ilfrizzo.it, 1 settembre 2024
“Bambini invisibili, figli di genitori detenuti: la lettura che cura”. È questo il titolo dell’incontro che si terrà giovedì 4 settembre alle ore 19 al Circolo Unione di Lucera, organizzato dalla associazione “Lavori in corso” in collaborazione con il Circolo e con il sostegno del “Centro per il Libro e la Lettura” del Ministero della Cultura. L’evento divulgativo viene promosso a distanza di quattro mesi dalla donazione della mini “Biblioteca Ciaia” ai bambini figli di genitori detenuti del carcere di Foggia all’interno dello Spazio Giallo, luogo di accoglienza e relazione gestito da Lavori in Corso Aps, da parte della professoressa universitaria Floriana Conte.
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 1 settembre 2024
Nei 22 anni di pena che ha scontato, Roberto Gramola, ormai in libertà da 11, ha conseguito la maturità classica e le lauree in Giurisprudenza e Scienze politiche all’interno della casa circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. Oggi lavora per la Caritas con i migranti e dice ai giovani: fuggite dalla vita facile. Lo studio in carcere: una possibilità utile sia per apprendere competenze spendibili una volta fuori e corredarle di un titolo che abbia valore legale, ma anche per reinserirsi in società con un’immagine e un ruolo diversi da quelli che accompagnano tutti gli ex detenuti. È questo che Roberto Gramola - 22 anni di carcere terminati 11 anni fa - testimonia con la sua parabola di riscatto, tanto da essere invitato ovunque quando c’è da parlare di cultura, studio e formazione professionale al di là delle sbarre. Normale e giusto che sia così, perché questo energico ottantenne dalla sua cella di Torino ha conseguito prima la maturità classica - lui che nella vita fuori era geometra ma non aveva mai esercitato come tale - e poi addirittura due lauree, in Giurisprudenza e Scienze politiche. “Il carcere - racconta a Radio Vaticana Vatican News - è un’istituzione totale che ti toglie tutto. Quando entri il trauma è forte, ti cambia il modo di vivere e ci vuole tempo per reagire, ma poi capisci che davanti hai solo due scelte possibili o aspettare la fine della pena seduto sulla branda a parlare con gli altri detenuti di cosa si combinerà fuori, oppure cercare di capire chi sei e soprattutto perché sei finito lì. Per me è stata un’occasione per ricominciare”.
di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 1 settembre 2024
L’opacità del termine lo rende malleabile e adattabile al punto da poter essere impiegato come un collante identitario, per ridicolizzare o condannare ogni idea o iniziativa politica ispirata a ideali di inclusività. Una “follia”, un errore fatale, persino “un pericolo per la civiltà occidentale”: a leggere la stampa di destra, non c’è male più grande in questo tempo di quello che va sotto il nome di ideologia o cultura “woke”. Per un paradosso comprensibile solo alla luce dei pubblici sempre più ristretti, frammentati e polarizzati a cui si rivolge l’informazione, una parola il cui significato è oscuro ai più (un amico professore mi ha detto di averla sempre associata alla padella wok) è divenuta l’arma preferita per attaccare, in stile populista, le élite intellettuali e politiche della sinistra. Le quali tuttavia, anziché mettere in discussione questo frame discorsivo e i suoi contorni nebulosi, sembrano inclini a formulare negli stessi termini i conflitti che agitano il campo progressista.
di Fulvia Caprara
La Stampa, 1 settembre 2024
Il regista porta in gara “Campo di battaglia” accolto da sette minuti di applausi. “Il nostro eterno desiderio di sopraffazione mi tormenta da sempre. “Le guerre purtroppo continuano, e non bastano i film per fermarle. Magari fosse così. La follia va avanti perché l’essere umano è contagiato dal maledetto virus del potere, le guerre non nascono dalla democrazia, ma dalle dittature che vogliono sempre di più. La malattia della guerra non si spegne e così continuano a morire i civili, i bambini, chi non ha nessuna colpa. Le guerre sono tante, di forme diverse, è guerra anche l’affondamento di un barcone di migranti”. Nel nuovo film Campo di battaglia, in gara alla Mostra e accolto da 7 minuti di applausi, il primo degli italiani in corsa per il Leone d’oro, Gianni Amelio mette in scena il contrasto tra due ufficiali medici, amici d’infanzia, Giulio (Alessandro Borghi) e Stefano (Gabriel Montesi), impegnati nello stesso ospedale militare dove ogni giorno arrivano feriti gravi, reduci dall’inferno del fronte. Siamo alla fine del primo conflitto mondiale, teatro di un massacro in cui lo scontro tra soldati nemici era “diretto, ragazzi contro ragazzi, una persona davanti all’altra”.
di Igiaba Scego
La Stampa, 1 settembre 2024
Richard Wright, grande autore afroamericano degli anni 40, parlando nella sua autobiografia del Sud segregazionista degli Stati Uniti dov’era cresciuto, diceva che in quel clima di ansia e paura, fatto di vendette sommarie e soprusi, il crimine commesso da un nero, diventava per la società bianca suprematista, automaticamente il crimine di tutti i neri. Si puntava quindi il dito su tutte le persone nere e tutte le persone nere diventavano portatrici di colpa per il suprematismo bianco. Suprematismo che così aveva gioco facile nel trasformare, attraverso uno sguardo coloniale e feroce, ogni nero in un corpo a cui farla pagare cara, attraverso il linciaggio. Come Richard Wright questo senso di angoscia ha dominato anche me. In un contesto diverso però: l’Italia della nostra contemporaneità. Da donna nera musulmana ad ogni crimine commesso da chi mi assomigliava un po’ per meklanina o cultura ho negli anni tremato, pianto, ho avuto molta paura. Ho avuto anche la tachicardia. L’insonnia. Il sentore di poter essere trasformata da soggetto ad oggetto. Tutto ciò mi annientava. Come Wright sentivo che mi pesava addosso come un macigno quella colpa collettiva di cui ero innocente. C’era quello sguardo su di me/noi che via via mi/ci trasformava in altro, in qualcosa di innominabile: un omicida, un terrorista, un violentatore, un selvaggio.
di Marco Damilano
Il Domani, 1 settembre 2024
Il protagonismo autentico delle comunità ecclesiali non si trova (soltanto) nei raduni nazionali, ma in una presenza capillare, diffusa, nel radicamento in tutti gli angoli del paese, nei territori in cui i politici nazionali si avventurano poco e i media nazionali spengono le luci. Castelguidone, provincia di Chieti, meno di trecento abitanti, diocesi di Trivento, a cavallo tra Molise e Abruzzo. C’era tutto il paese, e di più, alla giornata della legalità, responsabilità e impegno organizzata dal parroco e direttore della Caritas don Alberto Conti. “In un piccolo posto è nata una cosa grande”, ha detto don Luigi Ciotti, riferendosi alla scuola di politica intitolata a Paolo Borsellino trentuno anni fa, nel 1993, un anno dopo la strage di via D’Amelio.
di Marco Ferrando e Matteo Liut
Avvenire, 1 settembre 2024
Il presidente della Cei parla di “collaborazione globale” per i migranti, di “patto sociale” sull’autonomia, di ius scholae come “strumento di inclusione”. E dei “buoni” rapporti col governo. Il mondo mette paura, ma “non ci possiamo rassegnare”. Con il coraggio del futuro, con la forza della speranza, con tutti quegli sforzi di “mediazione al rialzo” che questo momento storico esige, e a cui la Chiesa è pronta a contribuire “non contrapponendosi ai processi culturali ma cogliendo la domanda umana e spirituale” che portano con sé. In un’intervista in uscita domani su Avvenire, il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana affronta tutti i grandi temi, dalle guerre ai migranti, fino all’agenda d’autunno che attende l’Italia: la tenuta sociale del Paese, le riforme, lo stato di salute e il contributo che può dare la Chiesa. Ecco in anticipazione alcuni estratti.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 1 settembre 2024
L’appello del Papa dovrebbe scuotere le forze politiche che si dicono cattoliche. Invece vediamo Ong costrette a vagare e pugno duro sulla pelle di chi soffre- “C’è chi opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti. E questo quando è fatto con coscienza e responsabilità è un peccato grave”. Così si è espresso il Papa, affrontando il tema dei migranti e del loro trattamento. Nessuna espressione poteva essere più chiara. Né è difficile identificare i destinatari della condanna, dal momento che è proprio il governo italiano (e non solo questo) che usa ogni mezzo per contrastare l’arrivo dei migranti, soprattutto via mare.
di Niccolò Zancan
La Stampa, 1 settembre 2024
A Shengjin e Gjader i centri migranti di Meloni quasi pronti per l’apertura. Manca la fognatura? “Scarichiamo nel fiume Drin”. E i locali fanno affari d’oro con gli affitti. Resta un problema. La rete fognaria. “Per il momento si è deciso di scaricare tutto nel fiume Drin, secondo le mie informazioni i primi migranti potrebbero arrivare qui fra il 10 di settembre e la fine del mese. Hanno fretta di farli arrivare”. Aleksander Preka è il responsabile comunale di questo piccolo paese nel nord dell’Albania. Un posto dimenticato sulla mappa del mondo, famoso per un aeroporto militare chiuso nel 1996 e per niente altro. “Eravamo tremila abitanti al tempo del comunismo, siamo rimasti in seicento. Ma adesso c’è tutta questa gente nuova che arriva e che arriverà”. Ormai è chiaro, visibile agli occhi, tremendamente definito. Ecco il campo: i container, le reti, le recinzioni. Ci sono carabinieri e poliziotti italiani ovunque. “Questa casa noi l’affittavamo a una cifra che oscillava dai 30 ai 50 euro al mese, i vostri militari l’hanno presa a 400 euro al mese per due anni”, dice ancora Aleksander Preka dal suo negozio di commestibili. È l’unico spaccio nel raggio di chilometri: cipolle, aglio, patate, bibite gassate, caramelle e sigarette. Il silenzio, tutto intorno, è rotto solo dalla benna di un’escavatrice che ancora picchia sulla terra arsa per piazzare gli ultimi tubi. Il primo centro di detenzione per migranti italiano costruito in terra straniera è ormai pronto.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 agosto 2024
Dietro ai suicidi c’è anche l’impossibilità di avere un mestiere, una volta in libertà, o la mancanza di una rete di supporto per il reinserimento. “Si è tolto la vita nella tarda serata di ieri (due giorni fa, a 54 anni, nella sua cella del reparto isolamento della Casa Circondariale di Reggio Emilia. È il 67esimo detenuto suicida dall’inizio dell’anno, cui bisogna aggiungere 7 appartenenti alla Polizia penitenziaria”: ne ha dato notizia ieri Gennarino De Fazio, segretario generale Uilpa Polizia penitenziaria. “Così, dopo una breve tregua apparente di un paio di settimane sul fronte dei suicidi, un’ennesima tragedia investe le carceri alla vigilia dell’annunciato vertice di maggioranza in cui si dovrebbe discutere di nuove misure per affrontare l’emergenza - continua il sindacalista. - È palese e, nei fatti, riconosciuto persino dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e dall’intero esecutivo Meloni, che il decreto carceri e la sua conversione in legge non abbiano prodotto effetti apprezzabili”.
- Ciambriello: “I minori in carcere rischiano di accumulare nuovi reati”
- “Marcire dentro” non è solo uno slogan propagandistico
- Gli agenti penitenziari ridotti a sorveglianti: così le carceri diventano “università del crimine”
- La giustizia non va, ma nessuno lo dice
- Le querele di Davigo ci insegnano che è arrivato il momento di cambiare il sistema









