime, l’istituto potrà accogliere 32 detenuti”.
di Elisa Sossi
triesteallnews.it, 30 ottobre 2024
Le problematiche delle carceri sembrano rimanere dietro le sbarre, senza possibilità di cambiamento o ascolto. Sovraffollamento, carenza di personale penitenziario, salute mentale e tossicodipendenze. L’Associazione ANDE di Trieste (Associazione Nazionale Donne Elettrici) ha voluto dare spazio a tale tematica nella giornata di ieri, lunedì 28 ottobre 2024, nella Sala Regus di Trieste (Riva Gulli, 12), occasione durante la quale sono stati discussi numerosi aspetti che, nella vita di un carcerato, meriterebbero più considerazione e maggiore attenzione.
La Repubblica, 30 ottobre 2024
Il completamento delle nuove strutture sportive nel carcere di Secondigliano consentirà l’avvio di un percorso formativo della durata di 24 mesi. “Rigiocare il Futuro, lo sport per ripartire”: questo è il nome dato al progetto ideato dalle associazioni Seconda Chance e Sport Senza Frontiere e supportato dalla Fondazione Entain. L’iniziativa punta a realizzare all’interno dell’istituto penitenziario di Secondigliano una grande cittadella dello sport, un polo sportivo d’eccellenza che offra ai detenuti nuove opportunità di crescita e reinserimento lavorativo.
di Alessandro Barbano
Il Dubbio, 30 ottobre 2024
Si ammazzano come killer spietati per quella che gli stessi inquirenti chiamano una supremazia simbolica. Sono figli di camorra o piuttosto di Gomorra? Al punto in cui siamo arrivati, l’interrogativo è tutt’altro che peregrino. C’è qualcosa di sottovalutato nella guerra dei quindicenni napoletani. Non sono apprendisti di un’organizzazione criminale verticistica e innervata nel territorio. Sembrano piuttosto emuli di una pedagogia noir, transitata dalla realtà alla cronaca, dalla cronaca al mito, e dal mito di nuovo alla realtà. Non gettano la loro vita per il pizzo dei commercianti o per il controllo delle piazze di spaccio, ma per il fascino del comando e di una sfida alla morte. Sembrano l’esito di una circolarità maligna, che dovrebbe interrogarci sull’adeguatezza dei mezzi con cui si fronteggia, o piuttosto si concima inconsapevolmente, un fenomeno così grave e a suo modo unico nel Paese. Non si tratta di colpevolizzare, o peggio, di censurare Saviano, la sua letteratura seriale o piuttosto il cinema. Ma abbiamo il dovere di chiederci se quel racconto, in assenza di contrappesi, sia diventato un circuito di idealizzazione del male e di identificazione per ragazzi senza famiglia e senza riferimenti civili. Chi sono i padri, gli zii e i fratelli maggiori degli adolescenti armati che si contendono la notte di nessuno a Napoli? Sono genitori emigrati all’estero, detenuti, tossicodipendenti, atomi di una diaspora sociale o di una crisi criminale e familiare che li condanna alla fuga o alla marginalità, ai fallimenti personali, alla guerra tra poveri per occupare un alloggio popolare. In questo deserto di codici elementari di socialità, prima ancora che di valori, il romanzo criminale della tv e del cinema potrebbe aver ricucito al rovescio l’io disgregato di almeno due generazioni. Anche perché nella sua proiezione sui social network Gomorra si fa gomorrismo, accentua l’ammiccamento ai suoi eroi negativi, esalta l’alone di invincibilità che li circonda come una nube di illusioni, di fronte alla quale la solitudine di un genitore o di un insegnante, quando pure ci sono, scopre la sua frustrante impotenza. Bisogna oggi chiedersi se la lotta alla baby criminalità di Napoli non debba essere anche sfida a un mito noir, interiorizzato passivamente, che si fa, a modo suo, identità collettiva.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 30 ottobre 2024
Abbiamo ampiamente scritto su questa rubrica del coacervo panpenalistico del Disegno di legge Sicurezza ma vale la pena approfondire i contenuti dell’articolo 18, che inserisce nella legge 242/16 il divieto di produzione e vendita delle infiorescenze di canapa a basso contenuto di Thc, la cosiddetta cannabis light. Dopo l’approvazione alla Camera il testo è all’esame del Senato, dove sono in corso le audizioni nelle commissioni congiunte Affari costituzionale e giustizia, e presto inizierà il confronto sugli emendamenti.
di Angela Stella
L’Unità, 30 ottobre 2024
I giudici italiani rinviano il decreto alla Cgue per chiedere se, in caso di contrasto, il diritto comunitario prevalga su quello interno: dobbiamo disapplicarlo o no? A Roma l’assemblea dell’Arci contro il protocollo con l’Albania. Il Tribunale di Bologna ha rinviato alla Corte di Giustizia europea il decreto del governo sui Paesi sicuri, per chiedere quale sia il parametro su cui individuare i cosiddetti Paesi sicuri e se il principio del primato europeo imponga di ritenere che in caso di contrasto fra le normative prevalga quella comunitaria. Il rinvio è arrivato nell’ambito di un ricorso promosso da un richiedente asilo del Bangladesh contro la commissione territoriale per il riconoscimento della protezione.
di Elena Tebano
Corriere della Sera, 30 ottobre 2024
“Con questi criteri la Germania nazista sarebbe stata definita Paese sicuro”. Con un atto depositato ieri, il tribunale di Bologna chiede alla Corte di giustizia Ue quali norme vadano rispettate e critica la definizione di “Paesi sicuri” (necessaria per attuare l’accordo con l’Albania). Il Tribunale di Bologna ha chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea di stabilire se deve essere disapplicato il decreto legge del 21 ottobre con cui il governo Meloni ha definito la lista dei Paesi che ritiene “sicuri” per rimpatriarvi i migranti espulsi dall’Italia. Secondo i giudici bolognesi infatti i criteri usati dal governo nella designazione di Paese “sicuro” contrastano con il diritto europeo. Il decreto serviva a rendere operativo l’accordo con l’Albania sulle procedure accelerate per il rimpatrio dei migranti irregolari, su cui si incentrano le politiche per l’immigrazione volute dalla premier Giorgia Meloni, risolvendo alcuni problemi giuridici posti dalla precedente lista dei Paesi sicuri fatta dal governo italiano.
di Francesca Sforza
La Stampa, 30 ottobre 2024
Il Bangladesh può definirsi un Paese sicuro? Secondo il governo italiano sì, tanto che lo ha inserito nella lista aggiornata del Decreto seguito al pasticcio dell’hub albanese. Secondo un cittadino bengalese no, tanto che ha presentato ricorso al tribunale di Bologna facendo presente che nel suo caso il rimpatrio tutto potrebbe essere tranne che il ritorno in un posto sicuro. Effettivamente, in Bangladesh, alcune categorie di cittadini sono più a rischio di altre: gli omosessuali per esempio, che se individuati rischiano la reclusione a vita. Legittimo dunque che il tribunale di Bologna, facendo seguito al ricorso, si rivolga alla Corte europea del Lussemburgo per avere delucidazioni: il Bangladesh è o no un paese sicuro? Come collocare giuridicamente il fatto che possa essere “parzialmente” sicuro, o comunque non sicuro per tutti allo stesso modo?
di Federico Capurso
La Stampa, 30 ottobre 2024
Il governo ha dato mandato all’Avvocatura di Stato di difendere il provvedimento contestato davanti alla giustizia europea. La premier si aspettava l’iniziativa della magistratura, ma è stata sorpresa dal riferimento al Terzo Reich e all’Italia fascista. Giorgia Meloni lo aveva messo in conto. Un minuto dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto con la nuova lista dei Paesi sicuri, una settimana fa, si diceva già certa - parlando con chi le era vicino - che qualche magistrato avrebbe sollevato delle obiezioni. Ieri, infatti, dopo essere stata informata della decisione del Tribunale di Bologna di chiedere un “rinvio pregiudiziale” alla Corte di giustizia europea su quel decreto, non ha nemmeno portato il tema in discussione in Consiglio dei ministri. La linea era già definita. Sul fronte comunicativo si mettono nel mirino le “toghe rosse che remano contro il governo e il Paese”. E dietro le quinte si prepara la vera battaglia, che verrà combattuta nelle aule dei tribunali.
di Valentina Pazé
Il Manifesto, 30 ottobre 2024
È accettabile posticipare l’obiettivo, nell’attesa che si creino (sul campo di battaglia) le condizioni per propiziare il risultato? La pace va perseguita attraverso il diritto. Una pace giusta. Tutti la vogliono, tutti la cercano, tutti la invocano. Lo ha fatto, da ultimo, il segretario generale dell’Onu al summit dei Brics, auspicando una soluzione negoziata della guerra in Ucraina. La reclama da mesi Zelensky, in chiave diversa, per opporsi a ogni e qualsiasi trattativa che ponga fine alla guerra. L’ha chiamata in causa anche Carola Rackete per giustificare il proprio voto al Parlamento europeo a favore dell’uso delle armi occidentali per colpire in profondità il territorio russo. Netanyahu, invece, nel suo intervento all’Onu di un mese fa, si è limitato a dichiarare - con l’improntitudine che lo contraddistingue - che “Israele vuole la pace”. Per poi, un attimo dopo, autorizzare l’omicidio “mirato” di Nasrallah, prontamente definito da Biden “una misura di giustizia”.
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