di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 13 febbraio 2024
Più di settant’anni insieme e la voglia di andarsene non hanno fiaccato lo spirito dei primi tempi, quando gli innamorati si tengono per mano. Anzi, l’ultimo atto politico dell’ex premier olandese Dries van Agt è stato anche qualcosa di più, un gesto d’amore: ha scelto non soltanto quando morire, ma anche con chi. E cioè con la sua inseparabile moglie Eugenie - “la mia ragazza”, amava dire lui - che ha condiviso la decisione di finire la vita tramite eutanasia di coppia, lunedì 5 febbraio, quando se ne sono andati “mano nella mano” a 93 anni.
di Lorenzo d’Avack
Il Dubbio, 13 febbraio 2024
La voluta scelta di morte dei coniugi Van Agt, mano nella mano, in Olanda mi suscita un profondo sentimento di commozione. Probabilmente non mancheranno le critiche dei cattolici più ortodossi che ritengono che il bene vita in qualsiasi condizione fisica e psichica debba essere conservato e tutelato. Anche se non deve essere sottovalutato il rischio che nei confronti del malato terminale si possa determinare l’aspettativa di una scelta verso la morte ritenuta socialmente o, peggio, economicamente preferibile, penso che ciò non dipenda necessariamente dalla liceità o meno delle scelte eutanasiche o dalla possibilità di consentire al paziente di accettare o rifiutare i trattamenti terapeutici anche salvavita, ma dall’attuale “cultura della morte”. Il modo cioè con cui una società tratta i morenti. E l’attuale cultura della morte non dovrebbe consentire che vengano impedite scelte del genere di quella vissuta in Olanda, dettata da un principio fondamentale, quello della dignità di ciascuno di noi.
di Luca Rondi
Altreconomia, 12 febbraio 2024
Sovraffollamento medio al 118%, strutture inadeguate e mancanza di personale: sono i fattori che incidono sui tragici numeri dei 17 suicidi dall’inizio dell’anno. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria parla però di una “tendenza inspiegabile”. Intanto una ricerca fa luce sul tema della salute mentale nelle celle. Un suicidio ogni due giorni. Nelle carceri italiane dall’inizio del 2024 si sono tolte la vita 17 persone: un numero record se si considera che erano state 67 in tutto il 2023. Si aggrava inoltre il sovraffollamento, con 60mila presenze sui 51mila posti a fine dicembre. “Una tendenza inspiegabile”, ha dichiarato a La Stampa Giovanni Russo, capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria (Dap) in seno al ministero della Giustizia.
di Maria Sorbi
Il Giornale, 12 febbraio 2024
Un detenuto si impicca in cella a Latina, è il 17esimo caso dall’inizio dell’anno. I penalisti: “Servono amnistia e indulto”. Nordio: “Interventi contro disagi psichici”. Si è impiccato nel bagno della sua cella, a 36 anni. Un detenuto indiano, in attesa di primo giudizio per reati a sfondo sessuale, si è suicidato nella Casa Circondariale di Latina. È il 17esimo caso dall’inizio dell’anno. È già capitato a Poggioreale (Napoli), a Cuneo, ad Ancona, a Verona, a Caserta. Sempre nello stesso modo. E non si tratta di detenuti condannati all’ergastolo, senza la minima speranza di uscire dal carcere. Anzi, ad alcuni mancavano pochi mesi a scontare la pena.
di Vittorio Macioce
Il Giornale, 12 febbraio 2024
Non c’è in carcere un modo rapido per darsi la morte. Non è così semplice ammazzarsi. Non lo è mai, figurati quando sei circondato da muri spogli e dovrebbero controllarti senza sosta. Allora spesso scegli di farla finita con un cappio al collo, appeso a una doccia, a una sbarra, a quello che trovi. In Italia accade a un ritmo costante, con i conti che si aggiornano di anno in anno. Il diciassettesimo di questi primi mesi del 2024 si è impiccato a Latina. Aveva 36 anni, di origine indiana, in attesa di giudizio per reati di natura sessuale. È carcere preventivo. Qualcuno non avrà pietà, ma quando si sta tra i dannati, i peccati di Caino passano in secondo piano. La pietas non guarda alla colpa. I morti non dovrebbero fare contabilità. Solo che i numeri ti danno anche il segno delle carceri italiane. Ti dicono che ammazzarsi è una strada disperata verso la libertà. Nel 2022 i suicidi sono stati 84. È il record. Il 2024 potrebbe andare peggio. La vita in carcere appassiona solo se la raccontano come finzione in tv. Quella reale resta una parentesi. È un problema vecchio, che non si sa o non si vuole risolvere, per indifferenza, per cinismo, per viscere e paura, perché non porta voti. È un’idea malata di giustizia, che più di qualche volta colpisce a caso, senza garanzie e con la logica della punizione esemplare, ma improvvisata. È così che il “mondo di dentro”, con carcerati e guardiani, marcisce nella quotidianità troppo affollata, con pochi soldi, senza prospettive, lasciato alla buona volontà dei singoli e con il suo rosario di suicidi e disperazione. Non bastano neppure le immagini dei pestaggi, di celle troppo affollate, di orizzonti senza speranza, di programmi invisibili per reinserire in qualche modo chi ha sbagliato nella società. La risposta è sempre la stessa: non c’è lavoro per la “brava gente” figurati per gli ex galeotti. La promessa è costruire più prigioni per rendere le condizioni di vita dignitose. La speranza è trovare strade alternative al carcere. I progetti ci sono, ma i tempi sono lenti. Non c’è fretta. Non c’è urgenza. La questione carceraria è il rumore di fondo della politica, un brusio, che non scuote la coscienza. Una battaglia per carceri meno ignobili non porta consenso. Non ti fa crescere nei sondaggi. Non regala applausi e popolarità. È una di quelle storie da cui qualsiasi politico furbo farebbe bene a restare lontano. È per questo che andrebbe fatta, perché non puoi puntare il dito contro gli altri con la coscienza sporca, perché tra le cose per cui vale l’orgoglio di sentirsi italiani c’è quel libro scritto dal nonno di Alessandro Manzoni nel 1764: “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. È l’architrave del diritto occidentale. È ciò che dovremmo essere, ma per rabbia e qualunquismo spesso buttiamo a mare.
di Valter Vecellio
huffingtonpost.it, 12 febbraio 2024
Lo sdegno e l’indignazione di Nordio e Piantedosi sono davvero bizzarre: il problema è che parole e valori come Costituzione, diritto, legge, entrano con grande difficoltà in carcere e in altre istituzioni del nostro Stato. Lo si dice con la stima e la fiducia che si nutriva da quando era magistrato, in nome di quelle speranze finora non corrisposte da quando è Guardasigilli: caro ministro Carlo Nordio, provare “sdegno e dolore”, di fronte alle immagini che documentano le torture patite da un detenuto nel carcere di Reggio Emilia, è quello che si suol definire “minimo sindacale”. Ma certo che sono immagini indegne per uno stato democratico. E quindi? Cosa, dopo il manifestato sdegno?
di Cristina D’Amicis
today.it, 12 febbraio 2024
Il ministro Nordio ha dichiarato che il sovraffollamento si risolve solo con l’espulsione degli stranieri. Poi ha annunciato la conversione di vecchie caserme dismesse. Misure che non avrebbero nulla a che vedere con la necessità di un reale cambiamento dello stato di detenzione, della cosiddetta umanizzazione dei detenuti. Secondo Nordio i suicidi in carcere sono una “malattia ineliminabile” e allora perché investire troppe forze e risorse per combattere una battaglia già persa in partenza?
di Enzo Bianchi*
La Repubblica, 12 febbraio 2024
Se i siamo molto indignati e abbiamo fatto sentire la nostra voce per il trattamento riservato alla concittadina italiana Ilaria Salis, detenuta nelle carceri dell’Ungheria. Era un dovere assoluto e perciò giustamente si è levata la protesta. Ma non è avvenuto altrettanto per i maltrattamenti, vere e proprie torture, subite nel carcere di Reggio Emilia da un migrante marocchino accusato di spaccio di droga. Abbiamo visto le immagini: un povero uomo incappucciato, oggetto di violenza gratuita, che è solo lo scatenarsi di istinti bestiali da parte di chi ha il potere di usare la forza.
di Paolo Pandolfini
Il Riformista, 12 febbraio 2024
Il Consiglio d’Europa (Pc-Cp), l’organismo con sede a Strasburgo che redige le “raccomandazioni” per tutti i 47 Stati membri in materia di esecuzione delle pene in carcere e del sistema di probation. I testi adottati dal Pc-Cp, dopo la loro approvazione da parte del Comitato dei ministri, costituiscono le linee guida per le varie normative nazionali in materia di ordinamento penitenziario. “Il faro è sempre l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, secondo cui nessuno può essere sottoposto a tortura o a pene o trattenenti inumani o degradanti”, aggiunge la giudice Ferrari, ora consigliere della Corte d’Appello di Milano ed in passato magistrato di sorveglianza con l’incarico di coordinatore dell’Ufficio di Varese.
di Simona Musco
Il Dubbio, 12 febbraio 2024
La vittimizzazione secondaria è un fenomeno che pervade in modo subdolo la nostra società da decenni. per questo i giudici di Strasburgo, nel 2021, hanno condannato il nostro Paese. Far rivivere le condizioni di sofferenza a cui è stata sottoposta la vittima di un reato. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione definiscono così la vittimizzazione secondaria, un fenomeno diffuso non solo nella società civile, ma anche nelle aule dei Tribunali. Dove a rendere la donna vittima una seconda volta sono le stesse procedure istituzionali, i pregiudizi culturali e gli stereotipi.
- Quel crinale tra richiesta di giustizia e rischio linciaggio
- Gli indifendibili non esistono. E prima del processo non c’è vittima e non c’è carnefice
- “I processi per stupro sono bombardati mediaticamente e l’assoluzione è vissuta sempre come un’ingiustizia”
- Sardegna. Dimenticati anche dal sistema sanitario: il diritto alle cure negato ai detenuti
- Latina. Detenuto si impicca nel bagno della sua cella: è il 17mo suicidio in carcere nel 2024











