di Guido Rampoldi
Il Domani, 10 febbraio 2026
Per tentare di limitare il caos nelle regioni di partenza dei migranti occorrerebbe un’Europa-potenza dotata di una strategia, e disponibile a mettere in campo non solo la diplomazia ma anche strumenti militari. Del migliaio di migranti affogati davanti alle nostre coste nelle ultime settimane non sarebbe impossibile conoscere nomi, storie, affetti, aspirazioni - le informazioni minime che riteniamo dovute all’opinione pubblica circa gli italiani che muoiono in circostanze tragiche. Ma finché quegli stranieri poveri e non bianchi resteranno ectoplasmi anonimi, appartenenti alla generica categoria dei “disperati” inventata dal paternalismo dei giornali-radio, non correremo il rischio di scoprire che cercavano scampo da una trappola che abbiamo contribuito a costruire.
di Nina Fresia
La Stampa, 10 febbraio 2026
Droga della risata, del palloncino, dei poveri. Tutte definizioni di una stessa sostanza, sempre più popolare: il protossido di azoto, formula chimica N2O. E mettendoli tutti insieme, questi soprannomi, si può capire il perché di questa rapida diffusione. Nato e utilizzato in ambito medico come anestetico, specie in pediatria, il “gas esilarante” quando inalato per bocca o narici provoca un momentaneo stordimento e una sensazione di euforia. Per farne uso è sufficiente sfruttare, appunto, un palloncino oppure delle bombolette. E basta digitare il nome della sostanza nella barra di ricerca di Google o Amazon per acquistarla a poco prezzo. Se non la si vuole ordinare online, si può trovare anche nei supermercati: è lo stesso gas usato nei sifoni per la panna montata.
di Chiara Zocchetti
cdt.ch, 10 febbraio 2026
Analizziamo il fenomeno, conosciuto anche in Ticino, con Damien Scalia, professore di Diritto penale e penitenziario all’Università di Losanna e all’Università di Bruxelles
Professor Scalia, negli ultimi mesi - e non è una novità - diversi cantoni segnalano carceri oltre la capienza: quali sono le principali cause del sovraffollamento? “La prima è la “sovraincarcerazione”. È la scelta di incarcerare troppo, di evitare di non perseguire alcuni reati minori o di chiedere la libertà condizionale o pene alternative. Qualcosa, insomma, che è nelle mani di chi giudica. Poi, una seconda causa è legata al codice penale stesso: ci sono troppi reati e, a un certo momento, bisognerebbe accettare di non penalizzare alcuni comportamenti, come fa il Portogallo con il consumo di droga, regolarizzato ma non punito.
di Giovanni Ribuoli*
Il Domani, 9 febbraio 2026
La reclusione minorile è tornato a essere un fatto socialmente accettato, incoraggiato con decisione anche dal legislatore a partire dal Decreto “Caivano” nel 2022. Mentre sono più numerosi gli ingressi negli Ipm, ci si domanda: quale educazione al chiuso? La detenzione: carcere o arresti domiciliari? Nessuno dei due, perché non permettono la frequenza a scuola e la continuità di un percorso educativo. Questa linea di difesa è stata presentata con successo da un avvocato in un caso recente, tornato sotto i riflettori per una critica di Maurizio Belpietro (La Verità, “Per favore questa volta non liberate i delinquenti”, 2 febbraio).
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 febbraio 2026
Scontri di piazza e arresti: se l’esecutivo tenta di orientare l’operato di pm e giudici viene meno la garanzia di indipendenza. La reazione che forse più di altre dovrebbe preoccupare il governo all’indomani del nuovo decreto sicurezza, è quella degli avvocati italiani. L’Unione delle Camere penali è schierata ventre a terra nella campagna referendaria in favore della riforma costituzionale della magistratura, ma l’altro giorno, proprio davanti alla platea dell’unione, le parole del ministro della Giustizia che provava a spiegare le ragioni dell’ultimo provvedimento sono state accolte da ostentati mugugni. “Se applicando la legge uno che ha preso a martellate un poliziotto rischiando di ammazzarlo va agli arresti domiciliari, vuol dire che va cambiata la legge”, ha detto Nordio suscitando rumorosi dissensi. Tanto che il ministro s’è affrettato a rassicurarli: “Non la cambieremo, ma di fronte alle esigenze di sicurezza dei cittadini e fenomeni così devastanti un silenzio dello Stato sarebbe stato impossibile”.
di Anna Mastromarino
La Stampa, 9 febbraio 2026
L’intervento del Presidente della Repubblica ha certamente consentito al nuovo pacchetto-sicurezza adottato dal governo di non cadere in una manifesta incostituzionalità che sarebbe stata inevitabile, per esempio, includendo improbabili scudi o provvedimenti preventivi di sapore repressivo di cui, pensando al passato, facciamo volentieri a meno. D’altra parte, il ruolo di mera garanzia del Presidente impone dei limiti al suo operato: non può e non deve entrare nelle valutazioni politiche di un organo che ritiene di dover agire con urgenza. Poco o nulla può, dunque, di fronte al significato che un decreto legge come quello di cui andiamo parlando riveste rispetto al sistema nel suo complesso e rispetto all’idea che i cittadini si possono fare dei loro spazi di libertà, delle prerogative di esercizio di quelle libertà, del senso che i diritti che la Costituzione riconosce possono avere nei processi di costruzione di dinamiche di potere equilibrate e contenute.
di Gianni Alati
Il Dubbio, 9 febbraio 2026
C’è una curva che scende, lentamente ma senza interruzioni, da oltre trent’anni. È la curva degli omicidi in Italia. Dai primi anni Novanta, quando si sfioravano le duemila vittime l’anno, si è arrivati a poco più di trecento. Un crollo superiore all’80%. Un dato strutturale, quindi. Un fatto. Eppure, in questi anni, c’è stata una curva uguale e contraria quella della percezione dell’insicurezza che cresce quanto più decrescono reati e delitti. Mai come oggi la sicurezza è diventata argomento da campagna elettorale continua. Più i reati gravi diminuiscono, più il discorso pubblico si convince del contrario. I grafici lo mostrano senza ambiguità.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 9 febbraio 2026
Per la sinistra italiana, anzi per il Pci, poi nell’ordine Pds-Ds-Pd, la sicurezza è sempre stata una croce. Legge e ordine è per definizione il cavallo di battaglia degli avversari, la parola d’ordine spesso vincente della destra in tutto il mondo. Ma il tentativo di contendere su quel terreno perdere la propria identità e soprattutto gli elettori meno inclini alle misure emergenziali si è rivelato sempre molto arduo e spesso impossibile. Se si dovesse indicare una data, anzi una legge, che segna la prima svolta a U della sinistra si dovrebbe risalire alla legge Reale, quella che al saldo è costata qualcosa come 625 morti in 15 anni. Al momento del suo varo, nel 1975, il Pci la osteggiò decisamente. Quando nel 1978, in piena emergenza terrorismo, fu sottoposta a referendum abrogativo, però, non solo il partito di Berlinguer diede indicazione di votare contro l’abrogazione ma definì “eversivi” i favorevoli al quesito. I comunisti avevano cambiato idea e sarebbero rimasti securitari, in nome dell’antiterrorismo, per tutti gli anni 80.
di Valeria Valente*
Il Dubbio, 9 febbraio 2026
Sugli scontri di Torino il governo e la maggioranza hanno perso l’occasione preziosa, forse l’ultima, di mostrarsi in Parlamento e nel Paese all’altezza del loro compito, di essere finalmente uomini e donne delle istituzioni e dello Stato. La segretaria Elly Schlein aveva teso una mano a Giorgia Meloni per costruire l’unità, al fine di stigmatizzare, insieme e con forza, quanto accaduto, condannare senza ambiguità le violenze contro gli agenti ed esprimere vicinanza ai poliziotti feriti e alle loro famiglie. La Premier, i suoi ministri e i tutti i parlamentari di centrodestra hanno preferito invece rifiutare questo terreno e tentare di strumentalizzare la situazione, spostando l’asse dalla condanna condivisa delle violenze alla richiesta di correità con le loro strategie in materia di sicurezza, attraverso una mozione “unitaria” che nei fatti anticipava il contenuto del nuovo pacchetto sicurezza, un decreto e un disegno di legge che rafforzano la loro visione illiberale senza prevedere misure e risorse adeguate per risolvere i problemi.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 9 febbraio 2026
Fino al 2022, il Salvador era uno dei paesi più insicuri e pericolosi del mondo con oltre 21 omicidi ogni centomila abitanti, interi quartieri sotto il controllo delle gang e dei cartelli della droga, le forze di polizia disorganizzate e sopraffatte. Quattro anni e dopo tutto è cambiato: i reati violenti sono crollati e il paese centroamericano vanta oggi un tasso di criminalità tra i più bassi del pianeta, paragonabile a quello di molti paesi europei. Come è stato possibile questo “miracolo”? La risposta è semplice: nel marzo 2022 il presidente Najib Bukele ha proclamato lo stato d’emergenza, poi prorogato decine di volte, sospendendo garanzie costituzionali fondamentali: limiti alla detenzione preventiva, diritto alla difesa, controllo giudiziario effettivo. Secondo i report di vari Ong per i diritti umani, migliaia di persone sono finite in carcere senza accuse circostanziate, spesso sulla base di indizi volatili o appartenenze presunte; si registrano centinaia di morti in custodia e condizioni di detenzione estreme. Il caso Salvador conferma l’assioma per cui l’aumento della sicurezza è stato accompagnato da una contrazione sistematica dei diritti civili. Ma fino a che punto è legittimo comprimere le libertà per far sentire luna popolazione al sicuro? E’ un dilemma filosofico-politico a cui non si può rispondere in modo univoco.
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