di Claudia Cangemi
luce.lanazione.it, 12 novembre 2023
L’inquietante fotografia che emerge dal report di Naga e della rete “No ai Cpr” racconta una raccapricciante sospensione dei diritti in questi centri. Eppure il governo Meloni vuole moltiplicarli: almeno uno per ogni regione. Non solo: è di questi giorni la notizia dell’accordo con il premier albanese per realizzarne uno o due nel Paese balcanico. Sono i Centri di permanenza per il rimpatrio dei migranti, in sigla Cpr. Più che di permanenza, però, si tratta di detenzione, e delle più severe. Per molti versi in condizioni assai peggiori rispetto alle carceri, più regolamentate e trasparenti.
di Giancarlo Perego*
Il Resto del Carlino, 12 novembre 2023
Notizia improvvisa della realizzazione di un Cpr a Ferrara: preoccupazione per la mancanza di tutele, rispetto della dignità e luoghi aggregativi. Soluzione? Una città aperta, inclusiva, che sappia accogliere, tutelare, promuovere e integrare. Ha destato grande sorpresa e preoccupazione la notizia improvvisa della realizzazione di un Cpr. I Centri di permanenza per i rimpatri sono luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa dell’espulsione.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 12 novembre 2023
Ma il segretario del Pse Loefven attacca l’intesa Italia-Albania: “Per l’immigrazione serve una cornice progressista”. La destra se la prende con Schlein. Lei tiene il punto: “Viola la costituzione”. Se non è proprio un assist a Giorgia Meloni è sicuramente un passaggio che mette in fuorigioco gli avversari, che in questo caso sarebbero i suoi compagni di squadra. A margine del congresso del Partito socialista europeo (Pse) di Malaga, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto che accordi come quelli tra Italia e Albania per l’esternalizzazione dei richiedenti asilo in paesi terzi “sono possibili e tutti noi li esamineremo molto attentamente”.
di Giovanni De Luna
La Stampa, 12 novembre 2023
Gli stereotipi negano la complessità, appiattiscono i problemi semplificandoli, lasciano riemergere le leggi, approssimative, dell’alba dell’umanità. Dal 7 ottobre tra il popolo palestinese e quello israeliano si è scavato un baratro di odio che oggi appare incolmabile. Se in tutte le guerre l’avversario diventa un nemico, in quel conflitto particolare i due popoli si dichiarano nemici da sempre e si comportano di conseguenza. Da entrambe le parti si combatte con la determinazione di chi pensa di essere dal lato giusto della storia, proponendosi l’obiettivo di annientare il nemico: non di sconfiggerlo militarmente ma proprio di cancellarlo dalla terra. Hamas vuole buttare a mare gli israeliani, Israele vuole sradicare il fondamentalismo da quello che considera il suo territorio. In questo contesto, a ogni efferatezza commessa sul campo si accompagna una visione bestiale del nemico, con il dilagare di stereotipi tanto ovvi quanto brutali: da un lato l’ebreo ricco, tronfio della sua opulenza, forte di una incontestabile superiorità tecnologica che ne rafforza il tradizionale egoismo; dall’altro l’arabo infido, sanguinario, violento e vile, che non affronta mai il nemico in campo aperto.
di Monica Minardi
La Stampa, 12 novembre 2023
La Presidente di Medici senza Frontiere: “Noi siamo pronti a inviare nuovi team e forniture mediche a Gaza. Ma qualsiasi sforzo sarà insufficiente o inutile senza un cessate il fuoco immediato”. La guerra esiste, è sempre esistita e, probabilmente, sempre esisterà. E la sofferenza arrecata alla popolazione civile accomuna tutte le guerre. Per proteggere chi non imbraccia le armi, c’è il diritto internazionale umanitario che non chiede né pace, né giustizia, ma il rispetto, durante le operazioni militari, del principio di distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile, e dei principi di umanità e proporzionalità, che impongono limiti e condizioni all’utilizzo della forza. Non un costrutto legale astratto, ma un quadro di norme per limitare gli effetti più devastanti dei conflitti, assicurando la protezione dei civili e l’accesso dei soccorritori.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 12 novembre 2023
L’Unrwa gestisce da 70 anni l’emergenza dei rifugiati palestinesi in Medio Oriente. L’agenzia ha ricevuto negli anni miliardi di dollari dai paesi donatori e spesso è stata accusata di connivenza con il gruppo islamista. L’Unrwa è l’agenzia delle Nazioni Unite che da oltre settant’anni si occupa per mandato dei rifugiati palestinesi in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza ma anche nei campi profughi in Siria e in Libano. Fu creata nel 1948 alla fine della prima guerra arabo- israeliana con i soli voti contrari del blocco comunista che all’epoca vedeva nell’agenzia “uno strumento dell’imperialismo americano”. Di fatto i rifugiati palestinesi sono l’unica popolazione che dipende da un organismo ad hoc, distinto dall’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) che gestisce le emergenze umanitarie nel resto del mondo.
di Filippo Zingone
Il Manifesto, 12 novembre 2023
6 milioni i profughi. Khartoum e Darfur a ferro e fuoco, sanità al collasso. E anche Emergency è in difficoltà. La guerra civile tra esercito sudanese e Rapid support forces (Rsf) sul campo “sta rasentando il male assoluto” ha detto venerdì Clementine Nkweta-Salami, coordinatrice umanitaria dell’Onu per il Sudan. I combattimenti continuano a Khartoum e nel Darfur, dove le violenze contro i civili ricordano le atrocità di 20 anni fa. “Continuiamo a ricevere segnalazioni spaventose di violenze sessuali, sparizioni, detenzioni arbitrarie e gravi violazioni dei diritti umani e dei bambini” ha detto Nkweta-Salami, che sottolinea come nel Darfur siano sempre più frequenti le persecuzioni su base etnica, specie nei confronti della minoranza non araba dei Massalit.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 11 novembre 2023
“Chiudere, chiudere, chiudere”. È oggi il mantra che si sente ripetere dalle parti del ministero della Giustizia, come se nulla fosse accaduto in passato. I detenuti hanno raggiunto la quota di 60 mila. Più o meno 10 mila in più rispetto alla capienza regolamentare. Numeri che non si vedevano da tantissimo tempo. Era il 2013 quando l’Italia fu condannata per trattamento inumano e degradante a Strasburgo, da parte della Corte Europea dei diritti umani, nella famosa sentenza Torreggiani. I giudici affermarono perentoriamente che il sovraffollamento rendeva intollerabili le condizioni di detenzione nel nostro Paese. Fu allora che l’amministrazione penitenziaria, finalmente, si adeguò ai più elevati standard europei, proponendo modelli di vita interni più aperti e la possibilità per il detenuto comune di trascorrere almeno otto ore al giorno fuori dalle celle anguste e affollate.
di Marcello Pesarini*
Ristretti Orizzonti, 11 novembre 2023
All’interno della Finanziaria “Prometti e non mantieni” dell’esecutivo Meloni, il Ministero delle Infrastrutture di Salvini sostiene di avere a disposizione 166 milioni di euro per la ristrutturazione di alcune strutture penitenziarie. Alcuni di essi aumenteranno la capienza, altri rabberceranno o ammoderneranno.
ansa.it, 11 novembre 2023
Anastasia: “Teniamo in carcere persone che non dovrebbero starci. In Italia la situazione è molto grave e delicata e deriva dal fatto che la chiusura sacrosanta degli ospedali psichiatrici giudiziari non ha avuto come conseguenza una attrezzatura dei servizi di salute mentale in carcere e, soprattutto, un rafforzamento di quelli sul territorio”. Lo ha detto Stefano Anastasia, portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, descrivendo la “grave situazione in Italia” di chi è in carcere con problemi psichiatrici o psicologici.
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