Il Domani, 16 maggio 2025
Il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha chiesto al procuratore generale libico di arrestare Osama Najim Almasri e autorizzare il suo trasferimento all’Aia per consentirne il giudizio. Svolta inattesa nel caso Almasri. Karim Khan, procuratore della Corte penale internazionale, ha chiesto ufficialmente al procuratore generale della Libia, Siddiq Al Sour, di procedere all’arresto di Osama Najim Almasri e autorizzare il suo trasferimento all’Aia per consentirne il giudizio. Il 19 gennaio 2025 era stato arrestato a Torino su mandato proprio della Cpi, che lo accusa di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma il 21 gennaio, la Corte d’appello di Roma lo aveva rilasciato per un vizio procedurale permettendo la sua fuga in Libia.
di Gabriele Segre
La Stampa, 16 maggio 2025
Israele vince sul campo e perde in termini di immagine, per Hamas è il contrario. Le due parti devono capire che non possono cogliere una vittoria su ogni fronte. Che si occupi di Ucraina o attraversi il Medio Oriente, come ha fatto questa settimana, dovremmo ormai aver imparato che le promesse visionarie e le minacce altisonanti di Donald Trump vanno accolte con la massima prudenza. Non sono dichiarazioni di principio, ma l’espressione di una convinzione tanto profonda quanto carica di rischi: anche le ideologie più rigide e le identità più radicate possano essere piegate alla logica della trattativa, purché sostenuta da sufficiente pressione e determinazione.
di Martina Marchiò*
La Stampa, 16 maggio 2025
La guerra cambia i lineamenti delle persone. Forse perché ne modifica lo sguardo, lo rende perso, forse un po’ più spento, rendendo gli occhi più piccoli e cerchiati. Le persone che hanno visto la guerra le riconosci dallo sguardo che qualche volta si perde e dalla capacità di tendere l’orecchio per ascoltare cosa accade lontano. Qui a Gaza le persone iniziano ad avere gli occhi cerchiati, molte si trascinano per la strada, alcune mi guardano facendo con la mano il gesto di portare qualcosa alla bocca per indicare che hanno bisogno di cibo. Spesso abbasso lo sguardo sentendomi colpevole, poi rivolgo un sorriso: “Sorry! Scusa non ho niente da darti” dico con la voce bassa. Quasi sempre la persona comprende e mi sorride. Come si fa a restare occhi negli occhi con chi ha fame e vorrebbe solo mangiare.
di Laura Berlinghieri
La Stampa, 16 maggio 2025
Appelli, petizioni e cortei. Ma il cooperante veneziano, accusato di cospirazione, resta detenuto nel carcere alla periferia di Caracas. Sei mesi senza Alberto Trentini. Sei mesi senza il cooperante 45enne del Lido di Venezia, detenuto senza alcuna spiegazione plausibile in un carcere a trenta chilometri da Caracas. Era il 15 novembre scorso, quando l’uomo è stato fermato a un posto di blocco insieme al suo autista, lungo la strada tra la capitale e Guasdualito, al confine con la Colombia. Aveva sentito la madre poco prima: è stata l’ultima volta in cui questa donna è riuscita a parlare, anche se solo via messaggio, con suo figlio.
di Gabriele Di Luca
Corriere della Sera, 15 maggio 2025
Di recente i media hanno riportato una lettera, scritta dall’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, in cui si parlava di carceri. Con evidente cognizione di causa, visto che sta scontando una pena detentiva di un anno e dieci mesi a Rebibbia, il noto politico ha parlato di “celle fatiscenti, ognuna con sei brande a castello, un cesso che sta nella stessa stanza dove si cucina e un lavandino senza acqua calda”. Sono cose note a chiunque si occupi della situazione inerente lo stato miserevole in cui versano tali strutture, e c’è da dire che la descrizione fornita di Alemanno è persino eufemistica. Avrebbe infatti potuto (e forse dovuto) dire che il carcere non è solo un luogo in cui si sta male, sommando alla restrizione della libertà inaccettabili condizioni vessatorie, ma che si tratta di un dispositivo istituzionale votato alla tortura e persino alla soppressione di chi vi è recluso.
di Michele Passione*
Il Dubbio, 15 maggio 2025
Sostiene Travaglio, e del resto non ci stupiamo, di “non essere mai riuscito a capire perché un condannato per gravi delitti a tot anni debba uscire con largo anticipo per questo o quel permesso; una grave lacuna”. La risposta è semplice; perché lo prevede la Costituzione (dice niente l’articolo 27/ 3?). Prima ancora, la legge ordinaria (ordinamento e regolamento penitenziario; del primo si “festeggiano” i cinquant’anni, ma il nostro eroe non l’ha mai letto, ha troppo da fare a guardarsi allo specchio). Per spiegare ai suoi lettori l’affaire De Maria (quello beneficiato da “certa magistratura buonista e di sinistra, troppo morbida nei confronti di alcuni carcerati che devono scontare le loro pene all’interno del carcere” - De Corato dixit), per il quale “quei magistrati hanno sbagliato e il loro errore va sanzionato (copyright Gasparri), herr direktor fornisce una speciale declinazione del concetto illuminista della certezza della pena, leggendo a modo suo Cesare Beccaria.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2025
Do una risposta basata sul diritto e l’esperienza. Quel che è accaduto a Milano è una tragedia immane. Il dolore per la vittima è immenso. Annichilente. Una vita spezzata, l’ennesima donna, con modalità così truci da lasciare senza fiato. La tentazione di gettare al vento tanti principi che hanno guidato la nostra convivenza pubblica può essere forte. Ma credo tuttavia che il nostro compito sia invece quello di mantenere sempre alta la barra di tali principi, anche nei momenti più difficili quali quello attuale. Di fronte al dramma appena vissuto, in molti si stanno chiedendo: ma perché quell’uomo usciva dal carcere? Ma perché lavorava all’esterno? Ma la certezza della pena non significa che si debba stare in carcere fino all’ultimo giorno indicato nella sentenza di condanna?
di Giacomo Spinelli
Il Manifesto, 15 maggio 2025
Emanuele De Maria era un amico, una persona complessa, indecifrabile, con un passato torbido ed un futuro ancora da scrivere. Amava la letteratura russa, più di tutti Dostoevskij di cui ammirava il modo in cui lo scrittore descriveva i caratteri psicologici dei suoi personaggi. Amava Delitto e Castigo più di ogni altro libro, poi Gogol, Turgenev e Tolstoj. In questa immensa tragedia c’è un particolare, un’immagine, che continua a tormentarmi: quando Emanuele si è lanciato nel vuoto dalle guglie del duomo le scarpe gli sono volate via. Lui, che era sempre così preciso e meticoloso, si era buttato con le scarpe slacciate.
casadellacarita.org, 15 maggio 2025
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di una persona detenuta, che è attualmente una volontaria della Casa della Carità in regime di Articolo 21 O.P., a proposito del dibattito nato sulle misure alternative e il lavoro fuori dal carcere, scaturito a seguito di un fatto di cronaca che ha coinvolto una persona che era detenuta nel carcere di Bollate.
di Valerio Salviani
leggo.it, 15 maggio 2025
L'intervista del deputato: “Se un camorrista viene reintegrato e gli si trova un lavoro, ci sono meno possibilità che una volta uscito di galera torni a fare il camorrista”. Le misure alternative al carcere “funzionano e non vanno cambiate”. E chiunque dice il contrario “non ha idea di cosa parla”. Lo dice Fabrizio Benzoni, deputato di Azione vicecapogruppo alla Camera dei Deputati. Il caso che ha aperto il dibattito è quello di Emanuele De Maria, il detenuto di Bollate che ha ucciso la collega barista e ferito gravemente un altro collega all'hotel Berna a Milano.
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