di Riccardo Piroddi
Il Dubbio, 3 febbraio 2026
Le scene di violenza che hanno accompagnato la manifestazione di Torino del 31 gennaio 2026 non colpiscono più per la loro eccezionalità ma per la loro ripetitività. Vetri infranti, fumogeni, cariche, slogan gridati più per coprire che per comunicare. È una grammatica ormai nota, che si ripresenta con variazioni minime, come se il tempo si fosse fermato. E proprio qui emerge il primo nodo filosofico: la violenza che si ripete è una violenza che non produce più senso. La modernità politica nasce con la promessa di trasformare il conflitto in parola.
di Marco Bascetta
Il Manifesto, 3 febbraio 2026
L’intenzione di servirsi degli scontri di Torino per accreditare una situazione di grave emergenza nel Paese che legittimi una stretta repressiva è del tutto evidente. Il potere esecutivo spera di aver trovato nel capoluogo piemontese quello che Trump cercava a Minneapolis: un buon pretesto per decretare uno stato di eccezione che gli avrebbe consentito di sbaragliare qualsiasi opposizione presente e futura. Definire i manifestanti coinvolti negli episodi di violenza a Torino come terroristi, anche se il termine è ormai impiegato come generico stigma del male, è cosa priva di senso. Oppure è una mistificazione volta ad accreditare l’esistenza, del tutto immaginaria, di una solida rete organizzata intorno a un disegno strategico in grado di minare l’ordinamento democratico, onde trarne le dovute draconiane conseguenze legislative. Il riferimento pavloviano alle Brigate rosse non poteva certo mancare.
di Floriana Rullo
Corriere della Sera, 3 febbraio 2026
Roberto Fernicola, 39 anni, operaio di San Damiano d’Asti, ha di fatto vinto la sua battaglia contro la stretta sulla guida sotto l’effetto di droga, fortemente voluta dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. “Ero stato punito per un reato che non avevo, di fatto, commesso. Ora la Corte Costituzionale mi ha dato ragione. La legge era formulata male. Alla fine mi sono trovato ad essere giudicato come chi aveva consumato da poco droga e si metteva alla guida in stato di alterazione. Ma io, in quel momento ero a posto. Avevo fumato cannabis 48 prima del test, per questo in ospedale è risultato. Ma i medici hanno attestato fossi lucido e non alterato”.
di Daniela Fassini
Avvenire, 3 febbraio 2026
Mediterranea Saving Humans: ci sono le testimonianze di parenti e amici rimasti in Libia e in Tunisia. Silenzio e inazione dei governi sono agghiaccianti. Potrebbero essere mille e non 380 come inizialmente suggerito dagli allarmi e dagli Sos lanciati dal mare durante i giorni del ciclone Harry. Ad annunciare l’aggiornamento del terribile bilancio é Mediterranea Saving Humans, sulla base di nuove testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia. “Si stanno delineando i contorni della più grande tragedia degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale e i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito” denuncia la presidente della Ong Laura Marmorale.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 2 febbraio 2026
Leggo delle schifezze incredibili sulla Casa di reclusione di Padova. Sono una persona attenta e abbastanza esperta di galere, credo allora di poter cercare di fare un po’ di chiarezza senza sottovalutare la gravità dei problemi. Partiamo dal fatto che Padova sarebbe un carcere “decente” e per alcuni versi avanzato, innovativo, se avesse i numeri giusti, ma non è così, il sovraffollamento, e la conseguente carenza di personale, rischia di travolgere tutto il buono che abbiamo costruito negli anni, e questo non dobbiamo permetterlo.
di Stefania Cirillo
metropolitanmagazine.it, 2 febbraio 2026
Sono state sufficienti 72 ore per assistere a un aumento dei suicidi nel primo mese dell’anno. Il bilancio ammonta a cinque detenuti che si sono tolti la vita dietro le sbarre. Il 28 gennaio, a Padova, un uomo di 74 anni. Trentasei ore dopo un uomo di 36 anni è morto impiccato nel bagno della sua cella. Contemporaneamente, a Firenze un ragazzo di 29 anni è morto dopo essere stato trovato in cella con un lenzuolo legato al collo. Un bilancio preoccupante che mette in luce il sintomo di un sistema che ha smesso di gestire persone per limitarsi a stoccare corpi. Nelle carceri, l’umanità e la rieducazione ora sono concetti astratti.
di Luca Ricolfi
Il Messaggero, 2 febbraio 2026
Sono passati 13 anni da quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) condannò l’Italia per trattamenti “disumani e degradanti” a causa del sovraffollamento carcerario, ma le cose paiono tornate al punto di partenza. Oggi i detenuti sono circa 64 mila, circa 7500 in più di quanti erano alla fine del 2022, al momento dell’entrata in carica del governo Meloni. I posti effettivi in carcere sono circa 47 mila, con un tasso di sovraffollamento che supera il 135% (mediamente: 4 detenuti ogni 3 posti). In breve: mancano 17 mila posti, quasi il doppio di quelli che il “Piano carceri” (varato l’anno scorso) si ripropone di creare o attivare entro il 2027. Inutile dire che, oggi come ieri, la situazione di molte carceri (per fortuna non di tutte) non è degna di un paese civile, come mostrano due indizi difficilmente equivocabili: l’alto numero di suicidi degli ultimi anni (80 nel 2025) e i risarcimenti dei detenuti cui il nostro paese è obbligato per violazione dell’articolo 3 della Cedu (“nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”).
di Giuseppe Muolo
Avvenire, 2 febbraio 2026
La religiosa è stata nominata dal presidente Mattarella commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana per il suo impegno in carcere. Da dodici anni opera come volontaria a Rebibbia. “Le condizioni di vita sono un disastro e il Governo è assente”. Suor Emma Zordan ha risposto al telefono come tante altre volte. Subito, senza neanche far scattare il secondo squillo. Ma non si sarebbe mai aspettata di trovare il Quirinale dall’altra parte della cornetta. “Sono rimasta scioccata”, racconta con la voce ancora incredula. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, l’ha nominata Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana “per l’impegno profuso nel migliorare le condizioni di vita e le possibilità di reinserimento dei detenuti”.
di Luigi Manconi e di Marica Fantauzzi
La Repubblica, 2 febbraio 2026
La liberazione non equivale necessariamente alla libertà. Detto in altri termini, puoi uscire dal carcere, ma la pena in qualche forma ti perseguiterà. E qui non si parla dello stigma, anch’esso presente e ostile, di chi da libero viene comunque considerato un ex prigioniero, piuttosto si intende chi, dopo aver scontato quanto doveva scontare, si trova nel limbo dell’attesa. E cos’è che, ancora, è costretto ad attendere? Per esempio, la declaratoria da parte del Tribunale di Sorveglianza: ovvero il documento ufficiale che attesti l’estinzione della pena e gli effetti collaterali che essa produce. Si potrebbe dire che la burocrazia è lenta e farraginosa in qualunque settore e che se si è liberi de facto c’è poco da lamentarsi. Eppure, il cavillo è tutt’altro che formale: senza declaratoria non è possibile chiedere la riabilitazione e, quindi, non è possibile, tra le altre cose, esercitare il diritto di voto o espatriare.
di Simone Canettieri
Corriere della Sera, 2 febbraio 2026
Il Governo pensa allo stop alla vendita di coltelli per i minori, allo “scudo penale” esteso a diverse categorie e a fermi preventivi di “almeno” 12 ore per “facinorosi che stanno andando a protestare”. Tre scosse: stop alla vendita di coltelli per i minori, “scudo penale” esteso non solo per gli agenti ma anche ad altre categorie, fermo preventivo di “almeno” 12 ore per i facinorosi con precedenti specifici che stanno andando a manifestare. Sono le tre risposte che il governo vuole dare all’opinione pubblica dopo i fatti di cronaca dell’ultimo mese.
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